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Il peso di un nome: Jeanne de Saint-Rémy de Valois tra nobiltà decaduta, scandalo e leggenda

Jeanne de Saint-Rémy de Valois
Fontette 22 luglio 1756 – Londra 23 agosto 1791

«Chi mi sottrae il buon nome
mi porta via ciò che non arricchisce lui
e rende veramente povero me.»

William Shakespeare, Otello, III, 3

Il ritrovamento di un’antica incisione recante gli stemmi coniugali dei de La Motte-Valois offre l’occasione per tornare sulla figura di Jeanne de Saint-Rémy de Valois, protagonista di una delle vicende più celebri e controverse della Francia prerivoluzionaria.

Il valore del documento non risiede soltanto nella sua rarità iconografica. L’accostamento delle armi dei due coniugi traduce visivamente il progetto identitario perseguito da Jeanne per tutta la vita: ricomporre, almeno nella rappresentazione pubblica, quella dignità gentilizia e dinastica che la nascita le aveva trasmesso, ma che la miseria, l’emarginazione e la condotta dei suoi genitori avevano reso quasi irriconoscibile.

Robint, disegno; Jabez Goldar, incisione, Jeanne de St. Remy de Valois, comtesse de La Motte, circa 1790. Sotto il ritratto compaiono le armi coniugali e il motto Rege ab avo, sanguine nomen et lilia. Bibliothèque nationale de France, département Estampes et photographie.

L’ultima discendente di una stirpe regale

Jeanne nacque il 22 luglio 1756 a Fontette, nella Champagne, figlia di Jacques de Saint-Rémy de Valois, signore di Luz, e di Marie Jossel. La sua ascendenza regale, per quanto illegittima nella sua origine, non era un’invenzione. [1, 2, 5, 6]

Il cosiddetto «Vieux Château» di Fontette, indicato dalla tradizione locale come antica residenza dei Valois-Saint-Rémy e luogo natale di Jeanne. Ricostruzione pittorica digitale basata su una cartolina fotografica dei primi decenni del Novecento.

La famiglia discendeva infatti in linea maschile da Henri de Saint-Rémy, nato nel 1557 dalla relazione fra il re Enrico II di Francia e Nicole de Savigny, baronessa di Fontette. Da quel figlio naturale del sovrano aveva avuto origine un ramo collaterale dei Valois che, pur lontano dalla successione al trono, aveva conservato il nome, la memoria genealogica e una riconoscibile condizione gentilizia. [1, 4, 6]

Alla metà del XVIII secolo, tuttavia, di quell’antica posizione rimaneva ben poco. Il padre di Jeanne aveva dissipato o alienato le ultime proprietà familiari e conduceva un’esistenza precaria, segnata dai debiti e dall’abuso di alcol. Marie Jossel, proveniente da una condizione assai più modesta, aveva avuto da lui due figli prima che il matrimonio fosse celebrato nel 1755.

Le fonti concordano nel descrivere un’infanzia di gravissima indigenza. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1762, Jeanne, il fratello Jacques e la sorella Marie-Anne furono costretti a vivere di espedienti e, almeno in alcuni periodi, a chiedere l’elemosina. I particolari più drammatici tramandati nelle successive narrazioni — le violenze, le percosse e lo sfruttamento sistematico dei bambini — dipendono in larga misura dal racconto autobiografico della stessa Jeanne e devono pertanto essere accolti con prudenza. Non vi è però ragione di dubitare della sostanza di quella miseria, ricordata anche da testimoni estranei alla famiglia, fra i quali il futuro conte Jacques-Claude Beugnot. [1, 2, 4]

Fu proprio la scoperta della loro discendenza dai Valois a sottrarre i tre fratelli alla completa emarginazione. Grazie all’interessamento della marchesa de Boulainvilliers e all’accertamento genealogico della loro origine, i figli di Jacques de Saint-Rémy ottennero dalla Corona pensioni e forme di assistenza destinate ai discendenti impoveriti di famiglie nobili. Il fratello fu avviato alla carriera militare; Jeanne e Marie-Anne furono accolte in istituti religiosi nei quali avrebbero dovuto prepararsi alla vita monastica. [1, 2, 4]

Jeanne, tuttavia, non aveva alcuna vocazione per il chiostro. La protezione ricevuta non attenuò il sentimento di essere stata privata di una condizione che considerava propria per diritto di nascita. Al contrario, il riconoscimento ufficiale della sua genealogia dovette rendere ancora più doloroso il contrasto fra l’origine regale e la realtà della sua vita.

Secondo il racconto tramandato nelle sue memorie, il padre, ormai prossimo alla morte, le avrebbe lasciato un solo ammonimento: «Ricordati, in ogni circostanza della vita, di essere una Valois». Non è possibile stabilire se la frase sia stata pronunciata esattamente in questi termini. Essa appartiene all’autorappresentazione costruita da Jeanne nelle proprie opere apologetiche e potrebbe essere stata rielaborata alla luce delle vicende successive. Rimane nondimeno una sintesi straordinariamente efficace del conflitto che avrebbe dominato tutta la sua esistenza: possedere un nome illustre senza disporre dei mezzi materiali e sociali necessari per sostenerlo. [1]

Élisabeth-Louise Vigée Le Brun, Ritratto di dama detto di Jeanne de Saint-Rémy de Valois, contessa de La Motte, circa 1780, olio su tela, collezione privata. Il dipinto fu presentato da Sotheby’s a Parigi nel 2017, lotto 109, come Portrait of a lady said portrait of Jeanne de Valois, comtesse de La Motte. La provenienza pubblicata è documentata a partire dalla vendita Frederick Muller & Cie di Amsterdam del 27–28 novembre 1906: l’identificazione tradizionale della modella con Jeanne rimane pertanto priva di conferma documentaria conclusiva. Immagine restaurata digitalmente e presentata in cornice ricostruita.

La costruzione della contessa de La Motte-Valois

Il 6 giugno 1780 Jeanne sposò Marc-Antoine-Nicolas de La Motte, giovane ufficiale della gendarmeria e nipote della famiglia de Surmont, presso la quale ella aveva trovato ospitalità. Dal matrimonio nacquero quasi immediatamente due gemelli, morti entrambi pochi giorni dopo il battesimo. [1, 2, 4]

L’unione non restituì a Jeanne la ricchezza desiderata. Anche Nicolas disponeva di mezzi limitati e la consistenza delle sue pretese nobiliari era tutt’altro che incontestabile. I coniugi cominciarono nondimeno a presentarsi come conte e contessa de La Motte, mentre Jeanne unì ostensibilmente al nome maritale quello dei Valois.

La forma de La Motte-Valois non rappresentava soltanto un’eleganza mondana. Era la dichiarazione di un programma sociale. Jeanne non inventava la propria ascendenza regale, che era autentica, ma se ne serviva per attribuire alla coppia un rango assai superiore alla sua effettiva condizione economica e al dubbio titolo comitale del marito.

Anche l’uso congiunto degli stemmi, attestato dall’incisione qui richiamata, deve essere interpretato in tale prospettiva. Esso testimonia l’immagine gentilizia che i coniugi intendevano accreditare e diffondere; non costituisce, da solo, la prova di un formale riconoscimento del titolo comitale. Nell’Europa del tardo Settecento la rappresentazione araldica poteva infatti precedere, accompagnare o persino sostituire la piena legittimazione giuridica del rango rivendicato.

Sotto lo stemma matrimoniale dei coniugi de La Motte-Valois, raffigurato nell’incisione eseguita da Jabez Goldar intorno al 1790 su disegno di Robint, compare il motto Rege ab avo, sanguine nomen et lilia, traducibile: «Dal re, nostro avo, per diritto di sangue il nome e i gigli». La formula costituisce una sintetica quanto solenne dichiarazione genealogica: il “re avo” è Enrico II di Francia, dal quale Jeanne discendeva attraverso il figlio naturale Henri de Saint-Rémy; il “nome” è quello dei Valois, mentre i gigli richiamano l’emblema della monarchia francese. Il motto esprime così il fondamento dell’identità pubblica rivendicata da Jeanne: non soltanto l’appartenenza nominale a una stirpe illustre, ma la trasmissione di tale appartenenza sanguine, ossia per discendenza. Non essendo finora emerse attestazioni anteriori o indipendenti, non è possibile stabilire se si trattasse di una divisa familiare già esistente oppure di una formula appositamente concepita per l’incisione; resta tuttavia una testimonianza particolarmente eloquente della strategia di autorappresentazione dinastica adottata dalla contessa. [8]

Ricostruzione cromatica dello stemma coniugale de La Motte-Valois riprodotto nell’incisione di Robint e Goldar. Nel cartiglio si legge Rege ab avo, sanguine nomen et lilia. La coloritura e alcuni dettagli ornamentali sono frutto di restauro digitale.

La rivalsa impossibile

Jeanne non aspirava semplicemente alla ricchezza. Il suo obiettivo era ottenere una riparazione pubblica: il riconoscimento della dignità dovuta, a suo giudizio, all’ultima discendente impoverita dei Valois-Saint-Rémy.

Moltiplicò quindi le suppliche rivolte alla corte, chiedendo un aumento della pensione e tentando di attirare l’attenzione di Maria Antonietta. Nella sua immaginazione la regina avrebbe dovuto comprendere la tragedia di una donna di sangue reale condannata alla povertà. Maria Antonietta, tuttavia, non volle riceverla e sembra fosse stata informata della dubbia reputazione che ormai circondava la sedicente contessa.

Fu in questo spazio, fra una genealogia autentica e un rango sociale irraggiungibile, che la rivendicazione di Jeanne degenerò progressivamente nell’impostura. Dotata di notevoli capacità persuasive, seppe costruire attorno a sé una rete di protezioni, relazioni e ambiguità. Lasciava credere di godere della confidenza della regina senza affermarlo sempre apertamente; trasformava una possibile conoscenza in un’intimità, un favore in un diritto e un’allusione in una promessa.

Il suo incontro con il cardinale Louis-René-Édouard de Rohan rese possibile il salto decisivo. Il cardinale, già ambasciatore a Vienna e membro di una delle più illustri famiglie principesche di Francia, desiderava ardentemente riconquistare il favore di Maria Antonietta. Jeanne comprese la sua vulnerabilità e gli fece credere di essere in grado di mediare segretamente presso la sovrana. Da questo inganno nacque l’affare della collana, una frode tanto audace quanto, in prospettiva, destinata a crollare.

L’affare della collana della Regina

La celebre collana di diamanti era stata realizzata dai gioiellieri Charles-Auguste Boehmer e Paul Bassenge con l’intenzione di venderla a Madame du Barry. Dopo la morte di Luigi XV, i due tentarono ripetutamente di offrirla a Maria Antonietta, che rifiutò l’acquisto. [5, 6, 7]

Jeanne fece credere al cardinale de Rohan che la regina desiderasse segretamente la collana, ma non volesse impegnarsi in pubblico in una spesa tanto ingente. Furono predisposte lettere false, redatte da Rétaux de Villette e sottoscritte con una formula che avrebbe dovuto insospettire un uomo esperto della corte: «Marie-Antoinette de France». Le regine francesi, infatti, non firmavano in quel modo. [3, 5, 6]

Per rendere credibile l’inganno, nell’agosto del 1784 venne organizzato nel boschetto di Venere, nei giardini di Versailles, un incontro notturno fra il cardinale e Nicole Le Guay d’Oliva, una giovane donna scelta per una vaga somiglianza con Maria Antonietta. Nell’oscurità e a distanza ravvicinata, Rohan credette di trovarsi realmente davanti alla regina e di averne ottenuto il perdono.[3, 5, 6]

I principali protagonisti dell’affare della collana: il cardinale Louis-René-Édouard de Rohan, Jeanne de Saint-Rémy de Valois, Nicole Le Guay d’Oliva e Nicolas de La Motte, disposti intorno a una raffigurazione del gioiello. Incisione colorata di autore ignoto, XIX secolo; restauro digitale.

Nel gennaio del 1785 la collana fu consegnata al cardinale e quindi, attraverso Jeanne, a un presunto emissario della sovrana. I diamanti vennero smontati e venduti separatamente, soprattutto a Londra.

Ricostruzione moderna della collana di diamanti commissionata dai gioiellieri Charles-Auguste Boehmer e Paul Bassenge. L’originale fu smontato dopo la frode e non è conservato; l’immagine, restaurata digitalmente, ha pertanto valore illustrativo e non documentario.

Quando i pagamenti promessi non giunsero, i gioiellieri si rivolsero direttamente a Maria Antonietta. La frode venne così scoperta. Il 15 agosto 1785 il cardinale de Rohan fu arrestato a Versailles, in abiti pontificali, poco prima di celebrare la messa dell’Assunzione. Furono successivamente arrestati Jeanne, Rétaux de Villette, Nicole d’Oliva e Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro; Nicolas de La Motte rimase invece in Inghilterra.

Il processo davanti al Parlamento di Parigi si concluse il 31 maggio 1786. Il cardinale de Rohan fu assolto, così come Nicole d’Oliva e Cagliostro; Villette fu riconosciuto colpevole di falsificazione e condannato all’esilio. Jeanne subì la pena più grave: fustigazione pubblica, marchiatura con la lettera V, iniziale di voleuse, e detenzione perpetua alla Salpêtrière. [3, 5, 6]

Durante l’esecuzione della sentenza la condannata oppose una resistenza disperata. Il marchio, impresso mentre si dibatteva, non avrebbe colpito con precisione il punto previsto. Anche questa circostanza, tramandata con versioni differenti, avrebbe assunto un ruolo decisivo nella leggenda sorta molti decenni dopo intorno alla sua morte.

La colpevole che screditò una regina innocente

Dal punto di vista giudiziario, Maria Antonietta era estranea alla truffa. Eppure fu proprio la regina a subire le conseguenze politiche più gravi del processo.

Una parte dell’opinione pubblica non volle credere che un cardinale di Francia potesse essere stato tanto ingenuo, né che la sovrana fosse del tutto inconsapevole di una vicenda nella quale il suo nome appariva continuamente. L’assoluzione di Rohan fu interpretata come una sconfitta personale della regina e Jeanne, benché condannata sulla base di prove consistenti, poté presentarsi come vittima di una corte corrotta e vendicativa.

L’affare della collana non provocò la Rivoluzione francese, ma contribuì potentemente a dissolvere il capitale simbolico della monarchia. La reputazione di Maria Antonietta, già bersaglio di una violenta letteratura scandalistica, ne uscì irrimediabilmente compromessa. Come avrebbe osservato Goethe, quel processo distrusse il rispetto per la regina e, con esso, una parte del rispetto per l’intero ordine monarchico.

Jeanne riuscì a evadere dalla Salpêtrière nel giugno del 1787, travestita da uomo, e raggiunse il marito a Londra. Qui pubblicò scritti e memorie con i quali cercò di giustificare la propria condotta, riversando sulla regina gran parte della responsabilità dell’accaduto.[1, 2, 5, 6]

Le sue Mémoires justificatifs costituiscono una fonte indispensabile per comprenderne la personalità e la strategia difensiva, ma non possono essere lette come una narrazione imparziale. Jeanne vi costruì consapevolmente la propria immagine di discendente reale perseguitata, vittima dei potenti e martire di un’ingiustizia politica. La sua memoria personale divenne così l’ultima e più ambiziosa delle sue creazioni. [1]

La morte a Londra

Il 3 giugno 1791 il quotidiano londinese The Times riferì che la contessa de La Motte era precipitata da una finestra nel tentativo di sottrarsi ad alcune persone dalle quali si riteneva minacciata. Le circostanze esatte non furono mai completamente chiarite: secondo la ricostruzione più diffusa, avrebbe scambiato degli uomini giunti per questioni di debiti per agenti incaricati di arrestarla. [9]

La caduta le provocò ferite gravissime. Jeanne non morì immediatamente, ma sopravvisse per quasi tre mesi, spegnendosi il 23 agosto 1791. La notizia della morte fu pubblicata dal Times due giorni dopo e venne successivamente ricordata anche dal marito. [10]

Quella londinese rimane dunque la morte storicamente meglio documentata. Non si tratta di una semplice versione consolidatasi a posteriori, ma di una notizia attestata da fonti contemporanee agli avvenimenti. Eppure Jeanne de La Motte sembrò incapace di morire una sola volta.

La misteriosa Madame de Gachet

Nel 1882 furono pubblicati in Russia i ricordi della baronessa Marija Aleksandrovna de Bode, la quale raccontò di avere conosciuto da bambina, nella Crimea degli anni Venti dell’Ottocento, una misteriosa emigrata francese chiamata contessa de Gachet. [11]

Madame de Gachet era realmente esistita. Documenti tedeschi ne attestano la presenza a Erfurt e in altri ambienti della Germania romantica fin dal 1800; alcune sue lettere la mettono in relazione con personalità vicine a Clemens Brentano e allo scienziato Johann Wilhelm Ritter. Passata successivamente in Russia, visse a San Pietroburgo e si trasferì infine in Crimea, dove morì a Staryj Krym nel 1826. [11]

Era una donna colta, energica e circondata da un alone di mistero. Parlava della corte di Luigi XVI, di Cagliostro e della società prerivoluzionaria come se ne avesse avuto esperienza diretta. Secondo la baronessa de Bode, ella non confermava né smentiva le voci sulla propria identità, ma sembrava anzi alimentarle attraverso allusioni e mezze confidenze.

La memorialista riferì inoltre una storia destinata a diventare celebre. Durante la preparazione del corpo per la sepoltura, sul dorso o sulla spalla della defunta sarebbe stato scoperto un marchio a fuoco. Dopo la morte, una cassetta chiusa sarebbe stata reclamata dalle autorità imperiali e inviata a San Pietroburgo. Il governatore della Tauride avrebbe infine confidato al padre della baronessa che Madame de Gachet era realmente Jeanne de La Motte-Valois. [11]

Il racconto venne ripreso e ampliato nel 1913 da Louis de Soudak, pseudonimo di Louis Bertram, in un lungo articolo pubblicato nella Bibliothèque universelle et Revue suisse. Secondo questa ricostruzione, Jeanne avrebbe simulato la propria morte a Londra, raggiunto la Russia sotto falso nome e rivelato la propria identità soltanto allo zar Alessandro I. Ritiratasi in Crimea, avrebbe distrutto le carte più compromettenti prima di morire nel 1826. [11, 12]

La vicenda possiede tutti gli elementi di un perfetto epilogo romantico: la morte simulata, l’esilio, il colloquio segreto con lo zar, i documenti bruciati e, infine, il marchio della ladra scoperto sul corpo. Non possiede, tuttavia, una prova conclusiva.

Due donne o una sola

La testimonianza della baronessa de Bode fu redatta più di mezzo secolo dopo gli avvenimenti. L’autrice era stata soltanto una bambina quando aveva conosciuto Madame de Gachet e non aveva assistito personalmente né alla lavanda del cadavere né al presunto colloquio con Alessandro I. Le informazioni decisive le erano state riferite da altre persone. [11]

Anche la ricostruzione di Louis de Soudak presenta difficoltà cronologiche e identificazioni controverse. La ricerca successiva ha mostrato, in particolare, quanto fosse instabile la tradizione relativa alle sorelle Bode e quanto poco sicuro fosse il passaggio dalle memorie familiari all’identificazione storica di Madame de Gachet.[11, 12]

Le ricerche moderne su Louise de Gachet hanno inoltre mostrato che intorno alla sua identità circolavano numerose e contrastanti ipotesi. Fu considerata ora Jeanne de La Motte, ora una non meglio identificata protagonista secondaria dell’affare della collana, ora una figlia naturale dei Borbone-Conti. Nessuna di queste identificazioni ha ricevuto una dimostrazione documentaria definitiva. [11]

Il marchio rinvenuto sul corpo, ammesso che il ricordo sia esatto, non basta a risolvere l’enigma: non ne possediamo una descrizione contemporanea, un verbale o un referto che permettano di confrontarlo con quello imposto a Jeanne nel 1786. Mancano inoltre documenti che attestino la fuga della contessa dall’Inghilterra e la sostituzione del cadavere nel 1791, mentre la sua morte londinese è registrata dalla stampa dell’epoca.

Lo stato attuale delle conoscenze impone pertanto di distinguere le due donne. Jeanne de Saint-Rémy de Valois morì, con ogni probabilità, a Londra il 23 agosto 1791; Louise de Gachet morì a Staryj Krym nel 1826. Che dietro quei due nomi si celasse la stessa persona rimane una suggestiva leggenda, non un fatto storicamente dimostrato. [9, 10, 11]

Il nome oltre la morte

Stabilire se Jeanne sia stata, nel corso della sua vita, più vittima o più carnefice sarebbe probabilmente un modo troppo semplice di giudicarla.

Fu certamente vittima di una condizione familiare degradata, di un’infanzia miserabile e della distanza quasi insostenibile fra il nome ricevuto e la vita alla quale sembrava destinata. Ma fu anche artefice consapevole di un inganno che travolse persone innocenti e contribuì a screditare un’istituzione già prossima al collasso.

La sua discendenza dai Valois non fu una fantasia: proprio per questo acquistò su di lei una forza tanto potente. Jeanne non cercò soltanto il denaro. Cercò di convertire il sangue in rango, il nome in riconoscimento e la memoria dinastica in potere sociale. Quando i mezzi legittimi non le consentirono di raggiungere quella posizione, tentò di conquistarla mediante la simulazione.

Persino la leggenda crimeana sembra continuare, dopo la sua morte, il medesimo processo. A Jeanne non bastò essere ricordata come la donna che aveva ingannato un cardinale e compromesso la reputazione di una regina. La tradizione le attribuì una seconda identità, una seconda fuga e una seconda morte: quasi che l’ultima discendente dei Valois-Saint-Rémy non potesse scomparire nella prosa ordinaria di una cronaca londinese.

Del resto, tutta la sua esistenza era stata dominata da un’unica, irriducibile convinzione: la miseria poteva privarla delle terre, della ricchezza e della considerazione sociale, ma non del nome che aveva ereditato.

Ed era proprio quel nome — autentico, glorioso e ormai quasi privo di sostanza — la sua unica ricchezza e la sua più profonda condanna.

Note e fonti essenziali

Criterio editoriale. I richiami nel testo rinviano alle opere che documentano o discutono il punto. Le memorie di Jeanne e del marito sono fonti di parte; le testimonianze sulla Crimea sono tarde e indirette. Per questo il testo distingue i fatti contemporaneamente attestati dalle ricostruzioni e dalle ipotesi successive.

1. Jeanne de Saint-Rémy de Valois, Mémoires justificatifs de la comtesse de Valois de La Motte, écrits par elle-même, 3 voll., Londra, 1789. Fonte autobiografica fondamentale, ma apologetica e polemica; esemplari digitalizzati sono censiti da Gallica e Google Books.

2. Jeanne de Saint-Rémy de Valois, The Life of Jane de St. Remy de Valois, Heretofore Countess de La Motte, 2 voll., Londra, J. Bew, 1791.

3. Nicolas de La Motte, Affaire du collier. Mémoires inédits du comte de Lamotte-Valois sur sa vie et son époque (1754–1830), a cura di Louis Lacour, Parigi, Poulet-Malassis et De Broise, 1858.

4. Henry Vizetelly, The Story of the Diamond Necklace, Told in Detail for the First Time, 2 voll., Londra, Tinsley Brothers, 1867. Opera ottocentesca fondata anche su lettere, atti e memorie allora disponibili; da usare criticamente.

5. Benedetta Craveri, Maria Antonietta e lo scandalo della collana, Milano, Adelphi, 2006.

6. Jonathan Beckman, How to Ruin a Queen. Marie Antoinette and the Diamond Necklace Affair, Londra, John Murray, 2014.

7. Château de Versailles, «L’affaire du collier de la Reine 1784–1785», scheda storica istituzionale, consultata il 12 settembre 2026.

8. Robint dis.; Jabez Goldar inc., Jeanne de St. Remy de Valois, comtesse de La Motte, incisione, circa 1790, Bibliothèque nationale de France, département Estampes et photographie, identificativo Gallica btv1b6942348f. Il cartiglio dell’esemplare reca: «Rege ab avo / Sanguine / nomen et lilia».

9. The Times, 3 giugno 1791, p. 3, col. d, notizia della caduta dalla finestra. Il rinvio è verificabile negli indici e nelle riproduzioni storiche del quotidiano; la descrizione delle intenzioni di Jeanne resta quella del cronista.

10. The Times, 25 agosto 1791, p. 3, col. b, necrologio che colloca la morte al martedì precedente, cioè il 23 agosto 1791.

11. Catherine Gobert, Die dämonische Amazone. Louise de Gachet und die Genese eines literarischen Frauentypus in der deutschen Romantik, Regensburger Skripten zur Literaturwissenschaft, 3, Ratisbona, Universität Regensburg, 2001. Studio con edizione e discussione delle testimonianze su Gachet; disponibile nel deposito istituzionale dell’università.

12. Louis de Soudak [Louis Bertram], «L’héroïne de l’affaire du collier. Son séjour en Russie; sa mort en Crimée», Bibliothèque universelle et Revue suisse, 1913, t. 69, pp. 63–97, 321–350 e 535–552; t. 70, pp. 75–103. È una ricostruzione tarda, non una fonte contemporanea alla morte di Jeanne.

13. Louis Hastier, Vieilles histoires, étranges énigmes, 4e série, Parigi, Fayard, 1961, pp. 254–278. Ripresa novecentesca della tradizione crimeana, utile per la storia della leggenda, non come prova autonoma dell’identità di Gachet.

Luca Simone Rancati Riva

Luca Simone Rancati Riva (1980) è araldista e genealogista, membro del Comitato Scientifico e della Redazione dell’«Annuario della Nobiltà Italiana». Laureato in Scienze della Comunicazione e bancario di professione, da oltre vent’anni si dedica a studi di araldica e genealogia, collaborando con riviste specialistiche del settore.

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