La tumulazione del Re Vittorio Emanuele III d’Italia e della Regina Elena a Vicoforte e le altre sepolture dinastiche della Real Casa di Savoia; Il “cerimoniale piccolo” della Traslazione delle Salme Reali usato per il Re Vittorio Emanuele III a Vicoforte

Il Santuario di Vicoforte è un edificio religioso situato nel territorio del comune di Vicoforte detto anche Basilica della Natività di Maria Santissima o santuario-basilica Regina Montis Regalis.
Si tratta di una chiesa monumentale, tra le più importanti del Piemonte, la cui cupola con sezione orizzontale ellittica risulta essere la più grande di tale forma al mondo.
Sin dal 2011 venne stabilito dalla Consulta dei Senatori del Regno, con il consenso del Collega Consultore S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, di iniziare una serie di contatti alfine di arrivare alla traslazione delle Auguste Salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena nel Santuario -Basilica di Vicoforte.
Il complesso trae le sue origini da un santuario medievale, composto da un modesto pilone decorato da un affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna col Bambino, eretto da un fornaciaio per propiziare la buona cottura dei mattoni.
Nel 1592, un cacciatore di nome Giulio Sargiano, pentito, appese il suo archibugio al pilone e iniziò una grande raccolta di fondi per riparare il danno dell’involontario danneggiamento dell’affresco per espiare così il suo peccato.
L’archibugio è conservato all’interno del Santuario, nelle nuove sale destinate a museo.

Nel giro di pochi anni questo luogo divenne meta di pellegrinaggi sempre più frequenti ed attirò anche le attenzioni del Duca Carlo Emanuele I di Savoia che, nel 1596, commissionò la costruzione di un grande santuario.
Il Duca Carlo Emanuele I di Savoia affidò i lavori all’architetto di corte Ascanio Vittozzi: nelle intenzioni del duca il santuario avrebbe dovuto accogliere i molti pellegrini e diventare in seguito il mausoleo di Casa Savoia, luogo destinato alle tombe della famiglia, funzione assunta in seguito anche dalla basilica di Superga sulla collina torinese.
Il monumento funebre in marmo del Duca Carlo Emanuele I venne realizzato nel 1792 dai fratelli Filippo e Ignazio Collino, che lavorarono anche alla decorazione della cripta di Superga. Su un piedistallo, ai lati dell’urna funeraria, sono le allegorie della Scienza e della Fortezza. Sopra l’urna è posta l’immancabile clessidra con le ali e ancora più in alto due puttini reggono il drappo funebre.
Il giorno 5 novembre 2017 una delegazione di Consultori membri del Comitato Scientifico dell’Annuario della Nobiltà Italiana si recò nel Santuario di Vicoforte per il conferimento delle medaglie d’oro della Real Casa del Portogallo ricevute dalle mani di S.A.R. il Principe Pedro del Portogallo, Capo della Real Casa del Portogallo e firmate, in un caso, da S.A.R. il Principe Serge di Jugoslavia, pronipote della Regina Elena di Savoia.
Le medaglie vennero conferite pochi minuti dopo la visita alla tomba del Duca Carlo Emanuele I di Savoia, detto il Grande, ubicata nella cappella di San Bernardo, innanzi al cenotafio della figlia prediletta del Duca, la Principessa Margherita di Savoia, Duchessa di Mantova e del Monferrato, sposa di Francesco IV Gonzaga, Duca di Mantova.
Morta nel 1655 a Miranda de Ebro, è sepolta nel Monasterio de las Huelgas a Burgos: l’alto protocollo cerimoniale dinastico sconsiglia, anzi vieta, il conferimento di onori innanzi ai sepolcri e quindi, per questo motivo, si optò per il conferimento innanzi al monumento commemorativo della principessa sabauda, in una vicina cappella monumentale, intitolata a San Benedetto.
Le decorazioni in affresco degli oltre seimila metri quadrati di superficie furono poi completate nel 1752 da Mattia Bortoloni e Felice Biella; il tema è quello della Salvezza.
Nel 1709 lo scultore Giuseppe I Gaggini assunse l’incarico di realizzare il monumento con la statua di Margherita di Savoia, figlia prediletta del Duca, monumento terminato nel 1714: innanzi a tale monumento, il 5 novembre 2017, vi fu il conferimento delle tre Medaglie all’Annuario della Nobiltà: al Merito di Santiago della Spada, al Merito di Nostra Signora di Villaviciosa e al Merito di San Michele dell’Ala all’Annuario della Nobiltà Italiana rappresentato dal direttore Andrea Borella, e da una rappresentanza del comitato scientifico dell’Annuario della Nobiltà, dalle mani di Sua Altezza Reale Dom Pedro José de Mendoça Bragança e Bourbon, Capo della Real Casa del Portogallo.
In quell’occasione lo scrivente direttore dell’Annuario della Nobiltà, accennò con il Rettore del Santuario Monsignor Bartolomeo (Meo) Bessone, vicario generale della Diocesi di Mondovì, del quale il Santuario fa parte, la questione dei – tutt’ora imprescritti – diritti perpetui di sepoltura dei Principi sabaudi nel medesimo Santuario, diritti confermati tutt’oggi sussistenti.
Il Santuario è monumento nazionale sin dal 1880.
È utile sottolineare che il diritto di sepoltura nei mausolei reali e dinastici è regolata da norme speciali derivanti dalle disposizioni dei fondatori degli stessi che, di norma, escludono ab origine la possibilità di inumazione di coloro che non appartennero alla Casa Reale e/o che non furono in possesso in vita, e quindi non lo sono in morte, di tutti i requisiti dinastici utili a lucrare il diritto all’inumazione in quei sacelli.
A tale proposito il prof. Aldo Mola, storico e presidente dell’associazione Senatori del Regno, spiega che il Santuario di Vicoforte è il primo e principale mausoleo della Dinastia. Sin dal 2013 S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Capo della Real Casa, aveva fatto sapere che Vicoforte poteva essere una scelta appropriata per la nuova tumulazione delle salme dei Re ancora in esilio.
L’articolo di Amadeo-Martín Rey y Cabieses “Los Saboya, un traslado secreto por las disputas familiares” con sottotitolo: “Los miembros de la familia real de Italia no querían que estuvieran en el ceremonial por el regreso de los restos mortales de los últimos monarcas italianos los repudiados Víctor Manuel” apparso sul periodico “La Razon” del 23 dicembre 2017 spiega alcuni retroscena della vicenda.
Ecco la traduzione della parte finale dell’articolo di Amadeo-Martín Rey y Cabieses, che interessa la vicenda italiana:
“Il ritorno in Italia, dietro le quinte, di Vittorio Emanuele III da Alessandria, in Egitto, e di sua moglie Elena, dal cimitero di Montpellier, non ha goduto della pompa che meritava. Nel 2006 vennero pubblicate le lettere di Umberto II, morto nel 1983, dopo di che Maria Pia, Maria Gabriella, Maria Beatrice di Savoia e di Isabella di Savoia Genova riconobbero il loro cugino Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, come capo della Casa.
Umberto II aveva proibito il matrimonio di suo figlio Vittorio Emanuele perché lo considerava ineguale. Infatti, Marina Ricolfi Doria, due volte campionessa del mondo di sci nautico, si sposò civilmente a Las Vegas nel 1970 con Vittorio Emanuele.
Un anno e mezzo dopo vi fu il matrimonio religioso a Teheran. (…)
D’altra parte, Amedeo di Savoia aveva sposato “comme il faut” la Principessa Claudia d’Orléans, figlia del conte di Parigi, ed ebbe un ottimo rapporto con lo zio Umberto II (…). Suo figlio Aimone, seguendo le tradizioni monarchiche, sposò la principessa Olga di Grecia, mentre Emanuele Filiberto sposò l’attrice Clotilde Coureau.
È certo che Vittorio Emanuele è figlio dell’ultimo re, ma molti dubitano che possa essere considerato quello che gli esperti chiamano “dinasta”.
Maria Gabriella, sorella di Vittorio Emanuele, è la più attiva delle principesse sabaude, creatrice della Fondazione Umberto II e Maria Josè di Savoia, dedicata agli studi storici di Casa Savoia. È stata lei che, nel 2017 trattò con il Presidente della Repubblica per la traslazione dei suoi nonni in Italia, che venne autorizzata. Fu assistita dal professor Aldo Mola, presidente della Consulta del Senato del Regno, e venne ottenuto il consenso dei governi francese ed egiziano.
Il posto giusto per seppellirli avrebbe potuto essere il Pantheon a Roma, dove sono Vittorio Emanuele II, Umberto I e la Regina Margherita.
Ma era improbabile che lo fosse con l’autorizzazione del governo e il permesso della Soprintendenza ai monumenti.
Si scartò la basilica torinese di Superga perché di ostacolo ad un futuro trasferimento al Pantheon. Mola propose il Santuario di Vicoforte, fondato da Carlo Emanuele I, Duca di Savoia, per essere un pantheon della casa. Nel 2013 il vescovo di Mondovì e il rettore del santuario, monsignor Bessone, autorizzarono la sepoltura.
Lo Stato si sarebbe incaricato del trasferimento dall’Egitto e dalla Francia, e la Casa Reale avrebbe organizzato la cerimonia funebre solenne, incaricando il mio buon amico Maurizio Bettoja, basandosi sui funerali di Carlo Alberto di Sardegna, morto a Oporto nel 1849.
Membri inaffidabili
Però che fare con Vittorio Emanuele di Savoia e con suo figlio Emanuele Filiberto?
Il fatto che non sono riconosciuti in possesso di diritti dinastici da molti Savoia creava un conflitto cerimoniale che avrebbe potuto dissuadere le altre Case Reali dall’assistere.
Anche lo Stato avrebbe potuto desistere dal trasferimento [delle salme Reali] se Vittorio Emanuele vi partecipava o era presente alla cerimonia. Il progetto si arrestò, ma nel maggio del 2017 Maria Gabriella chiese aiuto al Presidente della Repubblica.
Si accordò un’esumazione, trasferimento e inumazione privata per la Regina e cerimoniale militare per il Re. Tutto venne gestito dal conte Federico Radicati di Primeglio e dal prof. Mola. Bettoja redasse un nuovo cerimoniale minimo.
Per evitare la presenza di Vittorio Emanuele, mantenuto ai margini dallo Stato e dalla Famiglia Reale, nella quale non è incluso per i sostenitori del Duca di Aosta, non venne annunciata data e ora del trasferimento.”
Secondo quanto previsto dal piccolo cerimoniale venne appoggiata al cuscino quadrato di velluto chermisino, gallonato e con quattro nappe d’oro, una per angolo, poggiante sulla coltre, superiormente d’oro che ricopriva la cassa e che andava a costituire, ricadendo, e passando al velluto nero per il lutto solenne, uno degli elementi del “Letto di duolo” Reale.
La Corona Reale e le altre règalie rimangono a disposizione della Real Casa per le sue cerimonie solenni. La “Corona Reale di Savoia” è l’unica “Corona Reale di Savoia”, mai prima forgiata, che rispetti la foggia stabilita nel Regio Decreto del 1º gennaio 1890.
E’ stata la prima ad essere realizzata a norma di quanto stabilito dal Decreto Reale del 1890, dopo ben 127 anni dando così concretezza all’araldica regale sabauda con la forgiatura di una vera e propria corona, prima solo raffigurata su documenti e supporti di vario tipo.
Nel Regno d’Italia non è mai esistita la cerimonia dell’incoronazione, e, quindi, non si è mai resa necessaria la costruzione di una corona di Stato.
Tuttavia viene considerata Corona d’Italia la Corona Ferrea, utilizzata però soltanto come emblema e mai indossata dai Re d’Italia.
Dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, nel 1861, venne aperta una sottoscrizione per realizzare una nuova corona nazionale per Vittorio Emanuele II.
Nel 1862 un quotidiano fiorentino, Lo Zenzero, pubblicò in prima pagina che: «Il Gonfaloniere di Firenze, presidente di una Commissione Promotrice, deliberava l’anno passato una Corona al Re d’Italia, facendo appello a tutti i municipii italiani onde concorressero con i suoi amministrati, per mezzo di volontarie offerte, ad accumulare la somma necessaria per adempiere a questo dovere».
Nonostante una discreta somma raccolta, il quotidiano informò che la corona non era stata realizzata, pare «per vergognose gelosie municipali, e per incuria di coloro che tutto pospongono allo interesse e all’ambizione personale».
Il Re Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II, forse meditava di essere incoronato con la storica Corona Ferrea quando il clima politico italiano fosse stato più favorevole: nel 1890, infatti, la inserì nello stemma reale e nel 1896 donò al duomo di Monza, città in cui amava risiedere, la teca in vetro blindato dove la corona è tuttora custodita.
Il suo assassinio, nel 1900, interruppe i suoi progetti, ma alle sue esequie venne esposta la Corona Ferrea e la sua tomba al Pantheon ne reca, davanti, una copia bronzea.
Vittorio Emanuele III e Umberto II non vollero alcuna cerimonia di incoronazione.
Elena fu una regina tenera e discreta, capace di tenersi sempre lontana dalle questioni politiche nel corso di un quasi mezzo secolo drammatico e controverso, fu una moglie e una madre che si dedicò a numerose iniziative caritative e assistenziali che la resero amata e popolare tra i sudditi.
Predisposta particolarmente per lo studio delle lingue straniere, fece da traduttrice al marito per il russo, il serbo e il greco moderno, tenendogli in ordine l’emeroteca dei giornali stranieri. Nel 1903 la sua passione per l’arte la portò a fare pressioni affinché fosse ideata una nuova serie di francobolli utilizzando come bozzettista il pittore Francesco Paolo Michetti a cui diede precise indicazioni grafiche.
Il 28 dicembre 1908 Reggio Calabria e Messina furono colpite da un disastroso terremoto e maremoto. La regina Elena si dedicò subito ai soccorsi, come mostrano fotografie dell’epoca; ciò contribuì ad aumentare la sua popolarità.
A Messina, per volere della cittadinanza, le fu eretto un monumento in perenne ricordo, per le generazioni future, per la sua generosità ed abnegazione nell’assistenza ai terremotati del 1908. Studiò medicina e ne ebbe la laurea honoris causa; finanziò opere benefiche a favore degli encefalitici, per madri povere, per i tubercolotici, per gli ex combattenti ecc.
Durante la prima guerra mondiale Elena fece l’infermiera a tempo pieno e con l’aiuto della Regina Madre Margherita di Savoia, trasformò in ospedali sia la reggia del Quirinale sia Villa Margherita, caso unico in Europa; per reperire fondi, lei stessa inventò la “fotografia autografata” che veniva venduta nei banchi di beneficenza, mentre alla fine del conflitto propose la vendita dei tesori della corona per estinguere i debiti di guerra.
Il Sommo Pontefice Pio XI il 15 aprile 1937 le conferì la Rosa d’oro della Cristianità, la più importante onorificenza possibile a quei tempi per una donna da parte della Chiesa cattolica. L’impegno contro le malattie era un dovere che sentiva profondamente, promosse infatti negli anni iniziative per la formazione e l’aggiornamento professionale dei medici e degli operatori sanitari, per la ricerca contro la poliomielite, per la malattia di Parkinson e soprattutto contro il cancro.
Nel 1939, tre mesi dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale Elena scrisse una lettera alle sei sovrane delle nazioni europee ancora neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Bulgaria e Jugoslavia), al fine di evitare all’Europa e al mondo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale.
Terminata la guerra, il 9 maggio del 1946, Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio Umberto, assumendo il nome di Conte di Pollenzo e andò in esilio con Elena. La coppia reale si ritirò a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ospite di Re Farouk I d’Egitto che ricambiò così l’ospitalità data a suo tempo dal Re italiano a suo padre. Durante l’esilio i due coniugi festeggiarono il cinquantesimo anniversario di matrimonio.
Elena rimase col marito fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta il 28 dicembre 1947.
Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier, anche qui la popolazione ebbe modo di conoscere la «bonne Dame noire» («La buona signora in nero») che, nonostante le ormai residue possibilità economiche, continuava ad aiutare i poveri. Nel novembre 1952 si sottopose ad un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm. Elena morì il 28 novembre 1952 assistita unicamente dalla fedelissima camerista Rosa Gallotti.
Fu sepolta, come suo desiderio, in una comune tomba del cimitero cittadino a Montpellier. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte ben 50 mila francesi.
La Municipalità di Montpellier ha intitolato il viale che porta al cimitero alla regina Elena e le ha innalzato un monumento.
Per la sua vicinanza ai malati e per la sua grandissima umanità, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, il Ministero italiano delle Comunicazioni ha emesso un francobollo commemorativo con la sua effigie, associando la sua figura alla lotta contro il cancro. Nel 1960, a ricordo del suo aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto, le fu innalzato a Messina un grande monumento in marmo bianco di Carrara, che la riproduce vestita da crocerossina, opera dello scultore Antonio Berti. È in corso il processo di canonizzazione.
La figura di Elena ha ispirato anche scrittori e poeti. Tra essi Gabriele d’Annunzio che la cantò nella IV Preghiera per l’Avvento delle «Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi».
Papa Pio XII nel messaggio di condoglianze inviato al figlio Re Umberto II per la morte di Elena, la definì “Signora della carità benefica”.
La traslazione del feretro di Vittorio Emanuele di Savoia, III Re d’Italia
Re Vittorio Emanuele III fu sepolto, fino al 17 dicembre 2017, dietro l’altare della cattedrale di Santa Caterina di Alessandria d’Egitto.
Fu chiamato dagli italiani Il Re Soldato per aver guidato il suo paese durante entrambe le guerre mondiali.
Vittorio Emanuele III (Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia; Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947) fu Re d’Italia (dal 1900 al 1946), imperatore d’Etiopia (dal 1936 al 1941, anche se la formale rinuncia al titolo è del 1943), primo maresciallo dell’Impero (dal 4 aprile 1938) e Re d’Albania (dal 1939 al 1943). Abdicò il 9 maggio 1946 e gli succedette il figlio Umberto II.
Figlio di Re Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia-Genova, ricevette alla nascita il titolo dinastico di Principe di Napoli.
Il suo lungo regno (quarantasei anni) vide, oltre alle due guerre mondiali, l’introduzione del suffragio universale maschile (1912) e femminile (1945), delle prime importanti forme di protezione sociale, il declino e il crollo dello Stato liberale (1900-1922), la nascita e il crollo dello Stato fascista (1925-1943), la composizione della questione romana (1929), il raggiungimento dei massimi confini territoriali dell’Italia unita, le maggiori conquiste in ambito coloniale (Libia ed Etiopia). Morì quasi due anni dopo la caduta del Regno d’Italia.
Figlio unico di cugini primi, crebbe in un ambiente familiare rigido e ricevette un’educazione militare: fu scelto come suo precettore il colonnello di Stato Maggiore Egidio Osio, che ne fece un monarca sul modello prussiano di Re in arme.
Vittorio Emanuele, cresciuto lontano dagli affetti della famiglia maturò col tempo un carattere schivo, ma insieme riflessivo e curioso.
Ebbe educazione accurata, comprendente tra l’altro la frequenza della prestigiosa Scuola militare Nunziatella di Napoli, che completò con lunghi viaggi all’estero. Elevato al rango regio, divenne solito frequentare le sedute d’inaugurazione dell’Accademia Nazionale dei Lincei, così come di altre associazioni di stampo scientifico, alle quali si avvicinava, per i suoi interessi.
Tra tutte le sue passioni, in ambito culturale, svettavano forse la numismatica, la storia e la geografia: la sua conoscenza in queste materie era riconosciuta ad alti livelli, anche fuori dal Regno (scrisse un trattato sulla monetazione italiana, il Corpus Nummorum Italicorum). In più occasioni Vittorio Emanuele venne chiamato, in virtù della sua profonda conoscenza in campo geografico, come mediatore nei trattati di pace. Venne riconosciuto come arbitro per la disputa territoriale dell’isola di Clipperton tra Francia e Messico.
Estimatore di William Shakespeare, parlava quattro lingue, ma non amava né il teatro, né i concerti. Il 24 ottobre 1896 sposò al Quirinale con rito civile, seguito da quello religioso cattolico nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri una principessa montenegrina, Elena, la cui famiglia era molto legata, da vincoli politici e familiari, alla Corte di San Pietroburgo. La coppia, felicissima dal lato affettivo, tardò ad avere figli. Dopo quattro anni, nacque la principessa Jolanda (1901), che nel 1923 sposò il conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo.
Dopo la nascita di Mafalda (1902), che sposò nel 1925 il langravio Filippo d’Assia, arrivò l’atteso erede maschio, Umberto (1904), principe di Piemonte, che nel 1930 sposò Maria José del Belgio. La quartogenita, Giovanna (1907), sposò nel 1930 Boris III di Bulgaria e, infine, l’ultimogenita Maria Francesca (1914) sposò nel 1939 il principe Luigi di Borbone-Parma. Nel 1922 il Re si trovò letteralmente solo ad affrontare una crisi di cui solo i partiti incapaci e litigiosi furono responsabili.
Tra i tentennamenti di Facta, la cocciutaggine dei socialisti che per evitare scissioni interne si tennero lontani da qualunque coalizione e via discorrendo.
Il Fascismo prese il potere nel 1922, dopo la Marcia su Roma. Benito Mussolini ebbe nel 1924, come Capo del Governo, la fiducia dei partiti democratici, popolari e liberali dell’epoca con 306 voti favorevoli e 112 contrari.
Agì secondo statuto ed il primo governo Mussolini fu di coalizione con rappresentanze di molti partiti e la fiducia di un parlamento elettivo. De Nicola, poi Presidente della Repubblica, ed altri parlamentari votarono la fiducia e lo stesso Gronchi, poi Presidente della Repubblica, fu sottosegretario.
La crisi del 1922 fu molto più complessa di quanto le varie vulgate abbiano voluto raccontare per ragioni d’opportunismo politico nel dopoguerra.
Anche la secessione dell’Aventino fu una sciocchezza stigmatizzata solo da Giolitti che comprese.
Dopo la guerra scaricare ogni colpa sulla corona fece comodo a tutti. E tutti restarono in sella. Comunque sia per conoscere bene Vittorio Emanuele bisogna leggere la biografia di Volpe od il diario di Puntoni. Ma questa non è sede per giudizi storici approfonditi.
Non ci competono e si finirebbe solo per polemizzare.
Le legge razziali vennero approvate nel 1938: alla votazione, svolta con scrutinio segreto, presero parte 164 senatori, i voti contrari furono nove, i senatori ebrei non si presentarono a Palazzo Madama. Furono abrogate con due regi decreti del 20 gennaio 1944 dallo stesso Re Vittorio Emanuele III.
Vittorio Emanuele morì il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d’Egitto dove, con il titolo di «Conte di Pollenzo», si era ritirato in esilio prima della consultazione referendaria; si spense quindi il giorno dopo la firma della Costituzione italiana che con la XIII disposizione finale avrebbe visto lo Stato avocare a sé i beni in Italia degli ex Re di Casa Savoia e delle loro consorti.
La scomparsa dell’ex-re limitò ogni avocazione al solo Umberto II. Il Re d’Egitto Faruq dispose che il defunto avesse funerali di carattere militare (col feretro cioè disposto su un affusto di cannone e scortato da un’adeguata rappresentanza delle forze armate egiziane); la salma di Vittorio Emanuele III – salutata durante le esequie da 101 colpi di cannone – fu tumulata nella cattedrale cattolica latina di Alessandria d’Egitto.
Per desiderio dell’estinto sulla bara non furono deposti fiori: infatti, a chi volle onorarne la memoria, fu consigliato di seguire il suggerimento della vedova, la Regina madre Elena, ovvero di beneficare la comunità italiana in Alessandria d’Egitto.
Dichiarò Indro Montanelli: “Premesso che le leggi razziali furono una cosa ignobile, insensata e per nulla condivisa dal sentimento popolare, salvo una esigua frangia di fanatici che forse non si resero conto della loro criminosità, è assolutamente vero che la Costituzione faceva al Re obbligo di firmarle come qualsiasi altra legge approvata dal Parlamento”.
Infatti sulla loro approvazione, con firma del re, si pronunciò la Corte Suprema di Cassazione con la sentenza del 26 giugno 1950 n. 1624: “non possono considerarsi prive di efficacia giuridica per costituzionalità di fronte all’ordinamento giuridico del tempo”.
Prosegue Montantelli: “Altrimenti al Re non sarebbero rimaste che altre due alternative: o tentare un colpo di Stato per mettere alla porta Mussolini e il fascismo, o abdicare. Il colpo di Stato sarebbe stato un fallimento perché in quel momento Mussolini aveva in mano tutte le leve del potere, comprese le forze armate, e per di più poteva contare sull’appoggio incondizionato della Germania nazista che non glielo avrebbe certamente fatto mancare.
Abdicando, il Re avrebbe salvato la propria anima, ma affrettato la sottomissione dell’Italia a Hitler e così aggravato anche la condizione degli ebrei. Non solo, ma avrebbe privato il Paese dell’unico punto di riferimento istituzionale se un giorno si fosse trovato ancor più coinvolto nelle avventure naziste. Come poi avvenne”.
Le spoglie del Re, chiuse in una cassa a sua volta racchiudente la bara vera e propria,
partirono da Alessandria d’Egitto a bordo di un C130 dell’Aeronautica militare italiana, atterrarono nello scalo cuneese di Levaldigi, dopo un volo notturno: a terra, al passaggio della bara, è stato predisposto l’onore del picchetto con il saluto militare.
Il feretro ha poi trovato posto in un loculo ricavato all’interno della cappella di San Bernardo, dove si trovano quelle della consorte.
La salma del Re arrivò a Vicoforte solo alle 12,30 del 18 dicembre 2017; venne accolta dal Rettore del santuario Mons. Meo Bessone che benedisse la salma Regale e la cassa fu coperta da una bandiera italiana con lo stemma della Real Casa: fu proprio il prof. Aldo Mola ad appoggiare la bandiera sulla cassa contenente la bara.
Le bare dei reali sabaudi sono, come consuetudine, tappezzate di velluto rosso con croce Savoia di lama d’argento attraversante. Un trombettiere, caporalmaggiore degli Alpini, suonò il silenzio fuori ordinanza. Formatosi un piccolo corteo funebre Mons. Meo Bessone ed altri invitati (prof. Aldo Mola, presidente della Consulta dei Senatori del Regno, conte Federico Radicati di Primeglio delegato della Real Casa, Valter Roattino sindaco di Vicoforte ed altre personalità e pochi invitati alla cerimonia tra cui un membro del comitato scientifico dell’Annuario della Nobiltà Italiana) la bara fu portata nel Santuario entrando dal portone principale della piazza.
Appena il corteo fu entrato nel santuario le porte furono chiuse e la cassa trasportata nella cappella di S. Bernardo dove già era stata tumulata la Regina, e dove si trova la tomba del Duca Carlo Emanuele I, fondatore del santuario: con ciò ebbe inizio il piccolo cerimoniale della Traslazione della Salma Reale.
Il “cerimoniale piccolo” della Traslazione delle Salme Reali usato per il Re Vittorio Emanuele III
La cancellata della cappella di San Bernardo fu chiusa e la cassa, disposta con la testa verso l’altare ed i piedi verso la porta secondo il cerimoniale regale, fu deposta su un letto di parata coperto di velluto rosso gallonato d’oro, coperta da una coltre di tela d’oro, bordata di velluto nero a ricami dorati, sulla quale venne deposta la Corona Sabauda su un cuscino di velluto cremisi; la coltre di tela d’oro per tradizione fin dal Medioevo è riservata ai personaggi di rango regale. Correttamente la cassa con le spoglie del Re non andava posta per terra, come in uso secondo il cerimoniale more nobilium, ma sul regale letto di duolo, come venne correttamente fatto. Il Re ed i Principi di una Casa Sovrana non sono semplici nobili, ma Principi Reali, che è una qualità del tutto diversa e pubblica ed infinitamente superiore ad un nobile che, per quanto decorato di altissimi titoli, è un privato e suddito.
Chi ha scritto, criticando l’uso del letto di duolo, ha manifestato non solo una mancanza di conoscenza del cerimoniale Reale, ma, soprattutto, di una basilare mancanza di comprensione di ciò che è il cerimoniale, che deve esprimere visivamente l’oggetto ed il senso delle funzioni e la qualità delle Persone coinvolte.
Come è noto a chiunque abbia studiato i diari, le cronache di cerimoniali antichi o anche semplicemente assistito a cerimonie di un certo livello, il cerimoniale non è immutabile ma si è sempre adattato alle circostanze ad alle Personalità presenti, sempre salvi restando gli elementi essenziali e costitutivi della cerimonia; e nel caso di Vicoforte il cerimoniale si è modellato sulle circostanze particolari di quella specifica cerimonia. Peggio ancora ha fatto chi ha paragonato questa cerimonia di traslazione con la cerimonia funebre di Umberto II del 1983: quel funerale non fu certo un modello di aderenza al cerimoniale regale e, per quanto commovente, si trattò di una cerimonia confusa e disorganizzata, nella quale tra l’altro il feretro, con grave lesione del cerimoniale Regio che prevede il letto di parata rosso, fu posato a terra. È bene, tra l’altro, ricordare che questa fu solo una cerimonia di traslazione della salma del Re e non un funerale reale, come molti hanno scritto a sproposito: il funerale solenne del Re fu celebrato secondo il cerimoniale regale ad Alessandria d’Egitto nel 1947, oltre 70 anni fa. Vi è da sottolineare come vi siano molte differenze tra i funerali del Sovrano e quelli dei Principi della Real Casa, così come tra cerimonie funebri e cerimonie di traslazione: tuttavia sul feretro del Re, in tutti i casi, il cerimoniale prevede la deposizione di una corona reale. Questo fu il cerimoniale seguito sia in Portogallo sia a Torino per il Re Carlo Alberto ove sul suo feretro fu posata la corona Reale.
E’ inesatto affermare che la corona Reale non venne “mai usata per i funerali del Re d’Italia”, come qualcuno male informato ha scritto, poiché essa, vero elemento essenziale delle régalie del cerimoniale funebre Reale, fu usata con continuità fino alla fine della Monarchia: una corona reale cerimoniale si vede in una foto d’epoca proprio posata sulla coltre funebre dei funerali di Vittorio Emanuele III ad Alessandria d’Egitto nel 1947.
L’uso della corona Ferrea non sarebbe stata appropriato per Vittorio Emanuele III, neppure per i suoi funerali celebrati nel 1947, a cui indubitabilmente spettava la corona Reale Sabauda, non essendo Egli più Re d’Italia. Correttamente, come all’epoca del suo funerale, la Corona Ferrea non venne presa in considerazione per la cerimonia di traslazione, anche se più di una copia Ottocentesca di buona fattura sarebbe stata disponibile.
Aspetti pratici dovuti anche alla riservatezza dell’operazione hanno sconsigliato l’uso di altre insegne regali quali, ad esempio, un Collare dell’Ordine dell’Annunziata, insegna dell’Ordine Supremo della Real Casa che non venne, del resto, quasi mai usata per le cerimonie di traslazione dei defunti della Casa Reale ma, al contrario, quasi sempre utilizzata per i funerali dei Re e dei Principi della Real Casa.
Ai quattro angoli del feretro vennero posti quattro candelieri con quattro identici stemmi funebri del Re d’Italia Vittorio Emanuele III.
La varietà di stemmi Regi utilizzati nei funerali Reali, in cui aspetti non solo estetici ma anche visivi e pratici hanno dettato la forma delle armi, suggerirono, nel caso di Vicoforte, di omettere il gonfalone reale: la presenza del gonfalone avrebbe rimpicciolito troppo le armi rispetto al cartone su cui erano stampate.
Quattro carabinieri ed un alpino trombettiere attorniavano il tumulo.
Ai piedi della cassa assistevano in piedi il Delegato della Real Casa conte Federico Radicati di Primeglio, il prof. Aldo Mola, presidente della Consulta dei Senatori del Regno ed il nobile Maurizio Bettoja quale delegato per il cerimoniale reale, tutti membri della Consulta dei Senatori del Regno. Oltre a loro erano presenti il rettore del santuario Mons. Meo Bessone che impartì la benedizione alla salma Reale ed al sepolcro, due alti funzionari, e il sindaco di Vicoforte Valter Roattino, i quali ultimi erano disposti a destra del feretro.
All’atto della deposizione della cassa nel sepolcro i militari hanno fatto il saluto militare al Re soldato (così comunemente definito per la sua dedizione e appartenenza all’Esercito) ed è stato suonato il silenzio fuori ordinanza, mentre il conte Federico Radicati di Primeglio, il prof. Aldo Mola e il nob. Maurizio Bettoja, che sorreggeva la corona Reale sabauda sul cuscino di velluto cremisi gallonato d’oro, assistevano, raccolti, di fronte al sepolcro.
Alla fine della cerimonia il rettore ha compilato il verbale della tumulazione, che venne firmato sull’altare della cappella di San Bernardo. A conclusione della cerimonia, ed impartita la benedizione, la cassa fu trasferita nel sepolcro da poco completato.
Alla fine della cerimonia la Corona Reale, dorata e punteggiata di gemme e perle, che venne realizzata secondo il disegno ufficiale, previsto del Decreto Reale del 1 gennaio 1890, da un noto gioielliere romano per le cerimonie reali, è stata levata e verrà custodita a disposizione delle future cerimonie per i Principi e le Principesse appartenenti alla Real Casa di Savoia.
Al termine della tumulazione della salma di Vittorio Emanuele III al Santuario di Vicoforte, la Casa Reale ha incaricato il conte Federico Radicati di Primeglio di fare una dichiarazione alla stampa.
Il conte ha ricevuto delega per rappresentare la famiglia in «tutti i passi necessari per la estumulazione delle salme del Re d’Italia Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia affinché vengano traslati e ricongiunti in Italia nel centenario della Grande Guerra, come da noi auspicato nella lettera del 10 maggio al presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella».
La Regina Elena d’Italia e il Re Vittorio Emanuele III di Savoia, coniugati per oltre 50 anni, riposano oggi, l’uno accanto all’altra, finalmente riuniti nel Santuario di Vicoforte, nella cappella di San Bernardo.
A settant’anni dalla morte del Re in esilio, sarà quindi possibile rendere omaggio anche alla tomba di colui che fu Re d’Italia per quasi mezzo secolo, dal 1900 all’abdicazione nel 1946, e della regina più amata, Elena.
La tomba del Re reca, incisa nel coperchio del sarcofago marmoreo, la stella a cinque punte. La Stella d’Italia, conosciuta popolarmente come Stellone, è una stella bianca a cinque punte che da molti secoli rappresenta la terra italiana. È il più antico simbolo patrio italiano, risalente all’antica Grecia quando Venere, associata all’Occidente come stella della sera, venne assunta ad identificare la penisola italiana.
Nei primi anni del XVI secolo cominciò a essere associata con frequenza all’Italia turrita, personificazione nazionale allegorica della penisola italiana. La Stella d’Italia viene rievocata anche dall’emblema della Repubblica Italiana, dov’è sovrapposta a una ruota dentata d’acciaio, il tutto contornato da un ramo di quercia e da uno di ulivo.
Il Caesaris Astrum comparve nel 1574 anche sulla copertina del libro Historiarum de Regno Italiae dello storico Carlo Sigonio.
La Stella d’Italia fu poi ripresa da Cesare Ripa nel 1603, nella seconda edizione del suo celebre trattato Iconologia, che la riassociò all’Italia turrita, creando la versione moderna della personificazione allegorica dell’Italia: una donna turrita e stellata, cioè provvista della Corona muralis e della Stella Veneris.
Per quanto riguarda l’aggiunta della Stella d’Italia, Cesare Ripa si ispirò al Dictionarium historicum ac poeticum, opera redatta da Charles Estienne nel 1567.
Sull’Iconologia di Cesare Ripa la presenza della Stella d’Italia è così motivata: « […] Italia è una parte dell’Europa, & fu chiamata prima Hesperia da Hespero fratello d’Atlante, il quale cacciato dal fratello, diè il nome, & alla Spagna, & all’Italia: overo fu detta Hesperia (secondo Macrobio lib. I. cap. 2) dalla stella di Venere, che la sera è chiamata Hespero, per esser l’Italia sottoposta all’occaso di questa stella. Si chiamò etiandio Oenotria, ò dalla bontà del vino, che vi nasce, ò da Oenotrio, che fu Rè de’ Sabini. Ultimamente fu detta Italia da Italo Re di Sicilia il quale insegnò agl’Italiani il modo di coltivare la terra, & vi diede anco le leggi, percioché egli venne a quella parte, dove poi regnò Turno, & la chiamò così dal suo nome, come afferma Vergilio nel lib. I dell’Eneide. Hora noi la chiamiamo Italia dal nome di colui che vi regnò: ma Timeo e Varrone vogliono, che sia detta così dai buoi, che in lingua greca anticamente si chiamavano Itali, per esservene quantità e belli. […]». L’idea del destino della penisola italiana illuminato dalla stella continuò a essere diffusa anche dopo l’unità d’Italia grazie a Cavour e Casa Savoia. La casa regnante italiana cercò di legare a sé l’iconografia della Stella d’Italia suggerendo che si trattasse della stella sabauda, un motivo araldico della famiglia.
Dopo l’unità d’Italia, la presenza di enormi stelle simboliche sul palco d’onore delle cerimonie ufficiali a cui partecipava il Re Vittorio Emanuele II indusse sempre di più gli italiani a definirla, in modo affettivo, lo «stellone» che protegge l’Italia.
Sulla monetazione metallica italiana la Stella d’Italia è presente su tutte le emissioni in rame già dal 1861 e sino al 1907, nonché su tutti i conii di Re Umberto I.
La Stella d’Italia è rievocata anche dallo stemma del Re d’Italia utilizzato dal 1870 al 1890. Nel 1871, grazie al regio decreto nº 571 del 13 dicembre 1871 a firma del ministro Cesare Ricotti-Magnani, la Stella d’Italia è diventato uno dei segni distintivi delle forze armate italiane, le cosiddette “stellette”. Giosuè Carducci, alla Stella d’Italia, dedicò i famosi versi del componimento Scoglio di Quarto, scritto nel 1877 e facente parte dell’opera le Odi barbare: « […] E tu ridevi, stella di Venere, stella d’Italia, stella di Cesare: non mai primavera più sacra d’animi italici illuminasti […] »
Vi è da sottolineare come i resti dei Reali riposino, in entrambi i casi, solamente nel basamento di marmo grigio e nella parte inferiore su cui poggia il monumento, essendo le arche marmoree, composte di marmo nero, giallo e grigio e recanti un semplicissimo epitaffio, arche che riecheggiano lo stile dell’arca funeraria del Duca Carlo Emanuele di Savoia presente nella stessa Cappella di San Bernardo, un semplice complemento architettonico puramente decorativo e, quindi, in realtà, vuote.
L’iscrizione sulla lapide del Re Vittorio Emanuele III
L’epitaffio della Tomba del Re reca, sul marmo nero, incisa la seguente semplice iscrizione in caratteri dorati: “VITTORIO EMANUELE III / RE D’ITALIA / 1869 -1947”.
Per quanto riguarda l’epitaffio sulla tomba del Re Vittorio Emanuele III, correttamente non è ricordato il titolo d’uso che Egli assunse dopo l’abdicazione, ossia quello di Conte di Pollenzo ma il principale titolo dinastico con il quale venne conosciuto in vita, ossia quello di Re d’Italia. Tale situazione è simile a quella di Carlo Alberto che, nell’esilio, dopo l’abdicazione, assunse il titolo d’uso di conte di Barge: anche nell’epitaffio del suo sepolcro nella Tomba dei Re nel mausoleo di Superga Egli viene indicato con l’iscrizione “KAROLO ALBERTO REGE”, e non con altre e, certamente, non con il titolo d’uso di conte di Barge.
Data l’importanza delle nuove Tombe Reali realizzate nel Santuario di Vicoforte, nella cappella di San Bernardo, e poiché non paiono essere stati forniti altrove dettagli costruttivi ed architettonici, grazie alle preziose informazioni fornite dal Maestro d’Arte Stefano Grassini della ditta Tecnostone, che qui ringraziamo, aggiungiamo alcune notizie di carattere tecnico ed artistico circa la loro realizzazione.
Anzitutto si tratta di un’opera realizzata in due parti che chiameremo, per semplificare, Sepolcro (la parte bassa) ed Arca (la parte alta). I due Sepolcri sono stati realizzati utilizzando due marmi diversi: infatti l’interno è completamente rivestito in Marmo Bardiglio Imperiale, mentre l’esterno è rivestito in Marmo Bardiglio Cappella. Sulla parte esterna sono state realizzate delle semplici scanalature come decorazione e negli angoli di ogni lato fissate 4 borchie in bronzo. Uno zoccolo in marmo Nero Belgio contorna il perimetro.
Il Cappello del Sepolcro ha un peso indicativo di 320 kg e non è asportabile se non con utilizzo di mezzi d’opera. Le due Arche sovrastanti (che pesano l’una circa 700 kg) sono state realizzate con diversi materiali lapidei: su una base rettangolare dello spessore 6 cm, realizzata in Marmo Giallo Provenza, poggiano le lastre in Marmo Verde Levanto, decorate con innesti dello stesso Marmo Giallo Provenza e le iscrizioni lapidari appositamente realizzate a mano e decorate con foglia oro. Le Lesene sono In Bardiglio Cappella e si presentano con scanalature a guscia, complete di base e capitello. Il Marmo Nero Belgio, con innesti di Giallo Provenza, poggia sulle colonne e contorna la parte superiore dell’Arca. La parte finale è stata realizzata da un solo elemento scavato in Marmo Giallo Provenza, con due decorazioni in Marmo Nero Belgio che vogliono simulare due piccoli teli. La Stella d’Italia o Stellone è stata incisa sulla parte superiore dell’Arca. L’Arca della Tomba del Re reca, incisa sul marmo nero sulla parte frontale, in lettere dorate, la seguente semplice iscrizione in caratteri latini maiuscoli: “VITTORIO EMANUELE III / RE D’ITALIA / 1869 -1947” mentre quella della Regina reca similmente la scritta: “ELENA DI SAVOIA / REGINA D’ITALIA / 1873 -1952”. I blocchi in marmo sono stati selezionati presso una storica ditta di Pietrasanta, trasportati presso il laboratorio della ditta Tecnostone a Bene Vagienna, ove vennero lavorati per ottenere quanto progettato e concordato con la committenza. Vi è da sottolineare come i resti dei Reali riposino, in entrambi i casi, solamente nel basamento di marmo grigio (Sepolcro) posto nella parte inferiore su cui poggia il monumento, essendo le arche marmoree, composte di marmo nero, giallo e grigio e recanti un semplicissimo epitaffio, arche che riecheggiano lo stile dell’arca funeraria del Duca Carlo Emanuele di Savoia presente nella stessa Cappella di San Bernardo, un semplice complemento architettonico puramente decorativo e, quindi, in realtà vuote.
La testimonianza del presidente della Consulta dei Senatori del Regno prof. Aldo A. Mola
Al fine di poter completare ulteriormente le notizie ed i dettagli sulla tumulazione del sovrano in Vicoforte, il direttore dell’Annuario della Nobiltà Italiana si rivolse al presidente della Consulta dei Senatori del Regno, prof. Aldo A. Mola, il quale assistette SAR la Principessa Maria Gabriella di Savoia al tempo della traslazione. Il prof. Mola ha quindi fatto pervenire all’Annuario la testimonianza che pubblichiamo integralmente, a seguire, quale preziosa integrazione documentale storica:
A margine di quanto accuratamente pubblicato nell’Annuario della Nobiltà 2015–2020 aggiungiamo alcune informazioni su genesi e attuazione della Traslazione delle Salme della Regina Elena di Savoia dal cimitero Saint-Lazare di Montpellier (venerdì 15 dicembre 2017) e di Vittorio Emanuele III, Re d’Italia (domenica 17 dicembre 2017), dalla cattedrale cattolica di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto al Santuario-Basilica di Vicoforte (Cuneo).
La proposta di portare le Salme a Vicoforte venne fatta da Aldo A. Mola alla Consulta dei Senatori del Regno riunita in Roma (Palazzo della Provincia) in coincidenza con una tavola rotonda organizzata dal Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana, Sergio Boschiero, nel 150° dell’Unità nazionale (19 marzo 2011), con relatore, fra altri, il prof. Francesco Perfetti.
Mola argomentò che il Santuario-Basilica di Vicoforte, voluto quale Mausoleo della Casa da Carlo Emanuele I, duca di Savoia (1580-1630), andava privilegiato rispetto al Pantheon (a suo tempo scelto in via provvisoria per le Tombe di Vittorio Emanuele II e di Umberto I, in attesa della costruzione del Vittoriano, che poi divenne Altare della Patria con la Tumulazione del Milite Ignoto officiata da Vittorio Emanuele III) e alla Basilica di Superga (Mausoleo dei Re di Sardegna).
La proposta fu subito e pienamente condivisa da S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, componente della Consulta, e da tutti i Consultori presenti. Essa fu ribadita durante il convegno di studi “Incontro Umberto II trent’anni dopo”, svolto a Vicoforte il 16 marzo 2013, presente S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Aosta, e concluso dall’allora presidente della Provincia di Cuneo, Gianna Gancia, poi deputata al Parlamento europeo, che, a proposito della Traslazione, affermò: “Lo Stato non lo fa? Facciamolo noi d’intesa con la Principessa Maria Gabriella di Savoia, oggi forzatamente assente, che bene conosciamo custode delle memorie della Casa. Dobbiamo averne in coraggio”[1]. (1)
Nel frattempo, dopo colloqui preliminari con il Rettore del Santuario-Basilica di Vicoforte, monsignor Bartolomeo (Meo) Bessone, vicario della Diocesi di Mondovì, con lettere separate datate 7 gennaio 2017 S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia e Mola, quale presidente della Consulta, rivolsero istanza al Vescovo di Mondovì, monsignor Luciano Pacomio, illustre catechista, al Rettore del Santuario e al presidente del Consiglio di Amministrazione del Santuario, don Luigi Galleano, parroco di Dogliani, affinché fossero accolte nel Santuario le Salme del Re e della Regina, da tumulare “in forma strettamente privata”. La Principessa si dichiarò “lieta e onorata di illustrare di persona ogni aspetto del desiderio della Famiglia, come anche farà la Consulta”.
Il 22 aprile S.E. il Vescovo datò la risposta alla Principessa e a Mola, che, accompagnato per sua scelta dal conte Alessandro Cremonte Pastorello, fautore del proposito, ricevette le lettere dalle mani del Vescovo e si premurò di far pervenire a S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia quella a Lei indirizzata.
S.E. Monsignor Pacomio precisò che l’istanza era accolta “mantenendo il profilo strettamente privato della traslazione, così come manifestato nella richiesta citata in sintonia con le finalità spirituali della Basilica. Chiediamo alla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia e alla Consulta dei Senatori del Regno di assumersi l’impegno dell’operazione nella forma più discreta, con la collaborazione dei responsabili del Santuario. Avvaloriamo l’iniziativa alla luce della parola del salmo 39,13: Siamo tutti tuoi ospiti, pellegrinanti, come tutti i padri nostri”.
Anche a nome della Principessa, Mola ringraziò e assicurò formalmente a S.E. il Vescovo che l’impegno richiesto sarebbe stato rispettato: Pacta servanda.
Negli anni seguenti la Traslazione fu costantemente posta all’ordine del giorno delle Assemblee della Consulta, come è ricordato nell’Annuario citato (pag.33). Essa venne liberata da ogni valenza polemica e concepita quale atto di ricomposizione della memoria storica. Pertanto, ove possibile, andava compiuta di concerto con le Istituzioni e nelle forme indicate dal Vescovo, condivise dai richiedenti. Estumulazione, traslazione e tumulazione andavano eseguite quale “funerale di Famiglia”, da celebrare in riserbo e, al tempo stesso, con la dignità richiesta dal rango del Re e della Regina.
Su quel terreno si verificò, nel tempo, la convergenza tra il proposito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il desiderio della Famiglia Savoia: traslare in Italia le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena.
Il 10 maggio 2017 Vittorio Emanuele e Maria Gabriella di Savoia, “interpreti del comune sentire”, da Ginevra, “con il pieno assenso espresso in più occasioni dalle loro sorelle Maria Pia e Maria Beatrice”, si rivolsero “al Signor Presidente della Repubblica”, “confidando nella sensibilità sua personale e di Capo dello Stato”, affinché le Salme dei loro Nonni venissero “ricongiunte nella Patria che amarono e alla quale dedicarono sempre il Loro pensiero, nelle alterne fortune della storia”. Non dettero alcuna indicazione specifica, men che meno vincolante, del luogo della sepoltura (città, edificio ecclesiastico cappella privata).
L’istanza fu accolta. Il cammino verso la sua attuazione mosse dalla constatazione dell’assenso dichiarato dal Vescovo di Mondovì a S.A.R. e al presidente della Consulta di accogliere le Salme nel Santuario di Vicoforte, precisamente nella Cappella di San Bernardo, e delle condizioni da lui formulate per la tumulazione.
Per propiziare il dialogo tra i Soggetti coinvolti nella complessa “operazione” la Famiglia delegò il conte Federico Radicati di Primeglio, che si valse della consulenza di Aldo Mola. Questi suggerì di effettuare la traslazione entro il 70° della morte del Re (28 dicembre 1947), che si congedò dalla vita terrena mentre, quattro giorni prima che entrasse in vigore la Costituzione della Repubblica, era cittadino italiano soggiornante all’estero, nella pienezza dei diritti politici e civili, già capo supremo dello Stato e comandante “di tutte le forze di terra e di mare”. Non era morto “in esilio”. Il criterio fu accolto e il 28 dicembre 2017 divenne il termine ad quem della Traslazione.
Tutti i Soggetti convennero che ogni suo passaggio avvenisse nell’assoluta discrezione come dal carteggio corso nel 2013.
Dopo un sopralluogo da parte di chi aveva titolo e capacità di vedere e consigliare al meglio e sulla scorta della conseguente concertazione tra il Quirinale e il Delegato (luglio 2017), l’architetto Claudio Bertano, professionista di fiducia del Santuario, approntò il progetto e individuò l’impresa per la sua realizzazione, istruita su ogni dettaglio dell’esecuzione, con impegno, perfettamente rispettato, alla riservatezza.
In ottobre il consulente del conte Radicati individuò l’impresa di pompe funebri destinata ad accogliere i feretri che sarebbero stati recati da Montpellier in furgone e con aereo dall’Egitto all’aeroporto di Cuneo (Levaldigi) per proseguire alla volta del Santuario di Vicoforte senza indicarne l’identità. L’impresa ne ebbe cognizione la mattina del 15 dicembre, quando per i preparativi della tumulazione, entrò nella Cappella di San Bernardo del Santuario di Vicoforte e vide i nomi sulle lapidi disposte per le tombe.
Tra ottobre e novembre venne raccolta la documentazione e furono svolte tutte le pratiche previste dalla Delibera della Giunta Regionale del Piemonte (maggio 2012, n. 27-3831) “Disposizioni per il rilascio delle autorizzazioni concernenti l’individuazione di siti idonei a sede di tumulazione in località differenti dai cimiteri” ex art. 105 D.P.R. 10 settembre 1990, n.285 e art. 121 L.R. 31 ottobre 2007, n.2” e si mirò a conciliare i tempi della estumulazione e della traslazione con i vincoli specifici dei rispettivi luoghi di sepoltura. Questi imposero ulteriori misure, quali l’individuazione delle imprese addette all’estumulazione a Montpellier e ad Alessandria d’Egitto.
Poiché nel cimitero di Montpellier non erano consentiti lavori dopo il 15 dicembre e occorreva quindi procedere entro quel giorno ma il conte Radicati di Primeglio, delegato della Famiglia, era in partenza per Alessandria d’Egitto, su proposta del consulente quale sub-delegato per l’estumulazione del feretro della Regina Elena fu nominato l’avvocato Luca Fucini, di Sanremo, componente della Consulta dei Senatori del Regno, di assoluta fiducia e totale riservatezza.
Malgrado le pressanti raccomandazioni ricevute, il sindaco di Montpellier, Philippe Saurel, invitò due reti televisive (France 3 e Montpellier Actualité) a riprendere sue dichiarazioni durante l’estumulazione, iniziata alle 7:20 del 15 dicembre. Il feretro in zinco della Regina venne collocato in una “custodia” lignea sulla quale il sindaco e il Consultore Fucini apposero le coccarde della Francia e dell’Italia. Mentre la videoripresa fu emessa dalle due reti nel telegiornale mattutino, su ulteriori pressioni il sindaco rinviò alle h.18 la conferenza stampa da lui già programmata per le 10.
Il carro funebre entrò in Italia da Modane e giunse a Vicoforte alle 17:30. Solo in quel momento informata dell’evento, alle 17:45 la Principessa Maria Gabriella di Savoia da Ginevra inoltrò all’Ansa di Parigi la notizia dell’avvenuta traslazione della Salma della Nonna. La nota incluse il suo ringraziamento al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
L’impresa di pompe funebri, coadiuvata da quella che aveva approntato la carrucola per la deposizione del feretro nell’avello sormontato da pesantissima arca (già descritta nell’Annuario), introdusse la cassa contenente il feretro dal portale occidentale del Santuario, prossimo alla Cappella di San Bernardo.
Come da verbale, la tumulazione del feretro della Regina Elena avvenne presenti il delegato della Famiglia, conte Federico Radicati di Primeglio, il sindaco di Vicoforte, l’architetto Claudio Bertano, il Rettore mons. Bessone, che impartì la benedizione, una Personalità alla quale va la massima gratitudine, e il consulente del conte Radicati che su invito del Rettore pronunciò poche parole. Disse che per essere lieti dell’evento non è necessario essere monarchici; basta essere italiani. La breve cerimonia fu videoregistrata.
La notizia venne data in apertura dei telegiornali della sera e fece supporre che fosse quindi in arrivo il feretro di Vittorio Emanuele III. Esso, in effetti, fu prelevato dal retro dell’altare della cattedrale di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto sulla notte del 16 dicembre, alla presenza del conte Radicati di Primeglio, e trasferito con aereo militare, in volo per esercitazioni, dall’aeroporto di Il Cairo a quello di Cuneo-Levaldigi, ove giunse verso le 11 del 17 e proseguì in carro funebre per Vicoforte. Senza alcuna certezza del luogo e dell’ora dell’arrivo del feretro in Italia, a Vicoforte erano affluiti giornalisti di reti radiotelevisive e di testate nazionali e locali e molti cittadini.
Giunto sul lato occidentale del Santuario come già quello della Regina Elena, avvolto in ampio Tricolore con scudo sabaudo, dopo la benedizione impartita dal Rettore, nel silenzio assoluto degli astanti il feretro di Vittorio Emanuele III fu recato a spalle all’ingresso prossimo alla Cappella di San Bernardo, ove entrò accompagnato dal conte Radicati, dal N.H. Maurizio Bettoja, che aveva predisposto gli onori descritti nell’Annuario, dal consulente Mola, dalla dottoressa Maria Antonietta Bambagiotti, vice-prefetto vicario di Cuneo, e da quattro carabinieri, che si disposero ai lati del feretro di Vittorio Emanuele III. Un trombettiere della fanfara della Brigata Taurinense suonò il Silenzio fuori ordinanza mentre il feretro veniva calato nell’avello, alla destra dell’altare.
L’arca fu sigillata dalla lastra sulla quale, come per quella della Regina Elena, il consulente aveva fatto incidere la Stella, polisemica e atta al Re Soldato, morto il 28 dicembre 1947: cittadino italiano nella pienezza dei suoi diritti, riconosciuti con gli onori militari tributatigli sia alla partenza dall’Egitto sia nella austera cerimonia funebre a Vicoforte, rispondente all’impegno assunto con il Vescovo di Mondovì dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia e dal presidente della Consulta dei Senatori del Regno.
Il Verbale, redatto in tre copie, è conservato dalle Parti.
Si rinnova, al presidente Mola, il più vivo ringraziamento per le precisazioni sopra riportate.
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Nota: L’Italia recepisce le norme e consuetudini del cerimoniale diplomatico internazionale riguardante le Case Reali non più regnanti a cui vengono riconosciuti trattamenti onorifici regali ed alcuni diritti, purché questa Casa non abbia perso o rinunciato ai diritti dinastici e che sia riconosciuta come tale da entità esterne. Nel 2006 , in seguito alla pubblicazione di due lettere del Re Umberto II, le Principesse Reali Maria Pia, Maria Gabriella, Maria Beatrice e della Principessa Isabella di Savoia Genova, contessa Frioli di Rezzano, altri membri della Famiglia e alcuni autorevoli consiglieri, nonché S.A.R. Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, prendevano atto e palesavano che S.A.R. aveva assunto la titolarità della Casa di Savoia, a cui era succeduto con la morte di S.M. il Re Umberto II: suo figlio Vittorio Emanuele aveva perso i suoi diritti dinastici in seguito al suo matrimonio non autorizzato dal Capo della Casa e con donna di condizione inferiore, matrimonio non autorizzato anzi proibitogli da Re con lettera controfirmata per presa visione da Vittorio Emanuele stesso, così come stabilito dalle leggi dinastiche di famiglia: la successione dinastica in Casa Savoia è regolamentata da una serie di norme contenute in diversi atti: le Regie Lettere Patenti del 1780 e il Regio Editto del 1782, entrambi emanati da Vittorio Amedeo III, lo Statuto Albertino del 1848 e il Codice Civile del 1942 (artt. 92, 105 e 114).Il principe che sta per sposarsi, inoltre, deve obbligatoriamente ricevere l’assenso al matrimonio dal Capo della Casa, pena la perdita di tutti i diritti di successione. Nel caso di nozze fra principi che non siano state autorizzate, il Capo della Casa potrà decidere le sanzioni caso per caso, mentre nel caso di mancato assenso a un matrimonio diseguale (ad esempio, un principe e una persona non di sangue reale o di casa sovrana) è prevista la decadenza automatica del principe contraente matrimonio e l’esclusione da qualsiasi titolo e diritto di successione per sé e per la sua discendenza. Le lettere di Re Umberto II, risalenti alla fine degli anni ’60, di cui si sta parlando, unitamente alle leggi dinastiche della Real Casa di Savoia (che già vennero trascritte ed annotate a cura di Andrea Borella sin dal 2010 e pubblicate nella XXXI edizione dell’Annuario della Nobiltà Italiana, edizione commemorativa per i 150 anni dell’Unità d’Italia), vennero pubblicate anastaticamente ed organicamente per la prima volta in assoluto nella XXXII edizione dello stesso Annuario della Nobiltà Italiana, sempre diretto da Borella, insieme ad altri documenti di interesse storico e dinastico, già conosciuti, ma estremamente rari. Vi è da sottolineare come l’Annuario ha, da sempre, indicato in S.A.R. Amedeo di Savoia il Capo della Real Casa, anche da prima della diffusione delle lettere di Re Umberto II nel 2006, esclusivamente basandosi sullo studio e l’applicazione delle Leggi Dinastiche alla genealogia e alla successione della Real Casa di Savoia, leggi mai validamente emendate, né cassate, da alcun Capo della Real Casa (per maggiori informazioni si veda la parte I, di questa edizione, Casa Reale di Savoia)
[1] Incontro Umberto II trent’anni dopo in Da Giolitti a Umberto II. La storia che torna, a cura di Aldo A. Mola, Ufficio stampa della Provincia di Cuneo, 2014.




