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Araldica e nobiltà nell’impero del Giappone: un nuovo repertorio genealogico nobiliare – prima parte

Mon, kamon, simboli imperiali e titoli kazoku

Abstract

Il presente articolo esamina gli emblemi familiari giapponesi (mon e kamon) e le istituzioni nobiliari dell’Impero del Giappone mediante un confronto metodologicamente controllato con l’araldica europea. L’obiettivo non è assimilare il mon a una forma incompleta dello stemma occidentale, bensì analizzarlo quale sistema emblematico autonomo, dotato di una propria grammatica visiva, di specifiche funzioni sociali, di pratiche di trasmissione e di molteplici supporti materiali. Lo studio ne ricostruisce lo sviluppo storico e le modalità d’impiego in ambito militare, nell’abbigliamento, nell’architettura, nel rito e nella memoria familiare, soffermandosi sui criteri formali che ne definiscono l’identità — figura, silhouette, rapporto fra spazio positivo e negativo e varianti — e sulle cautele necessarie per descriverli con un lessico italiano.

L’analisi considera inoltre il rapporto tra pratiche emblematiche e istituzioni di rango: la Casa imperiale, i lignaggi di corte e guerrieri, i daimyō, la nobiltà titolata del kazoku, istituita in età Meiji, e la Camera dei Pari. Particolare attenzione è riservata alla distinzione fra rango storico, continuità genealogica, status giuridico e possesso o uso di un emblema, nonché alla storia e ai diversi contesti d’uso dei motivi del crisantemo e della paulownia. Il saggio affronta i limiti dell’applicazione della terminologia araldica europea alle fonti giapponesi, distingue i dati documentati dalle successive interpretazioni antiquarie, genealogiche e divulgative e propone, in conclusione, un modello filologico e catalografico volto a descrivere i mon senza comprometterne la specificità storica.

Infine, l’articolo considera la riorganizzazione della Casa Mikasa, decisa dal Consiglio economico imperiale il 30 settembre 2025, quale caso di studio della persistente rilevanza delle nozioni di casa, continuità istituzionale, funzione cerimoniale e organizzazione interna della Famiglia imperiale. In tale occasione la principessa Akiko fu riconosciuta capo della Casa Mikasa — primo caso, dall’entrata in vigore dell’antica Legge sulla Casa imperiale, di una principessa non sposata investita di tale posizione — mentre alla principessa Nobuko fu riconosciuta un’economia domestica autonoma con la costituzione della Casa della principessa Tomohito di Mikasa (Mikasa-no-miya Tomohito Shinnōhi-ke), prima creazione di un miyake dal 1990; i rami della Famiglia imperiale passarono così da quattro a cinque. Il trasferimento di Akiko nella residenza Mikasa, nel 2026, ha reso visibile il nuovo assetto anche sul piano materiale. Il caso resta naturalmente distinto dalle norme che disciplinano la successione al trono.

English abstract

This article examines Japanese family emblems (mon and kamon) and the noble institutions of the Empire of Japan through a methodologically controlled comparison with European heraldry. Its purpose is not to assimilate the mon to an incomplete form of the Western coat of arms, but rather to analyse it as an autonomous emblematic system, endowed with its own visual grammar, specific social functions, practices of transmission, and a variety of material supports. The study reconstructs its historical development and its modes of use in military contexts, dress, architecture, ritual, and family memory, focusing on the formal criteria that define its identity—figure, silhouette, the relationship between positive and negative space, and variants—as well as on the cautions required when describing them in Italian terminology.

The analysis also considers the relationship between emblematic practices and institutions of rank: the Imperial House, court and warrior lineages, the daimyō, the titled nobility of the kazoku, established in the Meiji period, and the House of Peers. Particular attention is given to the distinction between historical rank, genealogical continuity, legal status, and the possession or use of an emblem, as well as to the history and differing contexts of use of chrysanthemum and paulownia motifs. The essay addresses the limits of applying European heraldic terminology to Japanese sources, distinguishes documented evidence from subsequent antiquarian, genealogical, and popular interpretations, and concludes by proposing a philological and cataloguing model designed to describe mon without compromising their historical specificity.

Finally, the article considers the reorganisation of the Mikasa House, decided by the Imperial Household Economic Council on 30 September 2025, as a case study of the continuing relevance of the concepts of house, institutional continuity, ceremonial function, and internal organisation within the Imperial Family. On that occasion Princess Akiko was recognised as head of the Mikasa House — the first instance, since the entry into force of the former Imperial House Law, of an unmarried princess invested with that position — while Princess Nobuko was granted an independent household with the establishment of the House of Princess Tomohito of Mikasa (Mikasa-no-miya Tomohito Shinnōhi-ke), the first creation of a miyake since 1990; the branches of the Imperial Family thus rose from four to five. Akiko’s move to the Mikasa residence in 2026 made the new arrangement visible in material terms as well. The case remains, of course, distinct from the rules governing succession to the throne.

要旨

本稿は、日本の家紋(mon・kamon)および大日本帝国における貴族制度を、ヨーロッパ紋章学との方法論的に統制された比較を通じて検討するものである。その目的は、家紋を西洋の紋章の不完全な形態として同一視することではなく、固有の視覚的文法、特有の社会的機能、伝承・継承の慣行、および多様な物質的媒体を備えた自律的な標章体系として分析することにある。本稿は、家紋の歴史的展開と、軍事、服飾、建築、儀礼、家の記憶における使用形態を再構成し、その同一性を規定する形式的要素――図像、輪郭、正形と地の関係、ならびに異同・変種――を検討する。あわせて、それらをイタリア語の用語法によって記述する際に必要となる方法上の留保についても考察する。

さらに本稿は、標章の実践と身分・格式の制度との関係を扱う。対象には、皇室、公家および武家の系統、大名、明治期に創設された華族制度、ならびに貴族院が含まれる。歴史的な家格、系譜上の連続性、法的地位、および紋章の所持または使用を明確に区別することに、特に注意を払う。また、菊紋と桐紋の歴史および各々の使用文脈、ヨーロッパ紋章学の用語を日本の史料へ適用することの限界、文書によって裏づけられた事実と、後世の好古的・系譜学的・通俗的解釈との区別について検討する。結論部では、家紋の歴史的固有性を損なうことなく記述するための、文献学的かつ目録学的な方法を提示する。

最後に本稿は、2025年9月30日に皇室経済会議において決定された三笠宮家の再編を、皇族における「家」、制度的継続性、儀礼的機能、および内部組織という概念が今日なお重要であることを示す事例として考察する。この際、彬子女王は三笠宮家の当主と認められた。これは旧皇室典範の施行以降、未婚の女性皇族が当主となる最初の事例である。また、信子妃には独立の生計が認められ、「三笠宮寬仁親王妃家」が創設された。これは1990年以来初の宮家創設であり、皇族の宮家は四家から五家となった。さらに、2026年に彬子女王が三笠宮邸へ移られたことは、この新たな体制を物質的・空間的にも可視化する出来事となった。ただし、この事例は皇位継承を規律する法制度とは区別される。

Indice generale

L’indice che segue si riferisce all’opera completa. In questa prima parte sono pubblicate le Parti I–IV; le Parti V–VII, dedicate al repertorio delle figure, alla trasmissione degli emblemi e alla proposta catalografica, compariranno nella seconda parte, insieme alle conclusioni generali e alla bibliografia definitiva.

Parte I — Oggetto, metodo e terminologia

  1. Domanda di ricerca e contributo
  2. Introduzione
  3. Oggetto, metodo e gerarchia delle fonti
  4. Avvertenza: trascrizione, nomi, date

Parte II — Genesi storica e grammatica dei mon

  1. Origini e militarizzazione dei mon
  2. L’araldica europea e quella giapponese a confronto
  3. Criteri per un confronto controllato
      3.1 Dentro e fuori: maru ni e … no
      3.2 Il colore su due piani: tipo morfologico ed esemplare
  4. Mon e kamon: terminologia
      4.1 Jōmon e kaemon
      4.2 Altri termini: betsumon, soemon, himon, uramon
  5. Uso dei mon
  6. Numero dei mon, repertori e tentativi di descrizione
  7. Traducibilità dei mobili giapponesi
  8. Forme dei mon: i margini

Parte III — Il kazoku e la Camera dei Pari

  1. Kazoku: la nobiltà titolata dell’Impero del Giappone
      1.1 Cronologia, natura del titolo e lessico europeo
      1.2 Dalla signoria territoriale alla nobiltà di Stato
      1.3 Il Kazoku-rei del 1884 e i «nuovi nobili»
      1.4 Dai daimyō al kazoku
  2. Provenienza delle casate e consistenza numerica
      2.1 Il nucleo del 1869
      2.2 L’ampliamento successivo
      2.3 Gruppi d’origine specifica: sacerdoti ed ex imperiali
      2.4 Titoli e consistenza numerica
      2.5 Come usare i totali
  3. La Corea annessa: ōkōzoku e Chōsen kizoku
  4. Il kazoku e la Camera dei Pari
      4.1 Principi, marchesi e successione
      4.2 Conti, visconti e baroni
      4.3 Le altre componenti
      4.4 «Membro a vita» non è «pari a vita»
  5. Successione, adozione e passaggio dalla Casa imperiale
      5.1 Adozione e continuità familiare
      5.2 Passaggio dalla Casa imperiale
      5.3 Portata della norma
  6. Rinuncia, perdita del grado e mancata successione
      6.1 Perdita per condanna penale
      6.2 Misure disciplinari e restituzione
      6.3 Denuncia della successione
      6.4 Cautele sulle fonti
  7. Gradi di corte e concessioni in prossimità della morte
      7.1 Tsuishi e zōi
      7.2 Una sola morte giuridica
      7.3 Il caso Sakurai Jōji
  8. Il kazoku: amministrazione, case e regolamenti domestici
  9. Brisure e differenziazioni
      9.1 Rami, successioni e condivisione dei mon
  10. Criteri per una schedatura delle casate kazoku

Parte IV — Casa imperiale e simboli sovrani

  1. La Casa imperiale del Giappone
  2. Stato della Casa imperiale al 6 settembre 2026
  3. Kyū-miyake
  4. I mon imperiali
  5. Il crisantemo imperiale e la paulownia governativa
  6. Copricapi rituali: una cautela terminologica
  7. Le corone di rango: una proposta
      7.1 Natura sperimentale della proposta
      7.2 Il benkan storico dell’Imperatore
      7.3 Il copricapo dell’erede al trono e il nichigata no kanmuri
      7.4 L’hōkan dell’Imperatrice regnante
      7.5 Corone per i titolati, o pari
  8. Una proposta di differenziazione per i mon dell’Imperatore, dell’Imperatrice e dei principi imperiali
  9. Il nuovo Annuario della Nobiltà giapponese
  10. Conclusioni provvisorie della prima parte

Parte V — Repertorio delle figure · nella seconda parte

  1. Elementi e simboli costitutivi
  2. Il tomoe: una figura speciale
  3. Analogie grafiche e genealogie: piani da non confondere
  4. Animali mitologici e fantastici
      4.1 La fenice giapponese
      4.2 Il drago giapponese
  5. Animali e insetti
  6. Vegetali
  7. Astri, fenomeni atmosferici, mari, onde e monti
  8. Oggetti d’artigianato e manufatti
  9. Armi
  10. Numeri e caratteri nei mon

Parte VI — Trasmissione, concessione e usi sociali · nella seconda parte

  1. Scelta, assunzione e mutamento di un mon
  2. Unione e moltiplicazione dei simboli
  3. Cognome, casa, mon e sigillo
  4. Mon per figli adottivi e naturali
  5. Mon dei daimyō
  6. Un caso speciale: lo stemma Tokugawa
  7. Mon degli Dei, dei templi e dei santuari
  8. Supporti, insegne e vessilli
      8.1 Luoghi e oggetti d’impiego
      8.2 Bandiere e stendardi
      8.3 Gli uma-jirushi o matoi
      8.4 La bandiera della Nazione
  9. Autorità, concessione e registrazione: non un registro araldico nazionale
  10. I mon nell’età contemporanea: imprese, enti, cittadini

Parte VII — Descrizione scientifica e proposta catalografica · nella seconda parte

  1. Problemi nella descrizione tradizionale dei mon
  2. Mon parlanti, allusivi e ideografici
  3. Colori, materiali e tecniche come campi descrittivi
  4. La proposta Borella
      4.1 Gli otto campi della descrizione
      4.2 Ordine della formula descrittiva
      4.3 Attribuzione genealogica separata
      4.4 Grado di prova
      4.5 Modello di registrazione
      4.6 Limiti della proposta
  5. Conclusioni generali

Bibliografia e webografia

  1. Fonti istituzionali e normative
  2. Fonti storiche e repertori
  3. Studi moderni
  4. Risorse digitali
  5. Bibliografia del manoscritto originario

Parte I — Oggetto, metodo e terminologia

Domanda di ricerca e contributo

Questo saggio affronta una questione circoscritta: in quale misura i mon possano essere descritti, comparati e catalogati mediante un lessico analitico italiano, senza essere retrospettivamente assimilati a stemmi europei.

La risposta proposta si fonda su un modello articolato in due livelli. Il primo registra la morfologia del segno e il suo supporto materiale; il secondo identifica il titolare, la cronologia, il contesto d’uso, la fonte e il grado di attendibilità dell’attribuzione. Il modello è formalizzato nella seconda parte del lavoro; le pagine che seguono ne predispongono i presupposti storici, istituzionali e terminologici.

Il contributo non consiste né nell’elaborare un blasone giapponese né nell’offrire un repertorio esaustivo delle famiglie. Esso mira piuttosto a dimostrare che la comparazione risulta metodologicamente utile soltanto se mantiene distinti forma, denominazione, uso, status e genealogia.

La Casa imperiale e il sistema kazoku costituiscono pertanto due casi di verifica particolarmente significativi: essi mostrano come la relazione fra un emblema e un rango non autorizzi a dedurre automaticamente, dal possesso o dall’uso di un mon, né la nobiltà del titolare né l’esistenza di diritti dinastici.

Introduzione

L’araldica europea si sviluppò in stretta relazione con gli ordinamenti signorili e feudali del Medioevo e dell’età moderna, assumendo in numerosi contesti una funzione rilevante nella rappresentazione delle persone, delle famiglie, delle istituzioni e dei ranghi.

Le fonti storiche europee mostrano come la «nobile e gentile scienza dell’araldica e della genealogia» [1], secondo una tradizionale definizione degli araldi, sia divenuta tanto strettamente connessa alla storia da risultarne difficilmente separabile [2].

Le pratiche emblematiche dell’Asia e dell’Africa hanno ricevuto, almeno nella storiografia occidentale, un’attenzione generalmente inferiore a quella riservata alle tradizioni europee e nordamericane. Ciò non implica l’assenza di sistemi di segni distintivi, di appartenenza o di rappresentazione del rango, ma segnala piuttosto una persistente asimmetria nella storia degli studi. L’Impero del Giappone costituisce, sotto questo profilo, un caso di particolare rilievo: la lunga durata degli ordinamenti guerrieri e feudali, la centralità delle istituzioni di corte e l’ampia diffusione dei mon consentono di osservare un sistema emblematico di notevole articolazione storica.

L’emblematica giapponese non conobbe un’autorità araldica centrale paragonabile, per funzioni e competenze, alla Consulta araldica italiana, al College of Arms inglese o alla Court of the Lord Lyon scozzese. Tale assenza istituzionale non equivale tuttavia a una mancanza di regole. Consuetudini di casato, limitazioni politiche, concessioni sovrane, repertori di corte e militari, norme cerimoniali e forme di tutela riservate a specifici segni produssero pratiche effettive di uso, trasmissione e controllo, pur senza confluire in un unico diritto araldico formalizzato. Il mon deve pertanto essere studiato come sistema emblematico autonomo, non come forma incompleta dello stemma europeo [3].

Un episodio degli anni Novanta, spesso richiamato nella letteratura divulgativa, contribuisce a chiarire la distanza fra le due tradizioni, purché sia definito con precisione. Il secondogenito dell’imperatore Akihito, allora noto con il titolo infantile di Aya-no-miya e oggi erede al trono (kōshi) Fumihito, principe di Akishino [4], sposò Kawashima Kiko il 29 giugno 1990. In occasione del matrimonio gli fu conferito il titolo di Akishino-no-miya e fu costituita la Casa di Akishino quale ramo autonomo della Famiglia imperiale. Il principe non uscì dunque dalla Casa imperiale, ma assunse una distinta posizione dinastica e domestica nel quadro dell’ordinamento imperiale giapponese: il caso non attesta una «creazione araldica» in senso europeo, bensì il nesso fra titolo di casa, organizzazione della Famiglia imperiale e uso di un proprio emblema [5].

Alla nuova casa fu inoltre associato un emblema proprio. Una notizia ricorrente nella pubblicistica divulgativa vuole che l’Agenzia della Casa imperiale si sia rivolta, per la progettazione del disegno, a uno studioso universitario di storia dell’arte e della cultura giapponese; poiché non ne è indicato né il nome né l’atto di commissione, e la circostanza non trova riscontro negli atti dell’Agenzia né nella letteratura specialistica, l’informazione va mantenuta al livello di voce non verificata e non può essere impiegata come dato archivistico [6].

La maggior parte dei mon non corrisponde a stemmi nel senso tecnico e giuridico proprio dell’araldica europea. In larga misura essi furono adottati e trasmessi dai rispettivi portatori senza essere sottoposti a un controllo centrale uniforme; limitazioni e forme di tutela variarono invece secondo l’epoca, il rango del titolare, il contesto d’uso e la natura del motivo.

Alcuni disegni furono tuttavia soggetti, in epoche diverse, a riserve o controlli particolarmente rigorosi. Fra essi si distinguono il crisantemo e la paulownia (kiri) [7]. Il primo è connesso in modo eminente alla Casa imperiale; la seconda, pur appartenendo alla storia della simbologia imperiale e trovando oggi largo impiego nell’iconografia governativa, ebbe una circolazione storicamente più ampia. Le due figure non devono quindi essere qualificate, senza ulteriori precisazioni, come emblemi «esclusivamente» imperiali.

Esistono infatti numerosi mon che incorporano elementi di crisantemo o di paulownia. Alcuni furono conferiti dalla Corte imperiale a famiglie che si intendeva onorare, ricompensare o legare mediante rapporti di favore e servizio; altri furono adottati da istituzioni religiose, soprattutto santuari e templi, per richiamare antichi rapporti storici, cerimoniali o simbolici con la Casa imperiale. Tali attribuzioni e tali usi devono tuttavia essere verificati caso per caso, poiché la sola presenza del motivo non prova né una concessione sovrana né una relazione dinastica.

Processione di un daimyō diretta a Edo, scuola Hishikawa, circa 1700. Particolare di un rotolo orizzontale del periodo Edo, dipinto a inchiostro, colori e oro su seta. I mon riprodotti sulle vesti degli uomini del seguito testimoniano la funzione identificativa e cerimoniale degli emblemi familiari nell’ordinamento feudale giapponese. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 2019.447.1; pubblico dominio.

Le varianti del crisantemo e della paulownia sono oggi assai numerose. La paulownia, in particolare, non fu sottoposta a una riserva generale e assoluta paragonabile a quella che, in determinate forme e contesti, poteva riguardare il crisantemo imperiale. La differenza non riguarda soltanto il soggetto botanico, ma anche il numero e la disposizione degli elementi, il contesto d’uso, la cronologia e l’eventuale riconoscimento o concessione da parte della Corte [8].

I mon sono più che semplici stemmi nel senso ristretto dell’araldica europea: costituiscono una componente rilevante della storia delle arti grafiche, decorative, cerimoniali e sociali del Giappone.

Molti motivi successivamente impiegati come emblemi — fra i quali il crisantemo, il glicine, la paulownia e la peonia — nacquero come disegni ornamentali, destinati soprattutto ai tessuti e agli oggetti di prestigio. Non è possibile stabilire con piena certezza il momento nel quale essi iniziarono a essere impiegati come segni familiari. Nella fase tarda del periodo Heian [9], tuttavia, emergono indizi secondo cui alcune famiglie cominciarono a privilegiare determinati motivi, usandoli con continuità e quasi a esclusione di altri. Tali pratiche possono pertanto essere considerate antecedenti funzionali dei successivi kamon, senza attribuire retroattivamente a quelle decorazioni un’identità pienamente coincidente con quella delle forme più tarde.

Brocca per sake (hisage) decorata con emblemi di crisantemo e paulownia disposti in campi alternati, Giappone, periodo Momoyama, inizi del XVII secolo. Legno laccato con decorazione in oro hiramaki-e ed e-nashiji su fondo nero. L’opera documenta l’impiego dei motivi emblematici anche nell’ambito delle arti decorative e degli oggetti di rappresentanza. Il Metropolitan Museum lo collega allo stile Kōdaiji e alla rappresentazione del potere di Toyotomi Hideyoshi. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 1980.6; pubblico dominio.

Oggetto, metodo e gerarchia delle fonti

L’oggetto di queste pagine è duplice. Da un lato, esse esaminano il sistema dei mon: segni grafici riferibili a una persona, a una casa, a un lignaggio, a un’istituzione, a un tempio, a un santuario, a un corpo militare o, in età moderna e contemporanea, a un’attività economica. Dall’altro, considerano gli ordinamenti di stato e di rango — la Casa imperiale, le antiche famiglie di corte, i daimyō, il sistema kazoku e la Camera dei Pari — entro i quali tali segni furono adottati, impiegati, trasmessi, concessi o sottoposti a limitazioni.

I due piani sono frequentemente connessi, ma non coincidono. Il possesso o l’uso di un mon non dimostra, di per sé, l’appartenenza del titolare alla nobiltà; parimenti, la condivisione di un medesimo disegno non prova automaticamente una comune discendenza agnatizia né l’appartenenza a un unico lignaggio.

Nel presente lavoro il termine «araldica» è impiegato in senso comparativo e funzionale. Quando occorre designare la disciplina europea fondata sullo scudo, sugli smalti, sulle figure e su specifiche regole di blasonatura, differenziazione e trasmissione, si utilizza più precisamente l’espressione «araldica europea». Con riferimento al Giappone risultano preferibili, secondo il contesto, le formule «emblematica giapponese», «sistema dei mon» o «araldica giapponese»; quest’ultima è adottata in senso descrittivo e con la necessaria cautela concettuale.

La comparazione conserva piena legittimità quando mette in relazione problemi omologhi — riconoscimento, memoria della casa, manifestazione pubblica del rango, trasmissione, differenziazione e uso cerimoniale — senza postulare un’identità di forme, di funzioni giuridiche o di sviluppo storico.

Le fonti sono organizzate secondo quattro livelli gerarchici.

Il primo comprende le fonti normative, istituzionali e documentarie: la Costituzione del Giappone, la Legge sulla Casa imperiale, i materiali dell’Agenzia della Casa imperiale, i documenti d’archivio, le esposizioni digitali dell’Archivio nazionale e le raccolte della National Diet Library. Tali fonti costituiscono il principale fondamento per l’accertamento di status giuridici, assetti istituzionali, atti ufficiali, titoli e dati cronologici.

Yōshū (Hashimoto) Chikanobu, Rappresentazione dell’Assemblea imperiale della Camera dei Pari (Teikoku gikai kizokuin no zu), 1890. Trittico xilografico a colori. Pubblicata nel settembre 1890, circa due mesi prima della prima effettiva riunione della Camera dei Pari, l’opera costituisce una rappresentazione contemporanea e anticipatrice della nuova istituzione, non la registrazione di una seduta realmente avvenuta. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. JP3422; pubblico dominio.

Il secondo livello comprende le principali testimonianze storiche, antiquarie e repertoriali: il saggio di Thomas R. H. McClatchie del 1876, lo studio di Rudolf Lange del 1903, i bukan e l’ampio Nihon monshōgaku di Numata Raisuke, pubblicato nel 1926 [10]. Tali opere sono utilizzate sia come fonti per la storia della conoscenza dei mon, sia come repertori di immagini, denominazioni e tradizioni attributive; le loro affermazioni vengono tuttavia sottoposte, ove possibile, a confronto con fonti giapponesi coeve, studi specialistici e documentazione istituzionale. Il Nihon monshōgaku, edito da Meiji Shoin e conservato nella National Diet Library, consta di 1.432 pagine più 54 supplementari, a conferma della sua eccezionale ampiezza repertoriale.

Il terzo livello è costituito dagli studi moderni e contemporanei, nonché dai repertori specialistici. Essi sono impiegati sia per sottoporre a verifica le impostazioni evoluzionistiche o eurocentriche presenti in parte della letteratura ottocentesca, sia per ricollocare ciascun segno nel proprio supporto materiale, nel contesto d’uso e nelle pratiche sociali, istituzionali e cerimoniali che ne determinarono la funzione.

Il quarto livello comprende enciclopedie collaborative, blog, pagine genealogiche e contributi divulgativi. Tali materiali sono stati esaminati in quanto utili a individuare riferimenti bibliografici, varianti iconografiche, tradizioni attributive e piste di ricerca; essi sono tuttavia impiegati esclusivamente come strumenti orientativi o di riscontro incrociato e mai come unica prova di una tesi controversa [11].

Varianti del crisantemo impiegate come emblemi della Casa imperiale e delle case principesche, nella tavola «皇室御紋章» (Kōshitsu go-monshō), in Numata Raisuke, Nihon monshōgaku, Tokyo, Meiji Shoin, 1926, tavola e p. 334. National Diet Library Digital Collections, PID 1879378, ripresa digitale n. 221; pubblico dominio.

Particolare cautela richiedono le pagine che raccolgono materiali di provenienza eterogenea. I siti di Hubert de Vries, dedicati ai simboli del Giappone e dell’Impero, sono utili quali repertori comparativi e iconografici; le singole attribuzioni, ricostruzioni e interpretazioni devono tuttavia essere ricondotte alle fonti ivi indicate e sottoposte a verifica indipendente [12]. Il sito propone infatti una lettura fortemente mediata dal lessico e dalle categorie dell’araldica europea, che può costituire uno strumento comparativo, ma non sostituisce la documentazione giapponese né la storiografia specialistica.

Analoga prudenza è necessaria nell’impiego di Some Information on Nobility, Peerage and Ranks in Ancient and Meiji Japan, testo utile per ricostruire il lessico occidentale relativo alla parìa giapponese e per individuare piste bibliografiche, ma non sostitutivo né delle fonti normative coeve né degli studi specialistici contemporanei [13].

Una parte consistente del nucleo antiquario di questo lavoro riprende, traduce o adatta materiali provenienti da McClatchie e, soprattutto, da Lange. La presente revisione conserva tali passaggi sia come deposito di informazioni sia come documento della storia occidentale degli studi sull’emblematica giapponese. Le loro categorie comparative, le loro attribuzioni e le loro generalizzazioni non devono tuttavia essere automaticamente assunte come rappresentative della ricerca contemporanea: esse richiedono, quando possibile, un confronto con fonti giapponesi, studi recenti e documentazione istituzionale.

Le pagine iniziali dei due principali studi occidentali ottocenteschi e primo-novecenteschi sull’emblematica giapponese: Thomas R. H. McClatchie, Japanese Heraldry, relazione letta all’Asiatic Society of Japan il 25 ottobre 1876 e pubblicata nei Transactions della Società, vol. V, 1877; Rudolf Lange, Japanische Wappen, in Mittheilungen des Seminars für Orientalische Sprachen an der Königlichen Friedrich-Wilhelms-Universität zu Berlin, VI, 1903, pp. 63–281. Queste opere costituiscono insieme un deposito di informazioni e una testimonianza della storia occidentale degli studi sui mon, ma le loro categorie comparative e generalizzazioni evoluzionistiche richiedono una revisione critica alla luce della ricerca contemporanea.

Avvertenza: trascrizione, nomi, date

I termini giapponesi sono trascritti secondo il sistema Hepburn. In linea generale le vocali seguono valori prossimi a quelli italiani, mentre le consonanti si conformano ai valori convenzionali della romanizzazione. Ai fini della lettura si tengano presenti i casi seguenti:

  • ch si pronuncia come la «c» di «cena»;
  • g si pronuncia come la «g» di «gara»;
  • h corrisponde generalmente a un suono aspirato;
  • j si pronuncia come la «g» di «giallo»;
  • n rappresenta la mora nasale ん, la cui realizzazione fonetica varia in relazione al suono seguente. L’apostrofo è collocato dopo n quando essa precede una vocale o y, allo scopo di evitare ambiguità di segmentazione: esso segnala quindi una separazione grafica, non un rafforzamento fonetico;
  • sh si pronuncia come il gruppo «sc» di «scena»;
  • w indica una semivocale, approssimativamente assimilabile a una «u» molto rapida.

Il macron segnala l’allungamento vocalico. È mantenuto nei termini tecnici e nei nomi per i quali consente di evitare ambiguità; per gli esonimi ormai consolidati nell’uso italiano — Tokyo, Kyoto, Osaka — si conserva invece la grafia corrente. La presente redazione adotta, per quanto possibile, una trascrizione Hepburn coerente, conservando fra parentesi le forme storiche o alternative quando risultino necessarie all’identificazione di un titolo, di un’opera o di una citazione.

I nomi giapponesi sono riportati, salvo diversa esigenza bibliografica o documentaria, secondo l’ordine tradizionale giapponese: cognome seguito dal nome personale.

I termini giapponesi vengono in linea generale tradotti, con l’eccezione di quelli entrati nell’uso comune, quali samurai e shōgun. Qualora la traduzione risulti riduttiva o non renda adeguatamente il contenuto istituzionale, storico o culturale dell’originale, il termine è mantenuto in giapponese e spiegato alla prima occorrenza. Per cariche, titoli e qualifiche privi di un effettivo equivalente occidentale si rinvia al glossario posto in calce alla sezione «Kazoku: la nobiltà titolata dell’Impero del Giappone».

Per le date anteriori all’età Meiji occorre considerare che il Giappone impiegava un calendario lunisolare: i mesi, di ventinove o trenta giorni, erano regolati secondo le fasi della Luna e, quando necessario, integrati mediante un mese intercalare per mantenere la corrispondenza con l’anno solare. Gli anni erano indicati mediante le ere, o nengō. Prima del 1868 un medesimo regno poteva comprendere più ere e una stessa era poteva attraversare una successione imperiale; il principio di un’unica era per ciascun regno fu introdotto nell’età Meiji.

La data Meiwa 4/7/21 designa il ventunesimo giorno del settimo mese del quarto anno dell’era Meiwa e corrisponde al 15 agosto 1767 del calendario gregoriano. Le conversioni devono essere effettuate mediante tavole cronologiche o strumenti specialistici affidabili, indicando il criterio adottato e prestando attenzione ai mesi intercalari, nonché alle date incomplete, controverse o incerte riportate dalle fonti.

La lettura dei nomi propri richiede particolare cautela. Uno stesso carattere giapponese può ammettere letture differenti, soprattutto in ambito onomastico: la pronuncia di nomi personali e toponimi non è quindi sempre deducibile dalla sola grafia. Il nome scritto 明子, per esempio, è oggi comunemente letto Akiko, ma è attestato anche come Meishi e, in ambito storico, come Akirakeiko: così è tramandato il nome di Fujiwara no Akirakeiko (829–900), consorte dell’imperatore Montoku e madre dell’imperatore Seiwa [14]. Nei casi dubbi il presente studio adotta la lettura attestata dalla fonte più autorevole e, ove opportuno, indica i caratteri originali e le possibili varianti.

Daishō-reki del settimo anno di Kaei (1854), con samurai in armatura. Questi calendari figurati comunicavano la successione dei mesi “lunghi” (dai, 30 giorni) e “brevi” (shō, 29 giorni) mediante enigmi visivi e testuali. National Diet Library, Egoyomi harikomi-chō, segnatura 寄別13-64, 13 × 9 cm. Fonte: The Japanese Calendar, National Diet Library

Parte II — Genesi storica e grammatica dei mon

Origini e militarizzazione dei mon

Parte II — Genesi storica e grammatica dei mon

Origini e militarizzazione dei mon

La genesi dei mon non può essere ricondotta a una semplice successione di rivolte o conflitti militari. Nella tarda età Heian motivi ornamentali associati alle famiglie dell’aristocrazia di corte comparivano già su vesti, suppellettili e carri trainati da buoi, svolgendo funzioni insieme estetiche, rappresentative e distintive. Con la progressiva affermazione dei gruppi guerrieri, tale cultura del segno fu trasferita e adattata alle esigenze dell’identificazione e della visibilità militare.

Nella fase centrale del periodo Heian (794–1185), mentre i gruppi guerrieri provinciali acquisivano una crescente autonomia, la rivolta Tengyō (Tengyō no ran, 939–940; 天慶の乱), guidata da Taira no Masakado [15], mise in discussione l’autorità della nobiltà di corte nelle province orientali. Essa costituisce un passaggio rilevante nell’affermazione dei guerrieri provinciali come forza politica, ma non può essere considerata, isolatamente, il momento originario del sistema dei mon.

I conflitti successivi — la guerra dei Nove anni anteriori (Zenkunen no eki, 1051–1062), la guerra dei Tre anni posteriori (Gosannen no eki, 1083–1087), il conflitto di Hōgen [16], quello di Heiji [17] e la guerra Genpei [18] — crearono un contesto nel quale stendardi, cortine, bardature, vesti e parti dell’equipaggiamento acquistarono una crescente importanza come mezzi di riconoscimento e di manifestazione dell’appartenenza.

I conflitti del periodo Nanboku-chō [19] e la guerra Ōnin [20] appartengono invece a fasi assai posteriori. Essi non rappresentarono il «colpo di grazia» di un processo unitario, ma contribuirono alla più ampia diffusione, alla differenziazione e alla moltiplicazione dei segni di casato e di appartenenza militare.

Nel corso di questi secoli i samurai [21] non sostituirono integralmente la nobiltà di corte, che continuò a esercitare funzioni politiche, religiose e cerimoniali, oltre a conferire titoli e legittimazione. I guerrieri acquisirono piuttosto una crescente preminenza nell’esercizio del potere militare e, progressivamente, nel governo del paese, mantenendo al tempo stesso rapporti complessi e mutevoli con la Corte imperiale.

Nel disordine del campo di battaglia, stendardi ed emblemi non costituivano propriamente segni delle conquiste conseguite. Essi servivano soprattutto a identificare comandanti, contingenti, alleati e appartenenze, rendendo riconoscibili i diversi gruppi armati. La necessità di distinguere rapidamente uomini e schieramenti favorì pertanto l’adozione di figure semplici, nette e leggibili a distanza.

Le guerre e i mutamenti politici alterarono profondamente l’ordine sociale. Nuove casate guerriere consolidarono il proprio potere territoriale e manifestarono pubblicamente la propria autonomia mediante nomi, genealogie, insegne e segni distintivi. L’emblema divenne così uno degli strumenti attraverso i quali il potere poteva essere rappresentato, trasmesso e reso riconoscibile.

Anche la genealogia contribuiva alla legittimazione politica. Alcune famiglie ricostruirono, ampliarono o retrodatarono le proprie discendenze allo scopo di collegarsi a lignaggi prestigiosi. Le falsificazioni documentarie e genealogiche sono effettivamente attestate; non è però possibile sostenere, senza ulteriori qualificazioni, che ogni famiglia vittoriosa inventasse una discendenza e assumesse necessariamente un emblema corrispondente.

Il rapporto fra genealogia e mon non era, infatti, né necessario né esclusivo. Un emblema poteva essere condiviso da famiglie prive di parentela, differenziato da rami cadetti, concesso da un superiore, mutuato da altra tradizione oppure assunto autonomamente. Nel corso del Medioevo il repertorio dei mon si ampliò considerevolmente e le varianti si moltiplicarono; il possesso di un determinato segno non costituisce tuttavia, da solo, prova dell’origine né della continuità genealogica di un casato.

Anonimo, Attacco notturno al palazzo Sanjō, dai Rotoli illustrati degli eventi dell’era Heiji (Heiji monogatari emaki), periodo Kamakura, seconda metà del XIII secolo, inchiostro e colore su carta. Museum of Fine Arts, Boston, inv. 11.4000. La scena rappresenta gli avvenimenti della rivolta Heiji del 1159–1160, ma fu realizzata circa un secolo dopo. Riproduzione in pubblico dominio.

Nell’esame delle genealogie e delle tradizioni relative ai mon delle casate guerriere affermatesi nel periodo degli Stati combattenti (Sengoku jidai) ricorrono frequentemente narrazioni che riconducono l’origine di un emblema a un’impresa militare, a un prodigio o a un episodio della vita di un antenato. Per la loro funzione eziologica, tali racconti possono essere accostati alle spiegazioni tradizionali delle origini dei toponimi raccolte nei Fudoki [22].

Queste narrazioni testimoniano le modalità con cui le casate costruivano, ordinavano e legittimavano la memoria delle proprie origini. In assenza di riscontri coevi, esse non consentono tuttavia di distinguere con certezza il dato storico dall’elaborazione genealogica o letteraria posteriore.

Le guerre civili del XII secolo non determinarono la nascita dei mon, ma ne favorirono l’impiego militare e la progressiva associazione con determinate casate guerriere. A partire da questa fase le fonti testuali e figurative documentano con crescente chiarezza l’uso di segni distintivi, senza che ciò implichi ancora l’esistenza di un sistema uniforme, esclusivo o registrato da un’autorità centrale.

Una testimonianza di particolare rilievo è il Mōko Shūrai Ekotoba, insieme di due rotoli illustrati dedicati alle invasioni mongole del 1274 e del 1281 e incentrati sulle imprese del gokenin Takezaki Suenaga. L’opera mostra come bandiere e altri elementi dell’equipaggiamento militare concorressero a rendere riconoscibili individui, reparti e appartenenze. Non ogni motivo raffigurato può tuttavia essere identificato automaticamente con un kamon ereditario nel senso che il termine assunse in epoca più tarda. Inoltre i rotoli giunti fino a noi presentano lacune, riordinamenti, inserzioni e ritocchi posteriori: ogni particolare iconografico deve pertanto essere valutato alla luce della complessa storia materiale e conservativa dell’opera.

Anonimo, Mōko Shūrai Ekotoba, primo rotolo, settima scena: Takezaki Suenaga affronta le forze mongole durante la campagna di Bun’ei del 1274; periodo Kamakura, fine XIII secolo, colore su carta. Museum of the Imperial Collections, Sannomaru Shōzōkan, Tokyo, inv. SZK002942, Tesoro nazionale. Riproduzione in pubblico dominio.

L’araldica europea e quella giapponese a confronto

L’araldica europea e quella giapponese a confronto

Il confronto fra l’emblematica giapponese e l’araldica europea mette anzitutto in luce una differenza di struttura, non una gerarchia di compiutezza. Il sistema giapponese concentra la funzione distintiva nella silhouette, nella disposizione degli elementi, nel rapporto fra pieno e vuoto, nelle varianti del disegno e nei contesti d’uso; quello europeo distribuisce invece l’informazione fra campo, smalti, pezze, figure, ornamenti esteriori e blasonatura normativa.

La relativa economia formale del mon non impedisce il confronto, ma impone di individuare correttamente l’unità di analisi: non un ipotetico «scudo» isolato, bensì il complesso costituito dal disegno, dalla denominazione, dal supporto, dall’occasione d’uso e dal titolare. Alla semplicità grafica può infatti corrispondere una notevole densità genealogica, sociale e cerimoniale.

Gli studiosi dell’araldica europea, soprattutto nell’Ottocento, hanno talvolta distinto gli stemmi regolamentati da precedenti insegne personali o familiari, vale a dire figure ed emblemi indossati oppure associati a un motto quali segni distintivi. Tale distinzione riflette però, in larga misura, una lente evoluzionista propria della storiografia araldica occidentale. Il mon non costituisce uno stadio «primitivo» destinato a trasformarsi in stemma: esso è il risultato maturo di una diversa storia visuale, sociale e cerimoniale.

Se per «stemma» si intende necessariamente un’arma composta entro uno scudo e descritta mediante il blasone europeo, il Giappone non adottò stabilmente tale forma. Esistettero tuttavia equivalenti funzionali: emblemi durevoli, trasmissibili e riconoscibili, applicati a persone, casate, gruppi militari e istituzioni. Definirli semplicemente «simboli» sarebbe pertanto riduttivo; chiamarli, senza ulteriori precisazioni, «stemmi» rischierebbe invece di sovrapporre al contesto giapponese categorie sviluppatesi altrove.

Una differenza rilevante riguarda il ruolo dello scudo. In Europa esso divenne il principale supporto delle armi e contribuì in modo decisivo alla loro codificazione. In Giappone, al contrario, lo scudo portato al braccio non assunse una funzione altrettanto centrale e durevole nella cultura guerriera medievale. Esistettero scudi a mano, indicati come tedate o temochi-tate, specialmente nelle fasi più antiche; prevalsero però grandi schermi di legno, i tate, collocati a terra o sostenuti da un puntello e impiegati come protezione per arcieri e fanti. Essi non costituivano dunque né il corrispettivo dello scudo araldico europeo né una superficie personale e stabile sulla quale organizzare le armi del singolo combattente.

L’assenza di uno scudo personale comparabile a quello europeo non comportò tuttavia la mancanza di supporti destinati all’identificazione. I segni distintivi potevano comparire su elmi e corazze, ma anche su vesti, tende, paraventi, oggetti d’uso, bandiere e altre insegne militari. In ambito bellico, in particolare, i sashimono — piccole insegne portate sul dorso dell’armatura — e gli altri vessilli consentivano di riconoscere a distanza individui, reparti, alleanze e appartenenze signorili.

Guerriero giapponese raffigurato con un grande tate*, uno schermo difensivo rettangolare. Diversamente dallo scudo araldico europeo, il* tate non costituiva normalmente il supporto stabile delle armi personali, ma poteva ospitare segni di riconoscimento nel contesto militare: a differenza dello scudo araldico europeo potevano portare il mon del comandante come segno di appartenenza e riconoscimento. ITate giapponesi erano dei grandi schermi difensivi in legno, collocati a terra davanti ad arcieri e fanti.

Le bandiere mostrano con particolare evidenza tanto le analogie quanto le differenze rispetto alla grammatica araldica occidentale. Molti vessilli giapponesi possono essere descritti mediante termini comprensibili a un araldista europeo, con riferimento al colore del fondo, alla figura, alla posizione e alla ripetizione dell’emblema; il loro funzionamento, tuttavia, non dipendeva dalle medesime regole. Nel sistema dei mon il colore non costituiva normalmente un elemento identificativo fisso e non esisteva un equivalente pienamente sovrapponibile alle norme occidentali di contrasto fra metalli e colori. L’identità del segno dipendeva soprattutto dal profilo, dalla struttura del motivo e dalle varianti riconosciute dalla tradizione.

L’assenza di una codificazione identica a quella europea non rende pertanto il sistema meno articolato. I mon possiedono convenzioni morfologiche, pratiche di trasmissione, usi cerimoniali e modalità di applicazione tali da configurare un sistema emblematico pienamente storico. Essi non devono «maturare» verso l’araldica occidentale per poter essere studiati con rigore: occorre piuttosto descriverli secondo la loro specifica logica sociale, visiva e materiale.

Stampa ukiyo-e con un guerriero in armatura e un sashimono, insegna fissata al dorso e resa visibile sopra la figura. Bandiere di questo tipo consentivano di riconoscere combattenti, reparti e appartenenze signorili sul campo di battaglia, svolgendo una funzione identificativa diversa da quella dello scudo nell’araldica europea

Criteri per un confronto controllato

Il confronto deve muovere dalle funzioni svolte dai segni, non dalla loro presunta somiglianza formale. Il mon può operare come segno di riconoscimento in battaglia, distintivo di casa o di lignaggio, marchio di possesso, ornamento cerimoniale, veicolo di memoria genealogica o elemento identificativo di un’istituzione religiosa.

Nell’araldica europea tali funzioni tendono spesso a convergere nello scudo e nei relativi ornamenti esteriori; in Giappone esse possono invece distribuirsi fra kamon, stendardi, sashimono, uma-jirushi, tende da campo, abiti, lacche, tegole, sigilli e oggetti di dono. Nessun singolo supporto esaurisce pertanto l’identità emblematica, che si manifesta attraverso una pluralità di oggetti, contesti e pratiche d’uso.

Anche la descrizione dei segni obbedisce a logiche differenti. Il blasone europeo tende a fissare campo, figure, posizione e smalti mediante una formula tecnica idonea a rigenerare l’immagine. La nomenclatura giapponese attribuisce invece rilievo distintivo anche a variazioni minime del profilo e della composizione: il numero dei petali, la direzione delle foglie, lo spessore del tratto, l’orientamento della figura e la presenza o l’assenza di un anello.

Dentro e fuori: maru ni e … no

Espressioni quali maru ni («entro un cerchio») e … no («in forma di…» o «di…») non sono equivalenti. Nel primo caso il motivo è racchiuso da una cornice circolare; nel secondo la denominazione precisa il motivo, l’elemento o la configurazione cui il segno si riferisce. La formula Tokugawa maru ni mitsu-ba aoi, per esempio, designa «tre foglie di malvarosa entro un cerchio» [23].

Il colore su due piani: tipo morfologico ed esemplare

Il mitsuba aoi dei Tokugawa, detto Maru ni mitsu-ba aoi: tre foglie di malvarosa racchiuse entro un cerchio. L’esempio mostra come la denominazione registri il rapporto formale tra motivo e cornice, elemento decisivo nella classificazione dei mon

Il colore deve essere considerato su due piani distinti. La forma di base del mon è generalmente riconoscibile tanto in positivo quanto in negativo e non presuppone necessariamente una coppia stabile di smalti. Il colore effettivamente impiegato su un vessillo, un abito o un oggetto laccato può tuttavia essere storicamente determinato e assolvere, in uno specifico contesto, una concreta funzione distintiva.

Affermare che il colore «non conta» è dunque corretto soltanto con riferimento all’identità astratta di molti disegni, non all’insieme delle loro manifestazioni materiali. La proposta catalografica formulata nella seconda parte distingue pertanto il tipo morfologico dal singolo esemplare documentato, registrandone separatamente forma, supporto, cronologia e cromia.

Mon e kamon

I termini mon (紋), monshō (紋章), mondokoro (紋所) e kamon (家紋) designano, con sfumature differenti, gli emblemi giapponesi impiegati per decorare e identificare individui, famiglie e, in epoca più recente, anche istituzioni, enti locali e attività commerciali. Il termine mon possiede l’estensione semantica più ampia e può indicare un segno, un disegno o un motivo distintivo. Kamon, letteralmente «emblema di casa» o «emblema familiare», designa più precisamente il segno trasmesso e impiegato per identificare una casa o un casato; mondokoro è invece un termine tradizionale, spesso utilizzato con funzione analoga.

Il carattere 紋 (mon) rimanda originariamente all’idea di disegno o di motivo ornamentale, con particolare riferimento all’ambito tessile. Esso è composto dall’elemento grafico della seta o del filo, 糸, e da 文, che può significare «segno», «scrittura» o «motivo». Tale retroterra semantico spiega perché il carattere ricorra anche in termini riferiti a decorazioni e disegni: mon’yō (紋様), «motivo ornamentale»; jimon (地紋), «motivo di fondo»; komon (小紋), «piccolo motivo ripetuto»; nonché nelle denominazioni di specifici disegni tessili, quali kozakura no mon, «motivo di piccoli fiori di ciliegio», e arare-komon, «motivo a grandine».

La parola giapponese riferita all’emblema di famiglia non deriva dunque da una nozione di scudo, arma o blasone, come avviene in molte tradizioni araldiche europee, ma dal vocabolario del disegno e dell’ornamento. Tale origine non riduce il valore identificativo dei mon: mostra piuttosto che, nella cultura giapponese, segno di appartenenza e motivo decorativo non costituiscono categorie rigidamente separate.

Nei testi letterari e storici dell’età premoderna, compreso il Taiheiki, il termine mon può assumere il significato di emblema o insegna di casato. In tale accezione esso designa un segno riconoscibile applicato a persone, vesti, oggetti, bandiere e supporti cerimoniali, non un’arma organizzata entro uno scudo. Per questa ragione, nella letteratura specialistica occidentale, mon e monshō sono spesso resi con «emblema», «insegna» o, con le necessarie cautele, «stemma giapponese».

Da tali termini deve essere distinto mon’yō (紋様), che designa in senso generale un motivo decorativo, non necessariamente un emblema di casa o di casato. Anche shirushi (印), traducibile come «segno», «contrassegno» o «insegna», può indicare, secondo il contesto, un elemento identificativo. Nelle espressioni hata-jirushi (旗印), «segno su bandiera» o «insegna di bandiera», e hō-jirushi (母衣印), «segno associato all’hōro», l’accento cade anzitutto sul supporto o sulla funzione segnaletica del segno, non sulla sua necessaria appartenenza al sistema dei kamon. I sashimono, piccoli vessilli portati dai soldati sul dorso dell’armatura, costituiscono un ulteriore esempio di segno identificativo concepito per essere visibile sul campo di battaglia.

Espressioni quali sode-jirushi, «segno» o «distintivo sulla manica», e kasa-jirushi, «distintivo del cappello» o dell’elmo, possono assumere un significato generico oppure designare dispositivi identificativi più specifici. Nell’opera Costumi militari nell’antico Giappone, a proposito della raffigurazione di un guerriero del XIV secolo, si afferma che gli sode-jirushi e i kasa-jirushi comparvero in tale periodo: si trattava di strisce di tessuto o di altri distintivi applicati, rispettivamente, alla manica e al copricapo o all’elmo, destinati a segnalare l’appartenenza a un determinato raggruppamento militare.

Rokumonsen, emblema formato da sei monete stilizzate disposte in due file. Il motivo mostra la natura grafica del mon: una figura essenziale, riconoscibile per profilo e disposizione degli elementi, indipendentemente dalla resa cromatica concreta.

Jōmon e kaemon

In base alla funzione e al rapporto con il segno principale della casa è possibile distinguere due categorie fondamentali di mon.

Il ie no mon, o kamon, letteralmente «emblema della casa» o «emblema familiare», può essere indicato anche come jōmon (定紋), ossia «emblema stabilito» o «fisso». Si tratta del segno trasmesso di generazione in generazione e destinato a identificare il portatore come membro di una determinata famiglia. Oggi si tende ad associare a ciascuna famiglia un solo kamon; in età feudale, tuttavia, una medesima casa poteva disporre di più emblemi. Si riferisce, per esempio, che la famiglia Tamura possedesse, nello Shoke keizu san («Opera sugli alberi genealogici»), otto emblemi familiari, due dei quali assegnati a figli naturali e uno a vassalli legati alla casa da vincoli di parentela.

Gli emblemi sussidiari o alternativi sono generalmente denominati kaemon (替紋). Essi potevano costituire varianti del jōmon oppure consistere in disegni del tutto diversi, talvolta coincidenti con l’emblema principale di un’altra famiglia. In alcuni casi poteva essere impiegato come emblema alternativo anche il kamon della famiglia della moglie. Il kaemon non sostituiva necessariamente il segno principale della casa, ma poteva essere utilizzato in occasioni meno formali, secondo pratiche variabili nel tempo e in rapporto al rango sociale.

La distinzione fra jōmon e kaemon non deve tuttavia essere intesa come una regola assoluta e uniforme per ogni periodo e per ogni ceto. Le fonti descrivono il jōmon come il segno ufficiale o principale della casa e il kaemon come un emblema diverso da esso, spesso indicato anche con i termini uramon, betsumon, fukumon o hikaemon. Nelle case dei daimyō e degli shōgun la rilevanza del jōmon si accrebbe con il moltiplicarsi delle varianti: esso poteva risultare strettamente connesso alla linea principale e alla rappresentazione ufficiale del casato.

L’uso dei kaemon nell’abbigliamento è oggi assai più raro, poiché nelle occasioni non formali prevalgono generalmente indumenti privi di mon. Le fonti antiquarie ricordano tuttavia l’impiego del mon principale e di emblemi alternativi su vesti quali suwō, hitatare e kosode. Il Teijō zakki menziona espressamente tali pratiche; il termine ricorre inoltre nell’Aoi go mon kō, anche con riferimento a stendardi e tende.

Il cronachista e scrittore Yanagisawa Rikyō (1706–1758), nell’Umpyō zasshi, riferisce quanto segue:

«Fino alla mia giovinezza esistevano i cosiddetti shinobi-jōchin, ossia lanterne di carta. Durante segrete escursioni notturne nelle case da tè e in luoghi simili, i nobili apponevano su tali lanterne un emblema diverso da quello di famiglia, per non essere riconosciuti. L’usanza si diffuse in seguito a tal punto che non vi fu più alcuno che non applicasse alle proprie lanterne un emblema variabile».

Il passo documenta l’impiego di un segno diverso dal kamon principale in situazioni nelle quali il portatore intendeva sottrarsi all’identificazione pubblica. La testimonianza può essere accostata alla pratica dei kaemon, ma non consente, da sola, di stabilire che ogni emblema applicato a uno shinobi-jōchin costituisse formalmente un kaemon.

Un’analogia, pur soltanto remota, può essere individuata nell’uso europeo degli stemmi medi o piccoli, ossia di rappresentazioni semplificate delle armi complete. Il raffronto deve tuttavia rimanere prudente, poiché gli emblemi alternativi giapponesi non corrispondono necessariamente a una mera riduzione formale dello stemma principale, né presuppongono un rapporto gerarchico con esso pienamente sovrapponibile alle consuetudini occidentali.

Dettaglio di una lacca maki-e dell’età Edo decorata con il mon dei Tokugawa. Applicato a un oggetto d’uso e di prestigio, l’emblema unisce funzione identificativa, memoria dinastica e valore ornamentale.

Altri termini: betsumon, soemon, himon, uramon

Oltre ai termini già ricordati, la letteratura impiega anche le denominazioni betsumon («emblema distinto» o «speciale»), soemon («emblema aggiuntivo»), himon («emblema segreto») e uramon («emblema posteriore»). Quest’ultimo termine può designare, secondo il contesto, un emblema attribuito o associato al soggetto dopo la sua morte.

Secondo alcune fonti antiquarie, molte grandi casate dei daimyō possedevano tre segni distintivi, quelle di rango inferiore due e i samurai ordinari uno, salvo eccezioni. Uno di essi era generalmente indicato come jōmon, ossia il «distintivo fisso» della famiglia; gli altri erano definiti kaemon, vale a dire emblemi impiegati in luogo del segno principale, nelle circostanze in cui non fosse necessario comparire in abito formale completo.

In tempo di guerra, poiché i combattenti indossavano l’armatura e risultavano pertanto più difficilmente riconoscibili, l’emblema e gli altri segni distintivi costituivano strumenti immediati per individuare alleati, reparti, comandanti e schieramenti sul campo di battaglia.

Nei testi letterari e storici dell’età premoderna, compreso il Taiheiki, il termine mon può assumere il significato di emblema o insegna di casato. In tale accezione, esso designa un segno riconoscibile applicato a persone, vesti, oggetti, bandiere e supporti cerimoniali, non un’arma organizzata entro uno scudo. Per questa ragione, nella letteratura specialistica occidentale, mon e monshō sono spesso resi con «emblema», «insegna» o, con le necessarie cautele, «stemma giapponese».

Sode-jirushi e kasa-jirushi. Due dispositivi di riconoscimento militare: a sinistra, un sode-jirushi, destinato alla protezione della spalla; a destra, un kasa-jirushi, applicato all’elmo. Incisioni tratte dallo Zukai Tanki yōryaku hikōben, manuale illustrato sull’equipaggiamento militare la cui prima edizione risale al 1735. Le tavole documentano la successiva codificazione di questi distintivi in epoca Edo, non direttamente la loro prima comparsa nel XIV secolo. Pubblico dominio.
Giacca suwō appartenente a un completo formale da samurai, Giappone, XIX secolo. Sul tessuto ricorre il mon gotoku kashiwa. The Metropolitan Museum of Art, inv. 1999.247.3a, b. Pubblico dominio.

Da tali termini deve essere distinto mon’yō (紋様), che designa in senso generale un motivo decorativo, non necessariamente un emblema di casa o di casato. Anche shirushi (印), traducibile come «segno», «contrassegno» o «insegna», può indicare, secondo il contesto, un elemento identificativo. Nelle espressioni hata-jirushi (旗印), «segno su bandiera» o «insegna di bandiera», e hō-jirushi (母衣印), «segno associato all’hōro», l’accento cade anzitutto sul supporto o sulla funzione segnaletica del segno, non sulla sua necessaria appartenenza al sistema dei kamon. I sashimono, piccoli vessilli portati dai soldati sul dorso dell’armatura, costituiscono un ulteriore esempio di segno identificativo concepito per essere visibile sul campo di battaglia.

Chōchin recante un mon. Lanterna di carta esposta presso l’ochaya Shima di Kanazawa, tradizionale casa da tè, 2016. L’immagine documenta la persistenza dell’associazione fra il chōchin e l’emblema identificativo. Non raffigura uno shinobijōchin settecentesco e non consente di classificare il segno come kaemon.

Mon ripetuto su lanterne di carta. Lanterne illuminate durante il festival Akasaki, Toba, prefettura di Mie, 2017. La reiterazione del medesimo emblema floreale mostra l’efficacia del mon quale segno collettivo immediatamente riconoscibile. Si tratta di una testimonianza moderna e non di una documentazione diretta dell’impiego dei kaemon nel periodo Edo.

Uso dei mon

I mon sono funzionalmente paragonabili agli stemmi della tradizione araldica europea, poiché concorrono a identificare individui, famiglie, case e gruppi di appartenenza. Il confronto deve tuttavia rimanere circoscritto alla funzione identificativa e rappresentativa, senza sovrapporre al sistema giapponese le forme, il lessico tecnico e le regole giuridiche proprie dell’araldica europea.

L’impiego effettivo si distribuisce su una pluralità di ambiti: l’abbigliamento formale e cerimoniale, l’equipaggiamento militare, gli arredi e le suppellettili, gli oggetti laccati, le tegole e gli elementi architettonici, i sigilli, i doni e, nei contesti religiosi, i beni di templi e santuari. Ciascun supporto comporta condizioni tecniche e convenzioni proprie, che incidono sulle dimensioni, sul tratto e sulla resa del motivo; la ricognizione di un mon richiede pertanto di registrare, oltre al disegno, anche l’oggetto sul quale esso compare e l’occasione d’uso.

Numero dei mon, repertori e tentativi di descrizione o blasonatura

La prima compilazione organica di emblemi è tradizionalmente collocata fra il 1510 e il 1520 e sarebbe stata realizzata sotto gli auspici del bakufu Muromachi. Il bakufu [24] Tokugawa compilò in seguito registri particolarmente dettagliati, noti come bukan, nei quali erano elencati emblemi, stendardi, residenze e redditi dei daimyō del Giappone. Vennero inoltre predisposti repertori di minore ampiezza, destinati ai clan e ad altre famiglie di rango inferiore. Il primo di tali repertori costituisce, per quanto risulta all’autore, il più ricco elenco a stampa di mon: vi sono registrati 2.332 emblemi distinti; il secondo ne comprende 1.512.

Anche il lessico giapponese Kotoba no izumi («Fonte delle parole»), di Ochiai Naobumi, raccoglie un numero considerevole di emblemi.

Il celebre erudito Hanawa Hokiichi (1746–1821) [25] registra poco più di 250 mon riferiti al periodo Ashikaga, caratterizzati da particolarità formali e, per la maggior parte, non più attestati nei repertori moderni. Essi sono descritti nel volume 424 della sua vasta raccolta erudita, il Gunsho ruijū, nel testo intitolato Kemmon shoke mon, vale a dire «Emblemi di famiglia veduti o uditi». In tale raccolta sono spesso citate varianti di emblemi attestate in altre opere, fra le quali un testo di Sasaki pubblicato nel 1539. Questi riscontri sono di notevole interesse per lo studio dello sviluppo storico dei mon, poiché consentono di seguire la circolazione dei motivi e le trasformazioni delle loro forme o denominazioni nel tempo.

Esistettero inoltre mon nei quali il motivo figurativo era sostituito da lettere dell’alfabeto latino. Essi venivano denominati oranda-mon («emblemi olandesi»), espressione che, nel contesto considerato, poteva più genericamente designare emblemi percepiti come stranieri o di origine occidentale. La denominazione può essere entrata in uso soltanto dopo i primi contatti giapponesi con gli olandesi, ossia dall’inizio del XVII secolo.

Si può ipotizzare che tali emblemi siano rimasti in uso pubblico per un periodo limitato, almeno secondo l’interpretazione proposta dalla letteratura antiquaria. La circostanza deve tuttavia essere formulata con cautela: le politiche di restrizione dei contatti esterni, culminate nel sistema comunemente designato come sakoku, non comportarono una completa cessazione dei rapporti con l’Europa. Gli olandesi conservarono infatti un canale commerciale regolamentato attraverso Dejima. Non è pertanto dimostrabile, sulla sola base dell’avversione del governo verso molte presenze e influenze europee, che gli oranda-mon cessassero necessariamente di essere impiegati in pubblico già verso la metà del XVII secolo.

Un’altra raccolta, contenente anch’essa numerosi emblemi antichi, è il Kohan monchō. Il titolo può essere reso più propriamente come «Raccolta di emblemi tratti da stampe antiche» piuttosto che come «Stemmi dei tempi antichi». Anche quest’opera è ordinata secondo la successione sillabica dell’Iroha.

Una fonte di primaria importanza per lo studio dei mon dei buke, dei daimyō e dei samurai, nonché della gerarchia ufficiale dell’età feudale, è costituita dai cosiddetti bukan, espressione letteralmente traducibile come «specchio dello stato guerriero». Si tratta di pubblicazioni private che elencano i nomi dei feudatari e dei funzionari dello shogunato, corredandoli di sintetiche notizie genealogiche, amministrative e cerimoniali, nonché dell’indicazione dei rispettivi mon. Tali repertori richiamarono comprensibilmente l’attenzione degli studiosi europei e furono più volte utilizzati come strumenti di lavoro.

Il breve manuale di Georges Appert e Hiroji Kinoshita, Ancien Japon (Tokyo, 1888), consiste sostanzialmente in un estratto da un bukan. Esso presenta un elenco degli antichi signori feudali, corredato di informazioni sul reddito, sulla residenza e sugli emblemi delle rispettive case, senza tuttavia riprodurne le immagini.

L’Encyclopedia of Japanese Emblem: Kamon [26], autorevole repertorio dei mon, distingue 241 categorie generali di emblemi, raggruppate in base alla somiglianza strutturale; un singolo mon può appartenere a più categorie. L’opera censisce 5.116 emblemi individuali. È tuttavia noto che numerosi mon sono andati perduti, rimangono oscuri oppure non sono stati ancora classificati [27].

Esistono inoltre molte altre raccolte di mon in Giappone. Fra i repertori a stampa più antichi e completi meritano di essere ricordati lo Shoke monkan («Repertorio degli emblemi delle famiglie»), scritto e curato da Miyata Tomekichi, 2ª edizione, Kyoto, 1901, e l’Irohabiki jōmon taizen («Grande raccolta degli emblemi di famiglia ordinata secondo l’Iroha»), di Ayabe Otomatsu, 2ª edizione, Tokyo, 1900 [28]. Entrambe le opere dispongono i mon secondo il tradizionale ordinamento sillabico dell’Iroha.

Fra gli studi di autori europei dedicati all’emblematica giapponese merita di essere menzionato il saggio di Thomas R. H. McClatchie [29], pubblicato nel 1876–1877, che affronta alcune delle principali questioni relative ai mon, comprese le bandiere e le medaglie.

L’affermazione secondo cui non esisterebbe un’opera giapponese dettagliata sull’araldica del paese richiede tuttavia una precisazione. Essa riflette verosimilmente il punto di vista dell’autore occidentale o la disponibilità bibliografica del suo tempo, più che una reale assenza di trattazioni giapponesi. Esistono infatti repertori, raccolte antiquarie, enciclopedie e opere specialistiche dedicate ai mon, anche se non necessariamente organizzate secondo le categorie proprie dell’araldica europea. L’interesse per tali emblemi rimase vivo in Giappone, pur assumendo forme e finalità diverse rispetto all’età feudale.

Informazioni più dettagliate si trovano nell’enciclopedia Shakai jii, 2ª edizione, alla voce monshō. Essa contiene numerose citazioni tratte da opere di carattere più generale dell’età feudale, nelle quali questioni relative all’emblematica sono affrontate occasionalmente: fra queste il Teijō zakki e lo Shikigusa, entrambi di Ise Teijō (morto nel 1784), lo Hagurakō di Kada Azumamaro (1668–1736, il cui nome originario era Hagura), lo Shiojiri di Amano Nobukage (1661–1733) e altre opere.

Estratti più ampi di tali testi, di opere analoghe e di fonti genealogiche sono offerti dalla grande opera collettiva Kōji ruien, nel volume dedicato ai «Nomi», alle pp. 501–574.

Le fonti monumentali — quali monumenti funerari, sigilli e manufatti analoghi — costituiscono anche per il Giappone un ricco patrimonio di attestazioni emblematiche, ma sono qui richiamate soltanto in modo selettivo. Di notevole interesse artistico e documentario sono inoltre le illustrazioni di motivi presenti su abiti, scudi, stendardi, tendaggi, antichi carri e singoli emblemi.

Registrazione di un daimyō nel Kyōhō bukan. Doppia pagina del secondo volume del Kyōhō bukan relativa a Makino Tadakazu, signore del dominio di Nagaoka, 1731. Il repertorio associa le informazioni personali, genealogiche e feudali del titolare ai suoi mon e ad altri segni identificativi, offrendo un esempio della funzione amministrativa e araldico-genealogica dei bukan durante il periodo Tokugawa. Kyōhō bukan, vol. II, 1731, National Diet Library Digital Collections

Il kikusui mon della famiglia Kusunoki. Rappresentazione del kikusui mon, formato da crisantemi disposti sopra corsi d’acqua stilizzati, attribuito alla famiglia Kusunoki nel Kenmon shokamon (Kemmon shoke mon), nell’edizione inserita nel Gunsho ruijū del 1819. L’accostamento fra disegno dell’emblema e denominazione del titolare mostra il metodo prevalentemente figurativo e onomastico adottato dai repertori giapponesi, differente dalla blasonatura testuale europea (Kyōhō bukan, vol. II, 1731, National Diet Library Digital Collections).
Tavola di Orandamon: sedici composizioni circolari formate da parole in caratteri latini corsivi, accostate a differenti categorie di mon e ordinate secondo la sequenza dell’Iroha. Da Rudolf Lange, «Japanische Wappen», 1903, p. 281.

Frontespizio di Georges Appert, Ancien Japon, pubblicato a Tōkyō nel 1888, Imprimerie Kokubunsha, con la collaborazione di Hiroji Kinoshita. L’opera presentava al pubblico europeo informazioni sugli antichi signori feudali giapponesi ricavate, in parte, dai repertori denominati bukan.

Tavola di mon floreali e geometrici tratta dall’Irohabiki jōmon taizen (以呂波引定紋大全), repertorio curato da Ayabe Otomatsu (Ayabe Otomatsu, Irohabiki jōmon taizen, edizione Meiji shinkoku). Gli emblemi, accompagnati dalle rispettive denominazioni, sono disposti in successione tabellare secondo il tradizionale ordinamento sillabico dell’Iroha.

Il mon dei Toyotomi, nella forma del go-shichi no kiri, ossia la paulownia “cinque-sette”, scolpito sulla porta dello Hōkoku-byō di Kyoto, complesso funerario di Toyotomi Hideyoshi. Il manufatto esemplifica il valore delle testimonianze monumentali e architettoniche quali fonti complementari ai repertori araldici a stampa.
(fotografia di Corpse Reviver, 18 febbraio 2009, restauro digitale di Andrea Borella, 10 luglio 2026)

Traducibilità dei mobili giapponesi

Questa premessa riguarda la possibilità di descrivere in italiano le figure impiegate nei mon. La proposta catalografica originale, denominata «proposta Borella», è formalizzata nella Parte VII, pubblicata nella seconda parte, e non deve essere confusa con gli esempi desunti dalla letteratura comparativa.

Uno dei principali elementi d’interesse dell’emblematica giapponese risiede nell’ampiezza del repertorio di figure che, in termini comparativi, possono essere designate come «mobili». Qualunque elemento impiegato in un mon deve poter essere descritto in modo da risultare riconoscibile, identificabile e riproducibile.

Un araldista che blasoni in italiano sa, per esempio, quale configurazione assuma un leone rampante o una quercia sradicata e può pertanto ricostruire tali figure senza ricorrere, in linea di principio, a uno specifico modello iconografico.

È naturale che numerosi mobili appartengano esclusivamente al repertorio giapponese o designino oggetti propri della cultura materiale del Giappone. Anche tali figure possono essere rese nella descrizione italiana; può tuttavia risultare opportuno premettere l’aggettivo «giapponese» oppure conservare il termine originale, accompagnandolo da una breve spiegazione alla prima occorrenza.

Molti elementi ricorrono tanto nell’emblematica giapponese quanto nell’araldica europea e, nonostante talune differenze di stile, restano immediatamente riconoscibili. È il caso, per esempio, della ruota di carro giapponese, o kuruma, che, quando il contesto non richieda ulteriori specificazioni, può essere descritta semplicemente come una ruota di carro.

L’aggettivo identificativo «giapponese» risulta invece opportuno quando, pur esistendo concetti analoghi nelle due tradizioni, l’esecuzione formale o la natura dell’oggetto differiscano in modo significativo.

Può inoltre accadere che una medesima denominazione sia applicata a oggetti sostanzialmente diversi: l’uno corrispondente all’uso dell’idioma araldico europeo, l’altro designante un oggetto proprio della cultura materiale giapponese. Si pensi, per analogia, alla distinzione già riconosciuta nell’araldica europea fra «lampada» e «lampada orientale».

Ne consegue che il criterio guida debba essere quello del buon senso descrittivo, accompagnato da chiarezza terminologica, coerenza interna e verificabilità iconografica.

Forme dei mon: i margini

I mon giapponesi presentano forme esterne variabili e peculiari, diverse dalla sagoma dello scudo entro la quale, nell’araldica europea, le armi sono ordinariamente disposte. Nell’araldica europea la rappresentazione è infatti, per impostazione, conformata alla forma dello scudo; nei mon, invece, la silhouette del motivo costituisce spesso un elemento significativo dell’emblema stesso.

I mon assumono frequentemente una forma circolare o tondeggiante, ma non esistono regole fisse. Quando un motivo è delimitato da un margine esterno, il modo più perspicuo per descriverlo consiste nell’indicare tale elemento come «anello», lasciando visibile, all’esterno del disegno, una porzione del campo. Occorre pertanto distinguere il margine o l’oggetto raffigurato dalla superficie vuota circostante, che continua a far parte dello spazio figurativo.

Varianti di mon costruiti sul motivo della ruota, guruma o kuruma. La tavola comprende, fra gli altri, il Takata-guruma, il mitsu-wari-guruma, il goshoguruma e il Genji-guruma (da: Rudolf Lange, «Japanische Wappen», in Mittheilungen des Seminars für Orientalische Sprachen, vol. VI, 1903, p. 220). La comune riconoscibilità della ruota non elimina le differenze strutturali e culturali fra le singole forme, che possono richiedere una denominazione più specifica nella blasonatura italiana.

Le forme dei margini dei mon sono molto varie e ampiamente documentate nei repertori dedicati alla materia. Alcuni presentano variazioni particolarmente rilevanti. Il cosiddetto «bordo del melone», per esempio, associato alla casata Oda, può avere tre, quattro, cinque o sei lobi; la variante quadrilobata può inoltre essere arrotondata, assumere un profilo romboidale oppure presentarsi come una losanga coricata.

La cosiddetta «scatola del pozzo» — ossia la cornice che riproduce il profilo della vera del pozzo — può presentarsi in forma quadrata, ruotata di 45 gradi oppure ruotata e appiattita sino ad assumere una sagoma romboidale. Tali configurazioni costituiscono le principali varianti formali del motivo.

La descrizione dei mon giapponesi può apparire, a prima vista, sorprendentemente semplice. Nonostante le variazioni nella rappresentazione delle figure — o, in termini comparativi, dei mobili — essa non richiede necessariamente un vocabolario tecnico particolarmente ampio: il mon dei Tokugawa è designato semplicemente come maru ni mitsu-ba aoi, «tre foglie di malvarosa entro un cerchio».

Un repertorio di mon può però presentare numerose varianti riferibili a emblemi descritti mediante una medesima formula. La sola denominazione morfologica non è pertanto sempre sufficiente a distinguere con precisione le diverse realizzazioni né a risolvere le possibili sovrapposizioni attributive. Per tale ragione alcuni emblemi vengono identificati anche mediante il nome della famiglia che li utilizzava o alla quale risultano maggiormente associati: è il criterio adottato nella classificazione proposta in queste pagine.

Le figure vegetali presentano spesso, nella loro forma di base, profili regolari e tendenzialmente tondeggianti; la paulownia costituisce un esempio particolarmente significativo. Nei mon foglie, fiori e rami sono frequentemente sottoposti a una marcata regolarizzazione geometrica, così da formare composizioni compatte e spesso simmetriche. Un caso caratteristico è il kiri (桐), la paulownia, il cui schema fondamentale combina tre grandi foglie con tre infiorescenze erette.

Quattro mon costruiti con il noshi, ornamento augurale proprio della cultura cerimoniale giapponese: dall’alto, chigai-noshi e noshi no maru; in basso, noshi-fusenryō e mukai-noshi. Il motivo esemplifica quei mobili per i quali risulta preferibile conservare il termine giapponese, accompagnandolo con una spiegazione, anziché ricorrere a un’equivalenza occidentale approssimativa (Rudolf Lange, «Japanische Wappen», in Mittheilungen des Seminars für Orientalische Sprachen, vol. VI, 1903, p. 219,).

I contorni possono variare da forme arrotondate e morbide ad altre più angolose e appuntite. In alcune denominazioni il prefisso oni (鬼, «demone» o «orco») distingue una variante dall’aspetto più incisivo; esso non costituisce tuttavia una definizione generale applicabile a tutte le figure vegetali dai margini seghettati. Nel go-san oni-kiri (五三鬼桐), per esempio, tanto le foglie quanto i boccioli presentano profili appuntiti, in contrasto con quelli più arrotondati del comune go-san no kiri.

Il termine kiri, impiegato isolatamente, identifica propriamente la famiglia del motivo; per designare uno specifico disegno è invece preferibile utilizzare la denominazione completa.

Il numero degli elementi delle infiorescenze consente di distinguere due importanti varianti della paulownia. Nel go-san no kiri (五三桐) le tre infiorescenze presentano rispettivamente tre, cinque e tre elementi; nel go-shichi no kiri (五七桐), cinque, sette e cinque. La forma corretta è pertanto go-shichi, non shichi-go. I repertori giapponesi registrano queste composizioni come disegni distinti. Ciò non implica tuttavia che l’araldica europea debba considerarli necessariamente differenti: anche una blasonatura europea potrebbe precisare il numero e la disposizione degli elementi, pur ricorrendo a una terminologia diversa.

Oda mokkō, variante quinquelobata del motivo mokkō, tradizionalmente descritta come “cinque (lobi di melone) con fiore ornamentale” (itsutsu-uri ni karahana). Il numero e il profilo dei lobi distinguono questa forma, associata alla casata Oda, dalle altre varianti della medesima famiglia morfologica (Gilyellows, Oda emblem.svg, Wikimedia Commons; conversione in PNG. Licenza CC BY-SA 3.0).

Il termine ura (裏, «verso» o «retro») segnala che uno o più elementi del motivo sono rappresentati dal lato posteriore. In una denominazione quale ura tachibana (裏橘) vengono pertanto messi in evidenza il rovescio delle foglie, le nervature e gli elementi di raccordo della tachibana, anziché la parte anteriore della composizione. Non è dunque corretto interpretare tale espressione semplicemente come il «dorso di un fiore di mandarino».

Varianti dell’izutsu e dell’igeta, stilizzazioni della vera o dell’intelaiatura del pozzo: forme quadrate, ruotate di 45 gradi, intrecciate, sovrapposte e appiattite a losanga. La tavola documenta come uno stesso tipo di figura possa produrre margini esterni strutturalmente differenti. (tratto da: Rudolf Lange, “Japanische Wappen”, in Mittheilungen des Seminars für Orientalische Sprachen, VI, 1903, pp. 131–132)

Quando un motivo è racchiuso entro un anello, la denominazione composta colloca spesso l’elemento esterno all’inizio. Maru ni go-san no kiri (丸に五三桐) indica così una paulownia go-san racchiusa entro un cerchio; analogamente fujiwa ni… (藤輪に…) introduce una figura posta entro un anello formato da tralci di glicine, mentre takewa ni… (竹輪に…) designa una figura racchiusa da un anello di bambù. In questi casi la particella ni esprime la collocazione o l’inclusione del secondo elemento nel primo. Non è tuttavia opportuno presentare tale uso come una regola semplicemente contrapposta a quella del blasone europeo: i nomi dei mon sono denominazioni convenzionali consolidate dall’uso e non costituiscono una sintassi araldica rigida, né applicabile senza eccezioni.

Maru ni mitsu-ba aoi, mon della famiglia Tokugawa: tre foglie di aoi disposte secondo una simmetria ternaria e racchiuse entro un anello circolare (Lemon-s, Tokugawa family crest.svg, Wikimedia Commons; rasterizzazione e conversione monocromatica.).

La denominazione può inoltre descrivere la sagoma geometrica prodotta dalla disposizione di un motivo secondo la struttura formale di un altro. La farfalla, chō (蝶), è normalmente raffigurata dall’alto, con le ali distese; quando queste sono disposte in modo da formare una losanga, il motivo rientra nelle varianti denominate chō-bishi (蝶菱), come nel caso del Bizen chō-bishi. Una gru le cui ali spiegate descrivano un profilo circolare è invece denominata tsuru no maru (鶴の丸) oppure, in forma abbreviata, tsurumaru (鶴丸).

Repertorio di varianti della famiglia iconografica dell’aoi: foglie singole, doppie, triple, erette, intrecciate e racchiuse entro cerchi o losanghe. Le tavole illustrano la varietà delle realizzazioni grafiche; non tutti i mon raffigurati appartengono ai Tokugawa o corrispondono esattamente al blasone Maru ni mitsu-ba aoi (Rudolf Lange, “Japanische Wappen”, 1903, pp. 239–240).

Altri elementi possono essere disposti secondo l’andamento rotatorio del tomoe (巴), termine che non indica un semplice cerchio, bensì una figura ricurva, simile a una virgola, organizzata intorno a un centro comune. Si incontrano così il fuji-domoe (藤巴), composto da tralci di glicine, e il chōji-domoe (丁子巴), formato da chiodi di garofano stilizzati. Il termine chōji designa infatti il chiodo di garofano e non uno «spicchio».

Varianti del kiri. A: go-san no kiri, disposizione 3–5–3; B: go-shichi no kiri, disposizione 5–7–5; C: go-san oni-kiri, con profili appuntiti.

Maru ni go-san no kiri: il motivo della paulownia go-san racchiuso entro un anello circolare.

Tsuru no maru, o tsurumaru: una gru le cui ali spiegate definiscono una sagoma circolare.

A: fuji-domoe, composto con il glicine; B: chōji-domoe, composto con chiodi di garofano.

Parte III — Il kazoku e la Camera dei Pari

Kazoku: la nobiltà titolata dell’Impero del Giappone

Yōshū Chikanobu, Teikoku gikai kizokuin no zu (Rappresentazione della Camera dei Pari della Dieta imperiale), 1890. La stampa, pubblicata prima dell’effettiva inaugurazione della Camera, avvenuta il 29 novembre 1890, offre una raffigurazione programmatica della nuova istituzione parlamentare. Metropolitan Museum of Art, JP3422, pubblico dominio.

Cronologia, natura del titolo e lessico europeo

Il kazoku nacque nel 1869, quando, nel contesto della restituzione dei domini alla Corona, il governo riunì sotto una medesima denominazione gli esponenti dell’antica aristocrazia di corte — più precisamente gli ex kugyō — e gli antichi signori territoriali, allora indicati come shokō e provenienti in massima parte dal ceto dei daimyō. Il sistema rimase in vigore per settantotto anni, sino alla sua abolizione nel 1947.

La svolta normativa decisiva avvenne il 7 luglio 1884, quando il Kazoku-rei (華族令), promulgato nella forma di una direttiva del Ministero della Casa imperiale, ordinò il corpo nobiliare nei cinque gradi di kōshaku 公爵, kōshaku 侯爵, hakushaku 伯爵, shishaku 子爵 e danshaku 男爵, stabilendone la trasmissione ereditaria per linea maschile. La disciplina fu poi integralmente riformulata nel 1907 mediante un nuovo Kazoku-rei, emanato quale ordinanza della Casa imperiale. L’Archivio nazionale del Giappone conferma tanto la cronologia 1869–1947 quanto la funzione ufficialmente attribuita al kazoku, definito «baluardo della Casa imperiale» (kōshitsu no hanpei) [30].

Le traduzioni «principe/duca, marchese, conte, visconte e barone» costituiscono equivalenze convenzionali, impiegate nella diplomazia e nella storiografia occidentali per rendere intelligibile una gerarchia adattata ai modelli nobiliari europei. Le denominazioni giapponesi derivavano tuttavia dalla tradizione lessicale sino-giapponese e non rendevano i cinque gradi perfettamente coincidenti con le corrispondenti dignità britanniche o continentali.

Particolare attenzione richiedono i due termini omofoni kōshaku, distinti nella scrittura. 公爵 designava il grado più elevato del kazoku, reso dalle fonti occidentali ora come «principe», ora come «duca»; 侯爵 corrispondeva invece convenzionalmente a «marchese». Il «principe» 公爵 non deve inoltre essere confuso con i titoli propri dei membri della Casa imperiale, quali shinnō (親王) e ō (王). In questo saggio 公爵 è pertanto reso «principe/duca» e 侯爵 «marchese», fermo restando che il termine giapponese costituisce sempre la denominazione giuridicamente decisiva.

Il grado nobiliare non apparteneva indistintamente a tutti i componenti della casa. Esso era portato da un solo titolare, lo yūshakusha (有爵者), normalmente coincidente con il koshu (戸主), ossia il capo giuridico della famiglia. Gli altri membri appartenevano a una casa kazoku, ma non erano per ciò stesso titolari del relativo grado. A differenza di quanto avveniva nella parìa britannica, il medesimo titolare non cumulava normalmente più dignità nobiliari: l’eventuale elevazione a un grado superiore sostituiva quello precedentemente posseduto.

Il Kazoku-rei del 1907 collegò espressamente la successione nel titolo alla successione nella direzione della casa. L’erede doveva comunicare al ministro della Casa imperiale l’apertura della successione entro sei mesi; dopo l’autorizzazione imperiale gli veniva rilasciato il relativo atto di successione nel grado. Anche il matrimonio, l’adozione, il ritiro del capo della casa, il divorzio, lo scioglimento dell’adozione e la designazione o la revoca dell’erede erano sottoposti, prima della registrazione civile, all’approvazione del ministro della Casa imperiale. Occorre dunque distinguere la continuità giuridica della casa, l’appartenenza familiare al kazoku e la titolarità personale del grado: tre condizioni connesse, ma non coincidenti [31].

Per una prima ricognizione delle singole casate può essere utile l’elenco digitale giapponese Nihon no kazoku ichiran (日本の華族一覧), organizzato alfabeticamente e corredato di indicazioni relative alla lettura del nome, all’origine familiare, al grado, alla data del conferimento e alle eventuali promozioni, rinunce o estinzioni. Si tratta tuttavia di un repertorio collaborativo, non di un registro ufficiale; le informazioni in esso contenute devono pertanto essere verificate mediante i provvedimenti di conferimento, la documentazione del Ministero della Casa imperiale e i repertori genealogici coevi [32].

Dalla signoria territoriale alla nobiltà di Stato

La formazione del kazoku va collocata nel processo di centralizzazione avviato dopo la Restaurazione Meiji e connesso alla restituzione alla Corona dei domini e dei registri di popolazione (hanseki hōkan, 版籍奉還), piuttosto che essere interpretata come una mera riforma di occidentalizzazione.

Il diciassettesimo giorno del sesto mese del secondo anno Meiji — corrispondente al 25 luglio 1869 nel calendario gregoriano — il governo abolì le precedenti denominazioni di kugyō e shokō e riunì sotto il nome di kazoku gli esponenti dell’aristocrazia di corte e gli antichi signori territoriali. Il nuovo ceto, inizialmente composto da 427 case, fu collocato al vertice della classificazione sociale che distingueva kazoku, shizoku e heimin. Il dato delle 427 famiglie non deriva dunque dalla Costituzione Meiji, promulgata soltanto nel 1889, bensì designa la consistenza originaria del nuovo corpo aristocratico. Le ricostruzioni disponibili indicano una composizione di 137 famiglie di kuge e 270 di shokō, oltre ad alcune case ammesse a tali categorie dopo la Restaurazione [33].

Esponenti dell’antica aristocrazia di corte, fra i quali Sanjō Sanetomi e Iwakura Tomomi, ebbero un ruolo di primo piano nella caduta dello shogunato e nell’organizzazione del nuovo governo. Gli ex daimyō, dopo la restituzione dei domini, furono invece mantenuti provvisoriamente alla guida delle rispettive circoscrizioni con il titolo di chihanji (知藩事), vale a dire governatori dei domini. Questa soluzione consentiva al governo di trasformare formalmente il rapporto fra i signori e i loro territori senza eliminare nell’immediato ogni struttura amministrativa locale: i territori e i loro abitanti erano ricondotti alla Corona, mentre gli antichi signori amministravano ancora le ex signorie in qualità di funzionari [34].

Tale assetto transitorio si concluse nel 1871, con l’abolizione dei domini e la loro sostituzione con prefetture (haihan chiken, 廃藩置県). Gli antichi signori persero allora le proprie funzioni territoriali e furono trasferiti a Tokyo; la loro posizione venne così separata in modo definitivo dall’esercizio di una potestà signorile locale. Il kazoku non costituiva quindi la semplice sopravvivenza della nobiltà feudale: trasformava le precedenti élite di corte e di dominio in un’aristocrazia di Stato, privata della base territoriale autonoma che aveva sostenuto il potere dei daimyō durante il periodo Tokugawa.

Il riassetto economico si svolse più gradualmente. Il governo centrale assunse inizialmente il pagamento degli antichi stipendi ereditari (karoku) e delle ricompense attribuite per i servizi resi alla Restaurazione (shōtenroku). Dal 1873 ne fu consentita la conversione volontaria; nel 1876, con la cosiddetta liquidazione degli stipendi (chitsuroku shobun, 秩禄処分), le rendite ancora corrisposte a kazoku e shizoku furono obbligatoriamente convertite in titoli pubblici fruttiferi, i kinroku kōsai (金禄公債).

Non si trattò dunque di un «sistema di pensionamento» introdotto alla fine del 1869, bensì della progressiva soppressione delle rendite ereditarie derivanti dall’ordinamento feudale. La conversione volontaria si articolò in due fasi: nel 1873 per gli stipendi inferiori a cento koku e nel 1874 per quelli di importo superiore. Per gli stipendi ereditari il possessore che accettava la commutazione riceveva un valore pari a sei annualità; per le rendite vitalizie il parametro era di quattro annualità. In entrambi i casi la compensazione era distribuita per metà in contanti e per metà in obbligazioni fruttifere, allora dette chitsuroku kōsai [35].

Il provvedimento del 1876 pose termine alle erogazioni ancora in corso e impose la conversione residua in certificati di obbligazioni pubbliche, i kinroku kōsai. L’emissione iniziale superò i 173 milioni di yen, somma prossima al 40 per cento del reddito nazionale giapponese del 1876 secondo la ricostruzione economica disponibile. Soltanto circa un terzo degli aventi diritto aveva aderito alle precedenti conversioni volontarie; la misura obbligatoria trasferì quindi allo Stato il costo immediato della capitalizzazione, ma lo liberò dall’onere continuativo degli stipendi [36].

Il valore dei titoli variava in relazione all’ammontare e alla natura dello stipendio originario e produsse conseguenze economiche assai differenti da una famiglia all’altra [37]. La liquidazione non equivalse quindi a una semplice indennità uniforme: convertì un reddito periodico, legato allo status e in parte alla precedente struttura feudale, in un capitale finanziario da amministrare. Per alcune famiglie ciò offrì risorse da destinare a terreni, imprese o investimenti; per altre, soprattutto se prive di competenze patrimoniali o costrette a vendere i titoli, la conversione comportò un marcato peggioramento della posizione economica.

Kobayashi Toshimitsu (Shinsai), Kaimei kizokuhyō («Prospetto degli aristocratici illuminati»), trittico xilografico policromo (nishiki-e), 1877. La stampa riunisce principi imperiali, aristocratici e protagonisti del governo Meiji: documenta la rappresentazione pubblica della nuova élite, ma non costituisce un elenco ufficiale del kazoku. Waseda University Library, riproduzione disponibile su Wikimedia Commons; pubblico dominio.

È utile mantenere la distinzione fra i termini seguenti:

TermineFunzione nel processo
Karoku (家禄)Stipendio ereditario, assunto dal governo Meiji dopo la soppressione dell’ordine feudale
Shōtenroku (賞典禄)Rendita o assegnazione concessa come ricompensa per meriti connessi alla Restaurazione
Chitsuroku kōsai (秩禄公債)Obbligazioni impiegate nelle conversioni volontarie del 1873–1874
Kinroku kōsai (金禄公債)Obbligazioni pubbliche emesse nella conversione obbligatoria disposta nel 1876
Chitsuroku shobun (秩禄処分)Il complesso delle misure di liquidazione degli stipendi, culminato nella conversione obbligatoria

Il Kazoku-rei del 1884 e i «nuovi nobili»

Il passaggio decisivo avvenne con il Kazoku-rei (華族令) del 7 luglio 1884. Il provvedimento, spesso denominato Peerage Act nella letteratura anglofona, non era una legge parlamentare — poiché la Dieta imperiale non era ancora stata istituita — bensì un atto emanato dal Daijōkan, il Supremo Consiglio di Stato, su comando imperiale e con la partecipazione del Ministero della Casa imperiale. Esso non creò il kazoku ex novo, già esistente dal 1869, ma gli conferì la struttura organica di una nobiltà titolata: riclassificò le antiche casate nei cinque gradi ereditari di 公爵, 侯爵, 伯爵, 子爵 e 男爵 e rese possibile l’ammissione di nuove famiglie per concessione imperiale [38].

La riforma fu elaborata sotto l’influenza decisiva di Itō Hirobumi. Dopo il rientro dal viaggio di studio in Europa, Itō promosse l’introduzione di istituzioni adatte al futuro ordinamento costituzionale, comprese quelle concernenti la Casa imperiale e la nobiltà. Nel marzo 1884 era stato posto a capo dell’Ufficio per l’indagine sui sistemi costituzionali (Seido torishirabe kyoku) e, nello stesso anno, ricopriva anche l’incarico di ministro della Casa imperiale; il decreto sulla nobiltà fu emanato in luglio. Nel dicembre 1885 sarebbe poi divenuto il primo presidente del Consiglio dei ministri del Giappone [39].

Accanto alla classificazione delle case discendenti dall’antica aristocrazia di corte e dagli ex daimyō, il nuovo ordinamento consentì la formazione degli shinkazoku (新華族), ossia delle casate elevate per servizi resi alla Restaurazione, alla Casa imperiale o allo Stato. La nobiltà non fu dunque soltanto il residuo istituzionalizzato dell’ordine precedente: divenne anche uno strumento con cui il regime Meiji poteva integrare e ricompensare nuove élite politiche, militari e amministrative.

Itō Hirobumi (1841–1909), ministro della Casa imperiale al momento dell’emanazione del Kazoku-rei del 1884 e primo primo ministro del Giappone dal 1885. Ritratto fotografico conservato dalla National Diet Library, collezione Portraits of Modern Japanese Historical Figures. Pubblico dominio.

Il riordino del 1884 ebbe pertanto una funzione non soltanto onorifica e sociale, ma anche costituzionale. Il kazoku era concepito come «baluardo della Casa imperiale» (kōshitsu no hanpei) e, al tempo stesso, come la base personale e istituzionale della futura Camera dei Pari. Quest’ultima sarebbe stata formalmente istituita con la Costituzione dell’Impero del Giappone del 1889 e disciplinata dalla relativa ordinanza nel 1890; il Kazoku-rei precedette quindi l’apertura della Dieta e predispose il ceto dal quale sarebbe provenuta una parte decisiva della Camera alta [40].

Il nuovo ordinamento articolò il kazoku in cinque gradi. La gerarchia fu concepita nel confronto con i sistemi nobiliari europei e, in particolare, con la parìa britannica, benché il Kazoku-rei non dichiarasse formalmente tale derivazione. Le denominazioni adottate provenivano invece dalla tradizione classica cinese dei cinque titoli di gōng, hóu, bó, zǐ e nán, letti in giapponese nel modo seguente:

Grado giapponeseCaratteriResa convenzionale italiana
kōshaku公爵principe/duca
kōshaku侯爵marchese
hakushaku伯爵conte
shishaku子爵visconte
danshaku男爵barone

Per le famiglie provenienti dall’antica aristocrazia di corte l’attribuzione iniziale del grado dipese principalmente dal rango ereditario della casata (kakaku, 家格) e dalle più alte cariche alle quali i suoi membri avevano tradizionalmente accesso. Il criterio non fu tuttavia applicato in modo puramente automatico: i servizi resi alla Restaurazione, le relazioni con la Casa imperiale e le scelte politiche del governo produssero eccezioni e promozioni.

Al vertice furono collocati i capi delle cinque case reggenti (go-sekke, 五摂家) — Konoe, Takatsukasa, Kujō, Ichijō e Nijō — tutte appartenenti al clan Fujiwara, ai quali venne conferito il grado di kōshaku 公爵, reso in questo saggio come «principe/duca». Al medesimo grado fu elevata la casa Iwakura. La casa Sanjō ricevette inizialmente, nel 1884, il titolo di conte e fu promossa al grado di kōshaku 公爵 nel 1885, in considerazione dell’eccezionale rilievo politico di Sanjō Sanetomi e dei servizi da lui resi alla Restaurazione.

Il grado di marchese spettò ordinariamente alle otto case appartenenti alla categoria delle seiga-ke (清華家), rimaste dopo l’elevazione dei Sanjō: Daigo, Hirohata, Kikutei, Koga, Saionji, Tokudaiji, Ōinomikado e Kazan’in. A queste fu eccezionalmente aggiunta la casa Nakayama, appartenente alla categoria delle urin-ke, poiché Nakayama Tadayasu era il nonno materno dell’imperatore Meiji.

Le altre famiglie kuge furono distribuite soprattutto fra i gradi di conte e visconte. Hamuro ricevette nel 1884 il titolo di conte; anche Nakamikado e Saga furono inizialmente creati conti e vennero promossi al grado di marchese soltanto nel 1888. La casa Shijō, creata contale nel 1884, fu elevata al marchesato nel 1891. Non è quindi corretto presentare tutte queste famiglie come appartenenti, sin dall’origine, al medesimo grado marchionale [41].

Un caso distinto fu quello della seconda dinastia reale Shō. Dopo l’abolizione del Regno delle Ryūkyū e la sua trasformazione nella prefettura di Okinawa, nel 1879, l’ultimo sovrano, Shō Tai, fu trasferito a Tokyo. Il 2 maggio 1885 gli venne conferito il titolo di marchese. L’inserimento della dinastia spodestata nel kazoku ne riconosceva l’eccezionale dignità storica, ma ne assorbiva al tempo stesso lo status nella gerarchia nobiliare dell’Impero giapponese, senza conservarle una distinta condizione regia [42].

Shō Tai (1843–1901), ultimo re delle Ryūkyū e marchese del kazoku dal 2 maggio 1885. Ritratto fotografico del XIX secolo, autore ignoto. Naha City Historical Materials Digital Museum, tramite Wikimedia Commons; pubblico dominio.

Dai daimyō al kazoku

È metodologicamente improprio affermare che una parìa giapponese esistesse già dall’antichità. I kuge, aristocratici legati alla corte imperiale, e i daimyō, signori militari e territoriali, costituivano gruppi distinti per origine, funzioni e ordinamento. Essi rappresentarono le principali componenti storiche dalle quali fu formato il kazoku, ma non costituivano, prima del 1869 e soprattutto prima del 1884, un corpo unitario assimilabile alla parìa europea.

Durante i periodi Kamakura (1185–1333) e Muromachi (1336–1573) il termine daimyō designò, in senso progressivamente più definito, i maggiori signori militari dotati di basi territoriali e di proprie clientele armate. La loro posizione poteva tuttavia mutare considerevolmente in conseguenza delle guerre, delle alleanze e delle redistribuzioni territoriali. Soltanto durante il periodo Edo (1603–1868) il vocabolo acquisì una configurazione giuridica relativamente stabile nell’ordinamento dello shogunato Tokugawa.

Era convenzionalmente considerato daimyō il signore al quale fosse riconosciuto un possesso valutato in almeno 10.000 koku. Il koku era originariamente un’unità di capacità, corrispondente a circa 180,39 litri; nell’amministrazione feudale veniva tuttavia impiegato soprattutto come unità contabile per esprimere il kokudaka (石高), ossia la capacità produttiva fiscalmente attribuita a un territorio. Esso non coincideva necessariamente né con il raccolto effettivo né, tanto meno, con il reddito netto percepito dal signore. Il dominio dei Maeda di Kaga, il più ricco fra quelli sottoposti ai daimyō, era valutato in oltre un milione di koku.

Anche il prelievo gravante sui coltivatori variava a seconda del dominio, del periodo, del tipo di terreno e delle modalità locali di accertamento. Non può quindi essere assunto un tasso generale del cinquanta per cento, né si può dedurre che un dominio valutato in 100.000 koku assicurasse automaticamente al suo signore un reddito netto di 50.000 koku [43].

Nell’ordinamento Tokugawa le case dei daimyō venivano generalmente distinte in shinpan, fudai e tozama. Gli shinpan (親藩) appartenevano alla parentela dinastica dei Tokugawa; i fudai (譜代) erano, in linea generale, i vassalli ereditari legati alla casa Tokugawa prima della sua affermazione nazionale; i tozama (外様), letteralmente «signori esterni», erano invece le grandi case rimaste estranee all’antico nucleo vassallatico. La distinzione fra fudai e tozama non coincideva perfettamente con lo schieramento assunto nella battaglia di Sekigahara del 21 ottobre 1600: alcuni signori classificati come tozama avevano infatti sostenuto Tokugawa Ieyasu, pur non appartenendo alla sua precedente rete di vassalli ereditari.

Al di sotto della soglia dei 10.000 koku i vassalli diretti dello shōgun erano distinti in hatamoto (旗本) e gokenin (御家人). La differenza non dipendeva soltanto dall’ammontare dello stipendio: gli hatamoto godevano del diritto di essere ricevuti personalmente dallo shōgun, mentre i gokenin non possedevano tale prerogativa. I samurai al servizio delle singole amministrazioni territoriali erano invece indicati come hanshi (藩士), ossia uomini del dominio.

Nel 1884 il grado attribuito agli ex daimyō venne determinato, come criterio generale, sulla base della consistenza economica ufficialmente riconosciuta ai loro antichi domini. I capi delle case con rendite pari o superiori a 150.000 koku furono normalmente creati marchesi; quelli compresi fra 50.000 e 150.000 koku, conti; quelli al di sotto di 50.000 koku, visconti. La classificazione non fu tuttavia puramente matematica: il prestigio storico, i legami con i Tokugawa, la condotta durante la Restaurazione e i servizi resi al nuovo governo determinarono numerose eccezioni.

Tokugawa Iesato, capo della casa principale dei Tokugawa, ricevette nel 1884 il grado di principe/duca. Le tre case dei gosanke — Owari, Kii e Mito — furono create marchionali, mentre le tre case dei gosankyō — Tayasu, Hitotsubashi e Shimizu — ottennero il titolo di conte. Non tutti gli altri shinpan daimyō ricevettero però il medesimo grado: i titoli variarono secondo la posizione e la storia di ciascuna casa. Anche Tokugawa Yoshinobu, quindicesimo e ultimo shōgun, deve essere distinto da Iesato: divenne capo di una propria casa soltanto in epoca Meiji e fu elevato al grado di principe/duca nel 1902 [44].

Occorre infine distinguere la titolarità personale del grado dall’appartenenza familiare a una casa kazoku. Un solo individuo, lo yūshakusha (有爵者), normalmente coincidente con il capo della casa, era titolare della dignità e la trasmetteva secondo le norme successorie. La consorte e gli altri membri della famiglia individuati dalla legge potevano nondimeno appartenere giuridicamente a una casa kazoku e godere del relativo trattamento, senza essere personalmente titolari del medesimo grado. È pertanto inesatta l’affermazione secondo cui soltanto il titolare e la consorte farebbero parte del kazoku: essa confonde la titolarità della dignità con lo status nobiliare della famiglia [45].

Provenienza delle casate e consistenza numerica

Sotto il profilo dell’origine, le famiglie del kazoku possono essere ricondotte a tre grandi gruppi: il kuge kazoku (公家華族), formato dalle casate provenienti dall’antica aristocrazia di corte; il daimyō kazoku (大名華族), costituito dalle famiglie degli antichi signori territoriali; e il kunkō kazoku (勲功華族), comprendente le casate nobilitate per i servizi resi alla Restaurazione, alla Casa imperiale o allo Stato. Quest’ultimo gruppo è spesso indicato, in senso più ampio, anche come shin-kazoku (新華族), ossia «nuova nobiltà». Tale classificazione riguarda l’origine storica delle case e non sostituisce la gerarchia giuridica dei cinque gradi nobiliari.

Il nucleo del 1869

Nel 1869 furono inizialmente riunite nel kazoku 427 casate, ripartite fra gli antichi kugyō e gli shokō, in massima parte ex daimyō. Esse acquisirono allora lo status di kazoku, ma non uno dei cinque titoli, introdotti soltanto nel 1884.

Le cifre relative alla composizione interna di questo nucleo divergono nelle ricostruzioni disponibili: alcune indicano 142 case di provenienza curiale e 285 di provenienza signorile, altre 137 e 270, computando a parte le famiglie ammesse alle due categorie dopo la Restaurazione. La differenza dipende dal momento al quale il conteggio è riferito e dal trattamento delle ammissioni successive; il totale di 427 resta invece costante [46].

L’ampliamento successivo

Eventuali conteggi superiori, ottenuti aggiungendo categorie particolari di famiglie sacerdotali o case ammesse in epoca successiva, combinano momenti e criteri classificatori differenti e non descrivono pertanto la consistenza originaria del nuovo corpo nobiliare.

Gruppi d’origine specifica: sacerdoti ed ex imperiali

Accanto ai nuclei principali esistevano gruppi di origine più specifica, fra i quali il Nara kazoku (奈良華族), comprendente alcune antiche famiglie sacerdotali legate ai grandi santuari di Nara, e il kōshin kazoku (皇親華族), categoria introdotta dal Kazoku-rei del 1907 per i discendenti della Casa imperiale passati allo stato di sudditi. Il Chōsen kizoku, di cui si tratta più avanti, costituiva invece un ordinamento coloniale distinto e non può essere presentato come un quarto gruppo interno al kazoku giapponese.

Titoli e consistenza numerica

Con l’introduzione dei cinque gradi, nel luglio 1884, la prima distribuzione comprese 509 casate: 11 principesche o ducali, 24 marchionali, 76 comitali, 324 viscontee e 74 baronali.

Nel 1928 il repertorio coevo Gendai kazoku fuyō registrava invece 954 casate: 18 principesche o ducali, 40 marchionali, 108 comitali, 379 viscontee e 409 baronali. La somma delle singole categorie è dunque 954; una cifra di 956, con 411 baronie, non corrisponde al computo generalmente riportato per quell’anno.

Come usare i totali

Alla vigilia dell’abolizione dell’ordinamento nobiliare, nel 1947, il numero delle case kazoku esistenti era inferiore al totale cumulativo delle case che avevano ricevuto un titolo nel corso dei periodi Meiji, Taishō e Shōwa. Le divergenze fra le cifre riportate nei repertori dipendono dal criterio adottato: alcune serie registrano le sole casate contemporaneamente esistenti in una data determinata; altre comprendono le case estinte, quelle private del titolo e le successive rinobilitazioni. Occorre quindi distinguere con precisione fra il numero complessivo delle casate esistite nell’intero periodo, le casate titolate in una determinata data, i singoli titolari e la popolazione complessiva delle famiglie [47].

La Corea annessa: ōkōzoku e Chōsen kizoku

Dopo l’annessione della Corea, formalizzata con la pubblicazione del trattato il 29 agosto 1910, furono istituiti due ordinamenti distinti. I membri dell’ex Casa imperiale coreana furono ripartiti fra famiglie regie e principesche, complessivamente designate come ōkōzoku (王公族). Essi godevano di uno status paraimperiale, subordinato alla Casa imperiale giapponese ma superiore a quello del kazoku. La relativa disciplina fu sistematizzata nel 1926 mediante l’Ōkōke kihan (王公家軌範), ordinanza imperiale che regolava, fra l’altro, la successione e lo status delle famiglie regie e principesche coreane.

Diversa era la posizione del Chōsen kizoku (朝鮮貴族), istituito con il Chōsen kizoku-rei (朝鮮貴族令), ordinanza della Casa imperiale n. 14 del 29 agosto 1910. Esso comprendeva esponenti dell’aristocrazia, della burocrazia e della classe dirigente coreana ai quali l’autorità imperiale giapponese conferì uno dei quattro gradi di marchese, conte, visconte e barone. L’ordinamento escludeva il grado superiore di kōshaku 公爵, ossia il titolo qui reso come «principe/duca».

Il Chōsen kizoku era pertanto distinto tanto dalla Casa reale e principesca coreana quanto dal kazoku metropolitano. La sua istituzione costituiva uno strumento di incorporazione della precedente élite coreana nell’ordine coloniale giapponese: il conferimento di titoli riconosceva rango, lignaggio o servizi, ma subordinava tali distinzioni all’autorità dell’Impero giapponese. Il sistema fu abolito nel 1947, insieme ai residui ordinamenti nobiliari del precedente Stato imperiale [48].

Parlare indistintamente di «pari coreani» rischia dunque di confondere la dinastia precedentemente sovrana, inserita in uno speciale ordinamento paraimperiale, con la nobiltà coloniale creata dal governo giapponese.

Tokugawa Yoshinobu (1837–1913), quindicesimo e ultimo shōgun, elevato al grado di principe/duca del kazoku nel 1902 quale capo di una casa distinta da quella principale dei Tokugawa. Ritratto fotografico anteriore al 1913, autore ignoto. National Diet Library, tramite Wikimedia Commons; pubblico dominio.

Il kazoku e la Camera dei Pari

L’ereditarietà delle dignità del kazoku non rendeva ereditaria, secondo un’unica regola, l’appartenenza alla Camera dei Pari (Kizoku-in, 貴族院).

Principi, marchesi e successione

In base al Kizokuin-rei del 1889 i titolari dei due gradi più elevati, 公爵 e 侯爵, divenivano membri di diritto al compimento del venticinquesimo anno di età; nel 1925 il requisito fu elevato a trent’anni. Se la successione nel titolo avveniva durante la minore età, la dignità passava immediatamente al successore, mentre l’ammissione alla Camera rimaneva sospesa sino al raggiungimento dell’età prescritta.

Conti, visconti e baroni

Conti, visconti e baroni non sedevano invece automaticamente. Essi eleggevano, separatamente nell’ambito di ciascun grado, i propri rappresentanti, il cui mandato durava sette anni. La disciplina originaria stabiliva che il loro numero non potesse superare un quinto dei titolari di ciascun grado. Nelle prime elezioni, tenutesi il 10 luglio 1890, furono scelti 15 conti, 70 visconti e 20 baroni. La riforma del 1925 fissò successivamente la rappresentanza in 18 conti, 66 visconti e 66 baroni, per un totale di 150 membri elettivi appartenenti al kazoku.

Le altre componenti

La Camera comprendeva inoltre i membri maschi adulti della Casa imperiale, le personalità nominate dall’imperatore per particolari meriti, per dottrina o per esperienza, con mandato vitalizio, e i rappresentanti dei maggiori contribuenti, eletti in ciascuna prefettura e successivamente nominati dall’imperatore per un periodo di sette anni. Dal 1925 vi entrarono anche quattro rappresentanti dell’Accademia imperiale, eletti dai suoi membri e formalmente nominati dall’imperatore.

«Membro a vita» non è «pari a vita»

L’espressione «membro a vita della Camera» non equivale pertanto a «pari a vita» nel senso britannico: la nomina vitalizia costituiva una categoria parlamentare e poteva riguardare persone prive di un titolo nobiliare ereditario [49].

La Camera dei Pari giapponese durante una seduta presieduta dal principe/duca Tokugawa Iesato (1863–1940), presidente dell’assemblea dal 1903 al 1933. Fotografia pubblicata in Le Miroir, n. 230, 21 aprile 1918; fotografo non identificato. Wikimedia Commons; pubblico dominio.
CategoriaGiapponeseProvenienza
Nobiltà di cortekuge kazoku / dōjō kazokuCasate dell’antica aristocrazia di corte di Kyoto
Nobiltà dei daimyōdaimyō kazoku / shokō kazokuFamiglie degli ex signori territoriali dell’età Tokugawa
Nobiltà per meritikunkō kazokuPersone o casate nobilitate per servizi resi alla Restaurazione, alla Casa imperiale o allo Stato
«Nuova nobiltà»shin-kazokuEspressione storico-sociale, spesso riferita ai nobili di nuova ammissione, soprattutto per meriti; non un grado giuridico autonomo
Nobiltà di ex membri imperialikōshin kazokuMembri della Casa imperiale passati allo stato di sudditi e ammessi nel kazoku

Successione, adozione e passaggio dalla Casa imperiale

Il titolo non spettava automaticamente al primogenito in quanto tale. Il Kazoku-rei del 1907 stabiliva che esso fosse trasmesso al successore maschio nel governo della casa (danshi no katoku sōzokunin, 男子ノ家督相続人). La primogenitura maschile costituiva normalmente il criterio prioritario dell’ordine successorio, ma il presupposto giuridico della successione nel grado rimaneva l’acquisizione della qualità di capo della casa.

Non esisteva, inoltre, una rendita unica attribuita automaticamente con il titolo. Il patrimonio della casa, le rendite derivanti dai titoli pubblici, gli eventuali sussidi e le indennità connesse alla partecipazione alla Camera dei Pari derivavano da fonti e regimi distinti; non vanno quindi presentati come un unico stipendio nobiliare.

Adozione e continuità familiare

L’adozione era uno strumento fondamentale per impedire l’estinzione di una casa titolata, ma non operava come un semplice atto familiare privato. L’articolo 19 del Kazoku-rei subordinava al riconoscimento del ministro della Casa imperiale l’adozione compiuta da un titolare o dal suo presunto successore, nonché la designazione o la scelta del successore della casa.

L’autorizzazione non poteva essere accordata se l’adottato, o il successore scelto, non apparteneva a una delle categorie previste:

Categoria ammessaContenuto
Parenti in linea maschileConsanguinei entro il sesto grado della linea maschile dell’adottante o del titolare defunto, con esclusione dei parenti naturali di chi fosse già entrato nella casa da un’altra famiglia
Membri della stessa compagine familiareMembri della casa principale o della medesima casa, nonché capi o membri di una casa derivata
Altri nobiliPersone che già godevano dello status di kazoku

La disposizione consentiva dunque di assicurare la successione mediante un ramo collaterale o mediante l’adozione di un membro di un’altra famiglia nobile, ma entro confini stabiliti dalla legge e sotto il controllo del ministro della Casa imperiale. L’adozione poteva garantire la continuità del nome, della casa e della titolarità nobiliare, senza però attribuire al titolare una libertà illimitata di scegliere un successore fuori dalle categorie espressamente ammesse.

Passaggio dalla Casa imperiale

È inesatto riferire al 1904 la disciplina sistematica del passaggio di membri della Casa imperiale nel kazoku: essa va ricondotta al Supplemento alla Legge della Casa imperiale dell’11 febbraio 1907. La normativa stabiliva che un ō (王), ossia un membro della Casa imperiale avente quello specifico rango dinastico, potesse ricevere un nome di famiglia ed essere incluso nel kazoku per volontà imperiale oppure in seguito a una propria domanda accolta dall’imperatore.

Il Supplemento disponeva inoltre che un ō, con autorizzazione imperiale, potesse divenire successore nel governo di una casa kazoku oppure esserne adottato allo scopo di assicurarne la successione. La consultazione del Consiglio della Famiglia imperiale e del Consiglio privato faceva parte della procedura istituzionale prevista per l’adozione dell’atto, che fu infatti promulgato dopo il parere di entrambi gli organi: circostanza che conferma il rilievo costituzionale e dinastico attribuito al riordino. Una volta passato allo stato di suddito, il membro della precedente Casa imperiale non poteva rientrarvi.

Portata della norma

Le disposizioni riguardavano persone appartenenti a una precisa categoria dinastica, ossia gli ō (王), e non genericamente i «principi minori» o gli ōke. Il passaggio allo stato di suddito non costituiva una semplice rinuncia privata, ma un mutamento di status disposto o autorizzato secondo le procedure dell’ordinamento imperiale [50].

Rinuncia, perdita del grado e mancata successione

La disciplina del Kazoku-rei richiede una distinzione rigorosa fra la perdita automatica del titolo conseguente a determinate condanne penali, i provvedimenti disciplinari adottati per condotte ritenute incompatibili con la dignità nobiliare e l’inefficacia della successione dovuta alla mancata denuncia nei termini prescritti. Si tratta di fattispecie differenti, che non devono essere ricondotte indistintamente alla generica nozione di «degradazione».

Il Kazoku-rei del 1907 fu emanato come Ordinanza della Casa imperiale n. 2 dell’8 maggio 1907 e rimase in vigore sino alla soppressione dell’ordinamento nobiliare nel 1947. Esso disciplinava non soltanto la successione nei titoli, ma anche l’adozione, il trattamento nobiliare, le procedure di restituzione del grado e le conseguenze di determinati comportamenti o condanne.

Perdita per condanna penale

L’articolo 21 del Kazoku-rei disponeva che il titolare di un grado nobiliare condannato alla pena di morte oppure ai lavori forzati o alla reclusione penale (chōeki, 懲役), con sentenza divenuta definitiva, perdesse il proprio titolo. La perdita operava in forza della norma stessa e non richiedeva una valutazione discrezionale circa l’opportunità di privare l’interessato della dignità.

Misure disciplinari e restituzione

Condotte ritenute lesive della dignità del kazoku potevano invece determinare, previa procedura disciplinare, la restituzione coatta del titolo, la perdita della denominazione nobiliare oppure la sospensione, totale o parziale, del trattamento connesso al grado. Tali misure presupponevano l’intervento del ministro della Casa imperiale, la deliberazione della commissione disciplinare della Casa imperiale (Sōchitsu-ryō shingikai, 宗秩寮審議会) e l’approvazione imperiale.

Anche la restituzione volontaria non era una rinuncia efficace per la sola dichiarazione del titolare. Il Kazoku-rei gli consentiva di presentare domanda di restituzione del titolo, ma essa doveva essere trasmessa attraverso il ministro della Casa imperiale e seguire il procedimento autorizzativo dell’ordinamento imperiale: l’atto era richiesto dall’interessato e perfezionato soltanto dalle autorità competenti.

Denuncia della successione

Il successore, o il suo rappresentante legale, doveva denunciare al ministro della Casa imperiale l’apertura della successione entro sei mesi dal momento in cui ne fosse venuto a conoscenza e, in ogni caso, non oltre tre anni dall’apertura stessa. L’omissione non privava alcuno di un titolo già validamente acquisito, ma impediva al chiamato di subentrare nel grado: non degradazione, dunque, bensì inefficacia del procedimento successorio.

SituazioneConseguenza giuridica
Condanna definitiva alla pena di morte o al chōekiPerdita del titolo da parte del titolare
Provvedimento per comportamento indegnoPossibile restituzione coatta, esclusione dalla denominazione nobiliare o limitazione del trattamento, secondo la procedura disciplinare
Domanda di restituzione del titolareIstanza sottoposta al ministro della Casa imperiale e alla procedura prescritta; non rinuncia unilateralmente efficace
Mancata denuncia della successione nei terminiIl chiamato non subentra validamente nel titolo; non si tratta della degradazione di una dignità già consolidata

Cautele sulle fonti

Non risulta metodologicamente fondato sostenere, senza documentazione puntuale, che casi di perdita del titolo, restituzione o mancata successione fossero «volutamente nascosti». Una tesi di questo genere richiederebbe l’esame e la citazione di fascicoli della Casa imperiale, deliberazioni della commissione disciplinare, atti del ministro competente, decreti imperiali o altri documenti amministrativi specificamente riferibili ai singoli casi.

È più corretto affermare che tali vicende possono essere difficili da ricostruire. I repertori genealogici adottano criteri diversi nel contare case estinte, titoli restituiti, successioni non perfezionate, esclusioni dal ceto nobiliare o successive ricostituzioni della medesima casa; inoltre, una parte della documentazione della Casa imperiale richiede consultazione archivistica diretta e può presentare limiti di accesso, descrizione o indicizzazione. Tale difficoltà documentaria non dimostra, di per sé, l’esistenza di una politica intenzionale di occultamento [51].

Gradi di corte e concessioni nobiliari in prossimità della morte

La distinzione fra grado di corte (ikai, 位階) e titolo nobiliare ereditario (shakui, 爵位) è decisiva. La formula 特旨ヲ以テ位一級被進 — «per speciale disposizione sovrana, fu promosso di un grado» — indica una promozione nella gerarchia personale dei gradi di corte e non attribuisce, di per sé, una dignità del kazoku. L’articolo 2 dell’Ikai-rei individua, fra le categorie di persone alle quali possono essere conferiti gradi di corte, coloro che abbiano reso meriti allo Stato o prestato servizi ritenuti degni di riconoscimento: la promozione per speciale disposizione si iscrive pertanto nella disciplina dell’ikai e non in quella delle concessioni o successioni di shakui.

Un documento archivistico relativo a Nakamura Satoru registra con chiarezza tale distinzione. Nakamura vi appare già qualificato separatamente come barone (danshaku, 男爵) e come titolare del grado di shō sanmi (正三位); con la formula 特旨ヲ以テ位一級被進 gli viene conferita la promozione al grado di ju ni’i (従二位). Il provvedimento accresceva dunque il suo rango di corte, lasciando immutato il titolo baronale. La presenza di un titolo del kazoku nel documento non trasforma quindi una promozione di ikai in una concessione nobiliare.

È pertanto necessario verificare, in ciascun atto, se esso disponga una promozione di ikai — riconoscibile da formule quali 特旨叙位 o 特旨ヲ以テ位一級被進 — oppure una concessione, promozione, successione o perdita di shakui. Soltanto nel secondo caso il provvedimento incide direttamente sul titolo nobiliare.

Tsuishi e zōi

L’Ikai-rei, promulgato il 21 ottobre 1926 come decreto imperiale n. 325, prevedeva due figure postume distinte.

La tsuishi (追賜) era la concessione retroattiva di un grado a una persona deceduta rientrante nelle categorie indicate dall’articolo 2: in caso di morte, il grado poteva essere conferito per speciale disposizione con decorrenza dal giorno del decesso. Lo zōi (贈位) era invece il conferimento di un grado a una persona già defunta e distinta per meriti eminenti, secondo quanto stabilito dall’articolo 4.

Entrambe le figure riguardavano il rango personale di corte e non creavano una dignità nobiliare ereditaria. Esse spiegano come una persona morta da lungo tempo potesse ricevere un riconoscimento postumo, senza che ciò comportasse l’ingresso dei suoi discendenti nel kazoku né la trasmissione di un titolo.

Una sola morte giuridica

Non è appropriato affermare che un dignitario giapponese avesse «due date di morte». Il decesso rimaneva un unico evento naturale e giuridico. Potevano invece divergere:

  • la data effettiva della morte;
  • la data della sua registrazione o della comunicazione pubblica;
  • la data dell’atto onorifico;
  • la data di efficacia del grado, qualora esso fosse retrodatato al giorno del decesso.

In un’istruzione archivistica relativa alle promozioni postume il termine ordinario per l’emanazione del provvedimento era calcolato dalla data della morte oppure, in caso di scomparsa, dalla data nella quale il decesso fosse stato accertato. La retroattività della tsuishi non creava dunque una seconda «morte ufficiale»: stabiliva soltanto l’efficacia del provvedimento onorifico dalla data del decesso.

Il caso Sakurai Jōji

Il caso di Sakurai Jōji è eccezionale, poiché non riguardò soltanto un grado di corte o una decorazione. Chimico, accademico, consigliere privato e membro della Camera dei Pari di nomina imperiale, Sakurai (1858–1939) morì il 28 gennaio 1939 e ricevette, in occasione della morte, il titolo di barone (danshaku, 男爵). La Biblioteca nazionale della Dieta e la Società chimica giapponese confermano sia la data del decesso sia il conferimento baronale; una fonte del Museo nazionale della natura e della scienza riferisce inoltre che nella stessa circostanza gli furono attribuiti il titolo e l’Ordine del Sol Levante con fiori di paulownia.

La concessione di danshaku apparteneva alla sfera dei titoli ereditari del kazoku e non va quindi assimilata a una promozione postuma nell’ikai. Il caso mostra come titolo nobiliare, grado di corte e decorazione potessero essere conferiti congiuntamente o in prossimità della morte, pur restando istituti giuridici e onorifici distinti.

Una concessione disposta in punto di morte doveva essere esaminata alla luce dello specifico decreto istitutivo e delle norme sulla successione nella casa. Qualora il provvedimento creasse una dignità ereditaria e vi fosse un successore maschio idoneo ad assumere il governo della casa, poteva aprirsi immediatamente la successione nel grado; in assenza di tali presupposti la trasmissione non seguiva automaticamente. Occorre pertanto distinguere la concessione del titolo, la sua natura ereditaria, l’esistenza di una casa giuridicamente idonea a proseguirne la titolarità e l’individuazione del successore secondo le norme vigenti. Le concessioni nobiliari in prossimità della morte devono restare nettamente distinte dalle molto più frequenti promozioni postume nei gradi di corte [52].

Sakurai Jōji (1858–1939), chimico e consigliere privato, insignito del titolo di barone in occasione della morte. Fotografia pubblicata in Omoide no kazukazu: Sakurai Jōji ikō, 1940. National Diet Library; immagine di pubblico dominio.

Il kazoku: amministrazione, case e regolamenti domestici

L’analisi del kazoku richiede di distinguere la dignità nobiliare, la casa e gli apparati preposti all’amministrazione del sistema. Il kazoku esistette dal 1869 al 1947 e fu concepito come «baluardo della Casa imperiale» (kōshitsu no hanpei, 皇室の藩屏). Con il Kazoku-rei del 1884 le dignità furono ordinate nei cinque gradi di 公爵, 侯爵, 伯爵, 子爵 e 男爵; la loro resa in italiano è convenzionale e non deve far perdere di vista i caratteri originali, l’atto di conferimento, la cronologia e la posizione della singola casa.

Il Ministero della Casa imperiale amministrò la materia attraverso uffici denominati, in tempi diversi, Kazoku-buchōkyoku, Kazoku-kyoku, Shakuikyoku, poi Shakuiryō, e Sōchitsuryō. Gli archivi prodotti da tali uffici comprendono documenti relativi alle concessioni e alle promozioni nei gradi, comunicazioni provenienti dalle singole case e materiali concernenti la vigilanza sullo status nobiliare.

I titolari potevano adottare, previa autorizzazione del ministro della Casa imperiale, regolamenti domestici denominati kahan (家範). L’Archivio nazionale segnala cinquantadue kahan per i quali, dalla metà dell’epoca Meiji, fu presentata domanda di autorizzazione allo Shakuikyoku e che furono registrati in un apposito repertorio. Tali regolamenti disciplinavano i princìpi della casa, la successione domestica, l’amministrazione patrimoniale, le finanze e la contabilità.

I kahan non costituivano tuttavia una legislazione uniforme applicabile a tutte le casate. Erano atti interni alla singola casa, sottoposti a controllo e autorizzazione nell’ambito dell’amministrazione imperiale, ma capaci di riflettere strutture patrimoniali, esigenze successorie e tradizioni familiari differenti [53].

La scheda di una famiglia kazoku deve pertanto tenere distinti l’atto e la data di nobilitazione, il grado originario e le successive promozioni, il capo della casa, la successione domestica, le eventuali adozioni, la partecipazione alla Camera dei Pari, i regolamenti interni, il mon e i suoi usi documentati, nonché la cessazione dello status nel 1947. Tale distinzione impedisce di dedurre il rango di un individuo dal solo cognome, dall’appartenenza a una determinata casa o dall’impiego di un emblema.

Componente originariaNumero di case
Casate di corte (kuge)137
Ex signori territoriali (shokō)270
Casate assimilate ai kuge dopo la Restaurazione5
Casate assimilate agli shokō dopo la Restaurazione16
Totale427

Brisure e differenziazioni

Nell’emblematica giapponese non esisteva un sistema generale e codificato di brisure paragonabile a quello elaborato dall’araldica europea. Erano tuttavia praticate diverse forme di differenziazione: modificazione del disegno originario, variazione del numero o della disposizione degli elementi, aggiunta o soppressione di un cerchio esterno, adozione di un mon secondario e, soprattutto sulle insegne militari, impiego di differenti combinazioni cromatiche. Tali variazioni potevano distinguere rami collaterali, singole case o particolari destinazioni d’uso, ma non obbedivano a una regola uniforme né indicavano necessariamente la posizione genealogica del portatore.

Poiché il mon era definito principalmente dalla forma e dal rapporto fra figura e fondo, il colore non possedeva generalmente la funzione identificativa propria degli smalti dell’araldica europea. Sugli abiti formali esso veniva spesso eseguito in bianco o comunque in contrasto con il tessuto; sulle bandiere, sulle sopravvesti militari, sulle armature e sugli altri supporti poteva invece assumere colori differenti. Non è quindi corretto affermare che i mon indossati fossero sempre bianchi: la resa dipendeva dal materiale, dalla tecnica e dalla funzione dell’oggetto.

Thomas R. H. McClatchie descriveva, nel 1876, una differenziazione cromatica fra le insegne della casa principale Tokugawa e quelle delle tre case collaterali di Owari, Kii e Mito. Secondo la sua testimonianza, il mitsuba aoi della casa principale appariva in oro o argento sopra una bandiera azzurra; quello di Mito era nero su bianco; quello di Owari bianco sopra un drappo a strisce orizzontali bianche e nere; quello di Kii bianco su fondo azzurro, con gli interstizi delle foglie riempiti di nero. Il disegno fondamentale del mon rimaneva tuttavia sostanzialmente invariato: a differenziarsi erano soprattutto la resa cromatica e il supporto.

Più frequente era la modificazione grafica. Un ramo cadetto poteva conservare il mon della casa principale oppure adottarne una variante ottenuta cambiando il numero, la disposizione o la stilizzazione degli elementi. Anche le quattro case principesche ereditarie tradizionalmente riunite sotto la denominazione di Seshū Shinnōke (世襲親王家) — Fushimi, Katsura, Arisugawa e Kan’in — impiegavano varianti del crisantemo imperiale, distinguibili dal numero e dalla disposizione dei petali o dalla presenza di elementi accessori [54].

Non esisteva invece una facoltà indiscriminata di combinare liberamente il proprio mon con quello di un signore, di un benefattore o del coniuge. Sono documentati la concessione dell’uso di un emblema da parte di un superiore, l’impiego alternativo del mon della famiglia d’origine della moglie e l’associazione di un emblema principale con uno secondario; estensione, durata ed ereditarietà di tali usi dipendevano però dalla singola concessione o dalla consuetudine della casa [55].

I mon erano dunque prevalentemente monocromatici, ma potevano essere eseguiti in colori diversi secondo il supporto. Il principio grafico essenziale non era il colore in sé, bensì il contrasto fra la figura e il fondo. Da questa relazione derivavano anche le versioni positive e negative del medesimo emblema, comunemente indicate come hinata-mon (日向紋) e kage-mon (陰紋): in linea generale, il hinata-mon presenta la figura chiara su fondo scuro, mentre il kage-mon mostra la figura scura o soltanto tracciata su fondo chiaro. Durante il periodo feudale la colorazione poteva variare in rapporto al colore della bandiera, della sopravveste o della corazza: sopra un fondo scuro si ricorreva frequentemente al bianco, all’oro oppure al rosso; sopra un fondo chiaro, al nero o al rosso. Si trattava tuttavia di soluzioni d’impiego e non di smalti invariabili incorporati nell’identità del mon.

Neppure l’ampiezza della variazione indicava necessariamente la dignità del portatore. Alcune forme godevano certamente di particolare prestigio. Il go-shichi no kiri (五七桐), nel quale le tre infiorescenze della paulownia recano rispettivamente cinque, sette e cinque fiori o boccioli, ebbe un uso imperiale e governativo di alto rango; non può però essere definito un emblema personale riservato al presidente del Consiglio dei ministri. Il più semplice go-san no kiri (五三桐), con la disposizione tre-cinque-tre, conobbe una diffusione assai più ampia; anche in questo caso, tuttavia, è improprio affermare senza qualificazioni che potesse essere usato da chiunque.

Rami, successioni e condivisione dei mon

Quando da una casa principale, detta honke (本家), si separava un ramo cadetto, indicato come bunke (分家) o bekke (別家), quest’ultimo poteva conservare il medesimo emblema oppure adottarne una variante. Famiglie aventi lo stesso cognome potevano pertanto servirsi di mon identici o simili, rendendo visibile una relazione dinastica, genealogica o politica; la coincidenza dell’emblema non costituisce tuttavia, da sola, una prova sufficiente di discendenza.

La casa Maeda di Kanazawa, nel dominio di Kaga, usava il Kaga umebachi, una variante del fiore di pruno stilizzato. Secondo i repertori tradizionali, lo stesso motivo, in forme differenziate, era impiegato dai rami di Toyama, nell’Etchū, e di Daishōji, nel Kaga, mentre il ramo di Nanokaichi, nella provincia di Kōzuke o Jōshū, adoperava una forma più semplice dell’umebachi. Il caso mostra come rami derivati da una medesima casa potessero conservare il motivo araldico fondamentale, distinguendolo attraverso variazioni grafiche senza rinunciare al richiamo alla comune origine Maeda.

Anche famiglie di cognome differente potevano condividere il medesimo emblema per una discendenza rivendicata o riconosciuta, per mutamento di cognome, per adozione oppure per concessione dell’uso del mon da parte di un’autorità o di una casata superiore. In ciascun caso occorre distinguere il fatto dell’uso documentato dell’emblema dalla prova della relazione genealogica addotta per spiegarlo.

Alla famiglia Taira era tradizionalmente associato l’ageha no chō, la «farfalla con le ali erette»; varianti dello stesso motivo compaiono presso famiglie che rivendicavano una discendenza dai Taira, fra le quali gli Oda e i Seki. Il Gunsho ruijū attribuisce invece a numerose famiglie appartenenti o ricondotte alla discendenza dei Seiwa Genji — Kira, Shibukawa, Ishibashi, Shiba, Hosokawa, Hatakeyama, Ueno, Isshiki, Yamana, Nitta, Ōdate, Niki, Imagawa, Momoi e Yoshimi — l’impiego del futatsu-biki-ryō (二つ引両) e della paulownia. La tradizione faceva risalire tali emblemi a Minamoto no Yoshiie, detto Hachimantarō, morto nel 1106 e considerato antenato comune di molte di queste linee. Tali attribuzioni devono tuttavia essere presentate come tradizioni genealogiche e repertoriali, non come dimostrazioni automatiche della discendenza di ogni famiglia che impiegò il medesimo motivo.

Rudolf Lange riferisce inoltre il caso di un daimyō identificato come Uesugi Ujimori, il quale avrebbe assegnato al proprio secondogenito, adottato da un’altra famiglia e quindi destinato a mutare cognome, un emblema simile al proprio: take ni tobi-suzume, «bambù e passeri in volo», invece di take ni tomaru suzume, «bambù e passeri posati». Poiché l’identificazione del personaggio e la genealogia dell’episodio dipendono dalla fonte ottocentesca utilizzata da Lange, l’esempio deve essere presentato come testimonianza repertoriale e non come fatto definitivamente accertato.

Ad alcune famiglie di daimyō furono concessi l’uso del crisantemo (kiku) o della paulownia (kiri), emblemi connessi alla Casa imperiale; in altri casi fu concesso il mitsuba aoi dei Tokugawa. La concessione poteva riguardare l’emblema principale, un kaemon oppure un uso circoscritto e non comportava necessariamente né una piena assimilazione alla casa concedente né una trasmissione ereditaria illimitata.

Secondo lo Shoke keizusan, una casa Yamana impiegava la paulownia come emblema principale e, come soe-mon (添紋), lo shichiyō no nezasa, una varietà di bambù nano rappresentata con sette foglie. Una prima tradizione faceva derivare quest’ultimo emblema da una spada ornata con il medesimo motivo, donata a un antenato dallo shōgun Ashikaga Yoshimitsu, in carica dal 1368 al 1394. Una seconda versione lo collegava alla rivolta di Meitoku del 1391: l’antenato avrebbe applicato al proprio stendardo foglie di sasa per distinguersi da un congiunto ribelle appartenente alla stessa famiglia. Racconti di questo genere sono frequenti nella letteratura genealogica ed emblematica giapponese, come in quella europea, ma il loro carattere eziologico e aneddotico impone di non considerarli prove storiche in assenza di riscontri documentari.

La corrispondenza di cognome, mon e tradizione genealogica può costituire un indizio di relazione fra case, ma nessuno di questi elementi, considerato isolatamente, dimostra il rango, la legittimità di una successione, l’appartenenza a un ramo determinato o la discendenza storica dell’utilizzatore.

I quattro fratelli di Takasu: da sinistra, Matsudaira Sadaaki, Matsudaira Katamori, Tokugawa Mochinaga e Tokugawa Yoshikatsu, fotografati da Futami Asakuma nel 1878. Figli del daimyō Matsudaira Yoshitatsu e successivamente posti a capo di differenti rami dei Matsudaira e dei Tokugawa, rappresentano efficacemente la continuità genealogica fra le antiche casate signorili e il nuovo ceto del kazoku dell’età Meiji. Collezione Tokugawa Reimeikai; riproduzione da Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Criteri per una schedatura delle casate kazoku

Per un annuario non basta tradurre il rango. Ogni scheda dovrebbe distinguere la data e l’atto d’ingresso nel kazoku; la data e l’atto di conferimento del grado; il grado originario e le eventuali promozioni; la categoria d’origine — kuge, ex daimyō, antiche case religiose, aristocrazia delle Ryūkyū, servizi resi alla Restaurazione oppure meriti militari e civili —; il capo della casa e il titolare del grado nelle diverse fasi; le regole e gli atti di successione o di adozione; la partecipazione alla Camera dei Pari; l’eventuale restituzione, perdita del grado o mancata successione; le fonti archivistiche; i mon attribuiti alla casa, con le rispettive varianti e la relativa cronologia documentaria.

Gli elenchi divulgativi che censiscono diciannove case principesche o ducali e quaranta case marchionali possono essere utili come repertori preliminari. Non sono tuttavia sufficienti a dimostrare né il numero complessivo delle casate durante l’intero periodo di esistenza dell’istituto né la continuità genealogica di ciascuna casa. Per tali finalità occorre verificare i singoli conferimenti, le promozioni, le successioni, le estinzioni e le eventuali ricostituzioni delle linee familiari [56].

Questa impostazione evita tre errori ricorrenti: contare come persone dati numerici riferiti alle case; attribuire il titolo a tutti i componenti della famiglia, quando esso spettava al solo titolare; proiettare retroattivamente i cinque gradi introdotti nel 1884 sui kuge e sui daimyō delle epoche precedenti. Essa permette inoltre di mantenere distinti il kazoku metropolitano, i membri dell’ex dinastia imperiale coreana ai quali fu riconosciuto lo speciale status di ōkōzoku (王公族) e il separato Chōsen kizoku (朝鮮貴族).

Anno o criterioPrincipi/duchiMarchesiContiViscontiBaroniTotale
Prima titolazione generale, 188411247632474509
Repertorio del 19281840108379409954

La Casa imperiale del Giappone

Stato della Casa imperiale al 6 settembre 2026

La Legge sulla Casa imperiale (Kōshitsu Tenpan, 皇室典範) vigente alla data qui assunta è la legge n. 3 del 1947, promulgata il 16 gennaio ed entrata in vigore il 3 maggio 1947, contemporaneamente alla Costituzione. Essa disciplina la successione al trono, l’appartenenza alla Famiglia imperiale, il matrimonio, la reggenza, la maggiore età, i registri dinastici e il Consiglio della Casa imperiale. La legge n. 134 del 1949, entrata in vigore il 1º giugno di quell’anno, sostituì negli articoli 28 e 30 i riferimenti all’Ufficio della Casa imperiale con quelli all’Agenzia della Casa imperiale.

Alla data del 6 settembre 2026 occorre distinguere la disciplina effettivamente vigente da quella già promulgata ma non ancora entrata in vigore. La legge di riforma, approvata dalla Dieta il 17 luglio 2026 e promulgata il 24 luglio come legge n. 66, entrerà in vigore nelle sue disposizioni principali il 24 ottobre 2026. Da tale data saranno abrogati gli articoli 12 e 13: le naishinnō e le joō non perderanno più automaticamente lo status imperiale per effetto del matrimonio con un cittadino estraneo alla Famiglia imperiale. Il marito e i figli nati dal matrimonio non acquisteranno tuttavia, per questo solo fatto, la qualità di membri della Famiglia imperiale. Una disposizione transitoria consentirà inoltre alle principesse già appartenenti alla Famiglia imperiale al momento dell’entrata in vigore della riforma di optare per l’uscita dalla Famiglia imperiale in occasione del matrimonio.

Il nuovo articolo 38 permetterà, previa deliberazione del Consiglio della Casa imperiale, l’adozione di un uomo di almeno quindici anni, privo di coniuge e di figli, discendente legittimo in linea maschile di un uomo già appartenuto alla Famiglia imperiale. La norma riguarda pertanto, sul piano storico, i discendenti agnatizi degli undici rami collaterali usciti dalla Famiglia imperiale nel 1947, senza tuttavia contenere un elenco nominativo delle relative casate. L’adottato acquisterà lo status imperiale ma non entrerà personalmente nell’ordine di successione previsto dall’articolo 2; i suoi discendenti maschi in linea maschile, nati dopo l’adozione, avranno invece titolo a succedere secondo l’ordine ordinario. La riforma non introduce dunque né la successione femminile né la successione per linea femminile: ne estende soltanto la base agnatizia [57].

La disciplina moderna deve essere distinta dalla serie storica dei sovrani. Otto imperatrici regnanti occuparono il trono in dieci regni, poiché Kōgyoku, tornata sul trono come Saimei, e Kōken, tornata come Shōtoku, regnarono due volte. Tutte appartenevano alla linea imperiale, ma nessuno di tali regni determinò l’instaurazione di una distinta successione dinastica per linea femminile. L’esclusione espressa delle donne dalla successione fu formalizzata dalla legislazione Meiji del 1889, mantenuta dalla legge del 1947 e lasciata immutata dalla riforma del 2026.

La Casa imperiale (kōshitsu, 皇室), indicata anche come Famiglia imperiale, comprende l’imperatore, l’imperatrice e gli altri membri ai quali la legge riconosce lo status imperiale. «Casa di Yamato» è invece una denominazione storiografica o divulgativa, non una categoria della legislazione vigente. Ai sensi dell’articolo 1 della Costituzione l’imperatore è «il simbolo dello Stato e dell’unità del popolo»; compie gli atti in materia di Stato previsti dalla Costituzione, ma non possiede poteri relativi al governo. Gli altri membri svolgono attività cerimoniali, rappresentative, culturali e assistenziali, senza esercitare funzioni costituzionali di governo.

La monarchia giapponese viene convenzionalmente presentata come la più antica monarchia ereditaria tuttora esistente. La genealogia ufficiale enumera 126 sovrani, a partire da Jimmu, la cui ascesa è tradizionalmente collocata l’11 febbraio 660 a.C., sino all’attuale imperatore Naruhito. Tale numerazione appartiene alla tradizione dinastica ufficiale e non coincide integralmente con la ricostruzione storiografica: Jimmu e una parte considerevole dei primi sovrani appartengono alla narrazione mitico-genealogica delle più antiche cronache. Una cronologia storicamente più sicura emerge gradualmente fra il V e il VI secolo; Kinmei, il cui regno è tradizionalmente datato 539–571, è spesso considerato il primo imperatore per il quale si dispone di una cronologia sostanzialmente verificabile.

Gli articoli 1–4 della Legge sulla Casa imperiale disciplinano la successione. L’articolo 1 la riserva ai discendenti maschi in linea maschile appartenenti alla linea imperiale; l’articolo 2 stabilisce l’ordine degli aventi diritto; l’articolo 3 consente di modificarlo, con deliberazione del Consiglio della Casa imperiale, qualora l’erede sia affetto da una malattia grave e incurabile o sussista un altro impedimento di particolare gravità; l’articolo 4 dispone l’immediata successione dell’erede alla morte dell’imperatore. Gli articoli 5–8 definiscono la composizione della Famiglia imperiale e le qualifiche di shinnō, naishinnō, ō e joō. Le traduzioni italiane «principe» e «principessa» hanno quindi valore funzionale e non esprimono un’esatta equivalenza con i ranghi nobiliari europei.

Dopo l’uscita di cinquantuno persone appartenenti a undici rami collaterali nell’ottobre 1947, il nucleo della Famiglia imperiale rimase costituito dai discendenti in linea maschile dell’imperatore Taishō e dalle donne che ne acquisivano lo status per matrimonio. Al 6 settembre 2026 l’Agenzia della Casa imperiale registra sedici membri: cinque appartenenti al nucleo interno della corte e undici distribuiti fra le case principesche. Queste ultime sono cinque, e non più quattro, in conseguenza del riordino del 30 settembre 2025: la principessa Akiko è divenuta capo (tōshu) della casa Mikasa-no-miya, mentre alla principessa Nobuko è stata assegnata la nuova casa Mikasa-no-miya Tomohito Shinnōhi-ke; permangono inoltre le case Akishino, Hitachi e Takamado [58].

Appartenenza alla Famiglia imperiale e diritto di successione al trono restano piani distinti. Alla data qui considerata è ancora applicabile l’articolo 12, secondo il quale una donna appartenente alla Famiglia imperiale perde tale status qualora sposi una persona diversa dall’imperatore o da un altro membro della Famiglia imperiale; la disposizione sarà abrogata il 24 ottobre 2026. L’articolo 11 continua inoltre a prevedere, entro presupposti determinati e mediante deliberazione del Consiglio della Casa imperiale, l’uscita volontaria o necessaria di alcuni membri dalla Famiglia imperiale.

Un caso significativo è quello di Shigeko, figlia maggiore dell’imperatore Shōwa, che nel 1943 sposò il principe Higashikuni Morihiro, figlio maggiore del principe Naruhiko. Poiché al momento del matrimonio Morihiro apparteneva alla Famiglia imperiale, Shigeko non perse allora il proprio status. Lo perse invece il 14 ottobre 1947, quando Morihiro e gli altri membri del ramo Higashikuni uscirono dalla Famiglia imperiale. Il caso dimostra che la cessazione dello status imperiale poteva dipendere dalla posizione giuridica della casa del marito e non necessariamente dal matrimonio con una persona originariamente estranea alla dinastia.

Kyū-miyake

L’espressione kyū-miyake (旧宮家, «antiche case principesche» o «ex case principesche») designa convenzionalmente gli undici rami collaterali i cui cinquantuno membri persero lo status imperiale il 14 ottobre 1947: Fushimi, Kan’in, Yamashina, Kitashirakawa, Nashimoto, Kuni, Kaya, Asaka, Higashikuni, Takeda e Higashifushimi. Il termine può essere esteso ai loro discendenti, ma non costituisce oggi una categoria giuridica personale.

L’uscita dalla Famiglia imperiale fu attuata mediante gli strumenti previsti dall’ordinamento giapponese, in particolare attraverso una deliberazione del Consiglio della Casa imperiale adottata ai sensi degli articoli 11 e 13 della Legge sulla Casa imperiale del 1947. Essa intervenne tuttavia nel contesto dell’Occupazione alleata e sotto la determinante pressione politica e finanziaria del Comando supremo delle potenze alleate. Attribuire il provvedimento direttamente ed esclusivamente alle autorità statunitensi ne oscurerebbe pertanto la forma giuridica interna; omettere il condizionamento dell’Occupazione ne falserebbe, al contrario, il contesto politico [59].

I kyū-miyake non possiedono più personalità dinastica riconosciuta dal diritto pubblico. Le persone indicate in pubblicazioni genealogiche come «capi» delle rispettive case esercitano pertanto una funzione familiare o memoriale privata, senza titoli, prerogative o poteri successori ufficialmente riconosciuti. Alla data qui considerata sopravvivono discendenze maschili riconducibili alle case Kuni, Kaya, Asaka, Higashikuni e Takeda, oltre alla linea diretta della casa Fushimi.

La casa Fushimi-no-miya (伏見宮) fu la più antica delle quattro seshū shinnōke (世襲親王家), ossia delle case principesche ereditarie dalle quali, in mancanza di successori nella linea immediata, poteva essere tratto un erede al trono. La sua origine viene ricondotta al principe Yoshihito, figlio dell’imperatore Sukō della Corte del Nord, mentre la costituzione stabile della casa si colloca fra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. Le divergenze nella numerazione dei primi capi dipendono dalla controversa posizione della Corte settentrionale nella storiografia dinastica giapponese; è pertanto improprio definirli semplicemente «principi illegittimi» o figli di un «pretendente».

Nel XIX secolo la casa assunse una funzione genealogica centrale attraverso la numerosa discendenza del principe Fushimi Kuniie. Le case Yamashina, Kuni, Kitashirakawa, Komatsu e Higashifushimi furono costituite per suoi figli, mentre altre — Kaya, Asaka, Higashikuni e Takeda — derivarono da generazioni successive. La casa Kan’in aveva invece un’origine istituzionale autonoma e più antica, sebbene il suo ultimo ramo discendesse anch’esso in linea maschile da Kuniie. È dunque corretto affermare che nel 1947 i membri maschi degli undici rami discendevano agnatiziamente da Fushimi Kuniie, ma non che tutte quelle case fossero state fondate direttamente dai suoi figli. La centralità genealogica dei Fushimi-no-miya nel sistema dei rami collaterali fu ancora rappresentata nel primo Novecento dal principe Fushimi Hiroyasu, penultimo capo della casa.

La perdita dello status imperiale degli undici rami collaterali non deve essere confusa con la soppressione del kazoku. La nobiltà ereditaria fu eliminata dall’articolo 14 della Costituzione, entrata in vigore il 3 maggio 1947; l’uscita dei rami collaterali dalla Famiglia imperiale avvenne invece il successivo 14 ottobre e riguardò persone che sino a quel momento appartenevano alla dinastia, non al kazoku.

Quanto alle estinzioni in linea maschile, il ramo Higashifushimi rimase privo di discendenza agnatizia nel 1922; seguirono Nashimoto nel 1951, Kachō nel 1970, Yamashina nel 1987, Kan’in nel 1988 e Kitashirakawa nel 2018. Il Kachō-no-miya richiede tuttavia una trattazione separata, poiché aveva già cessato di esistere come casa imperiale prima del 1947 e la sua continuazione nel kazoku terminò in linea maschile nel 1970. Neppure Komatsu e Higashifushimi devono essere presentati come denominazioni perfettamente intercambiabili, poiché ebbero vicende istituzionali distinte, nonostante i collegamenti successori intercorsi fra le due case.

Fushimi Hiroaki, nato il 26 gennaio 1932 e convenzionalmente indicato come ventiquattresimo capo della linea Fushimi, è l’ultimo ex principe vivente di tale casa. Ha tre figlie e nessun figlio maschio. Alla sua morte verrà pertanto meno la sua discendenza maschile diretta; non è invece rigoroso affermare che la casa «si estinguerà» in senso giuridico, poiché dal 1947 non esistono né una casa Fushimi riconosciuta dal diritto pubblico né norme ufficiali che ne disciplinino la successione. Rimangono inoltre discendenti agnatizi di Fushimi Kuniie appartenenti ad altri rami familiari [60].

Carta del kahan della casa ducale Tokugawa, n. 32, domanda di autorizzazione presentata da Tokugawa Yoshinobu (第三二号 公爵徳川家々範 認許出願人徳川慶喜). Tokyo, Archivio della Casa imperiale (宮内公文書館), identificativo archivistico — 識別番号 — 31854. Riproduzione tratta dall’Archivio nazionale del Giappone, mostra digitale Kindai kokka Nihon no tōjō, sez. 12, «Kazoku seido», tav. 4.

Tavola comparativa di mon giapponesi: Niwa, Narita, crisantemo imperiale (kiku), paulownia imperiale (kiri), Tokugawa e Honda. T.R.H. McClatchie, «Japanese Heraldry», in Transactions of the Asiatic Society of Japan, s. I, vol. V, parte I, Yokohama, 1877, prima tavola non numerata successiva a p. 23. Esemplare dell’University of Michigan, digitalizzazione Google Books. Pubblico dominio.

I mon imperiali

L’emblema proprio dell’imperatore e della Casa imperiale è il crisantemo. Accanto a esso, la paulownia ha svolto storicamente una funzione distinta, connessa alla delega dell’autorità e, in età contemporanea, alla rappresentazione del Governo. I due segni non costituiscono pertanto una coppia di emblemi dinastici equivalenti, ma appartengono a piani istituzionali differenti, che il repertorio deve tenere separati.

Occorre inoltre una cautela terminologica preliminare. Il termine kiku (菊) significa «crisantemo», mentre kikka o kikuka (菊花) significa propriamente «fiore di crisantemo». L’espressione kikuka monshō (菊花紋章) va dunque resa come «emblema del crisantemo» o «emblema floreale del crisantemo», e non, in senso strettamente araldico, come «blasone del crisantemo». «Trono del Crisantemo» è a sua volta una denominazione metonimica largamente diffusa nelle lingue occidentali, ma non è il nome giuridico del trono imperiale.

Va infine evitata una seconda confusione, che dall’emblema conduce alla funzione del sovrano. L’imperatore presiede personalmente ai principali riti religiosi della corte, i kyūchū saishi (宮中祭祀), connessi al culto degli antenati imperiali e alla tradizione scintoista. Tale funzione rituale dinastica non equivale a un ufficio costituzionale di «sommo sacerdote dello Shintoismo», né autorizza a identificare lo Shintoismo contemporaneo con una religione ufficiale dello Stato.

Deve essere corretta anche l’affermazione secondo cui l’imperatore Shōwa avrebbe rinunciato nel 1946 alla discendenza da Amaterasu. Il rescritto imperiale del 1º gennaio 1946, comunemente chiamato «Dichiarazione della natura umana» (ningen-sengen), respinse l’idea che il legame fra il sovrano e il popolo dipendesse dalla pretesa natura divina dell’imperatore e dalla superiorità razziale del popolo giapponese, ma non abrogò la genealogia mitico-rituale della Casa imperiale né contenne una rinuncia espressa alla discendenza tradizionale dalla dea solare.

Ai sensi dell’articolo 1 della Costituzione l’imperatore è «il simbolo dello Stato e dell’unità del popolo» e la sua posizione deriva dalla volontà popolare. L’articolo 4 precisa che egli compie esclusivamente gli atti in materia di Stato previsti dalla Costituzione e non possiede poteri relativi al governo; gli articoli 6 e 7 ne elencano le principali attribuzioni formali, esercitate secondo le determinazioni degli organi costituzionalmente competenti e, per gli atti di Stato, con il parere e l’approvazione del Gabinetto. L’espressione «capo dello Stato» è talvolta impiegata nella prassi diplomatica e nella dottrina, ma non compare come qualifica formale nel testo costituzionale [61].

La composizione della Casa imperiale del Giappone al 2026. Schema genealogico ufficiale dell’Agenzia della Casa imperiale, 皇室の構成図. Identificativo digitale: img_genealogy-scaled.jpg

Il principe Fushimi Hiroyasu (1875–1946), penultimo capo della casa Fushimi-no-miya, negli anni Venti. Wikimedia Commons, file «Fushimi no miya Hiroyasu ou 1920s (cropped).jpg», pubblico dominio.

I mon imperiali e la corona imperiale

Il crisantemo e la paulownia

Il kiku

La forma caratteristica dell’emblema imperiale è il jūroku yae omote-giku (十六八重表菊), un fiore di crisantemo visto frontalmente, composto di sedici petali principali sovrapposti a una seconda serie di sedici petali. I diversi membri e rami della Famiglia imperiale hanno utilizzato anche varianti opportunamente differenziate, ottenute modificando il numero o la disposizione dei petali oppure aggiungendo elementi accessori.

Il crisantemo a sedici petali doppi non è dunque un emblema unico e indifferenziato della dinastia, ma la forma di riferimento di una serie, all’interno della quale le varianti segnalavano la posizione della casa o della persona. La descrizione catalografica deve pertanto registrare il numero dei petali, la presenza di una seconda serie, la vista frontale o di scorcio e ogni elemento aggiunto, prima di attribuire l’emblema a un titolare determinato.

La paulownia e il sigillo governativo

La paulownia, kiri (桐), ebbe anch’essa un’importante relazione storica con l’autorità imperiale e fu concessa in diverse epoche a personaggi e famiglie particolarmente eminenti. La variante detta go-shichi no kiri (五七桐), caratterizzata da tre infiorescenze recanti rispettivamente cinque, sette e cinque fiori o boccioli, è divenuta in età contemporanea l’emblema del Governo del Giappone, del Gabinetto e dell’ufficio del presidente del Consiglio dei ministri. Non è pertanto esatto presentarla come un secondo mon della Casa imperiale posto sullo stesso piano del crisantemo.

La distinzione ha conseguenze pratiche per la lettura dei documenti. La presenza della paulownia su un atto, un sigillo o un supporto ufficiale rinvia alla sfera governativa e amministrativa, non alla persona del sovrano né alla dinastia; la presenza del crisantemo rinvia invece alla Casa imperiale o a un suo membro. Confondere i due segni conduce ad attribuire alla Corona atti che appartengono al Governo, oppure a leggere come governativi documenti di provenienza dinastica [62].

La diversa funzione istituzionale dei due emblemi risulta immediatamente dal loro confronto.

Crisantemo imperiale

Paulownia governativa

Crisantemo imperiale

Il crisantemo imperiale nella forma a sedici petali doppi, o 十六八重表菊. Immagine di pubblico dominio; identificativo digitale: «800px-japanese-imperial-seal_1.jpeg

Paulownia governativa

Il 五七桐, “paulownia cinque-sette-cinque”, emblema del Governo del Giappone. Fonte: Ufficio del primo ministro del Giappone; Wikimedia Commons, file «EmEmblem of the Government of Japan 2.svg», Japanese Government Standard Terms of Use, versione 2.0.

Copricapi rituali: una cautela terminologica

La parola «corona» costituisce in questo contesto una traduzione funzionale e non identifica un oggetto equivalente alle corone, aperte o chiuse, delle monarchie europee. La monarchia giapponese non possiede una corona materiale quale emblema necessario dell’accesso al trono: le insegne dinastiche sono i Tre Sacri Tesori, fra i quali non figura alcun copricapo.

Il benkan (冕冠) appartiene alla storia dei copricapi cerimoniali di derivazione sinitica. Fu impiegato, con forme mutate nel corso dei secoli, nelle antiche cerimonie d’intronizzazione. L’imperatore Kōmei, intronizzato nel 1847, fu l’ultimo sovrano a indossarlo in tale occasione. Il suo benkan, originariamente realizzato nel 1771 per l’imperatore Go-Momozono e restaurato per Kōmei, è conservato come tesoro imperiale nell’Higashiyama Gobunko del Palazzo imperiale di Kyoto.

A partire dall’intronizzazione dell’imperatore Meiji il benkan fu sostituito dal ryūei no kanmuri (立纓冠), caratterizzato da un’alta appendice verticale. Nel moderno Sokuirei-Seiden-no-gi, la cerimonia con la quale l’imperatore proclama solennemente la propria intronizzazione, il sovrano indossa il costume di corte denominato sokutai e, più precisamente, la veste imperiale kōrozen no gohō (黄櫨染御袍), accompagnata dal ryūei no kanmuri. Questo fu anche l’abbigliamento indossato dall’imperatore Naruhito nella cerimonia del 22 ottobre 2019.

Le pagine che seguono conservano la descrizione antiquaria del benkan, dei copricapi riservati all’erede e dell’hōkan (宝冠), ma devono essere lette come storia del costume e del cerimoniale di corte. Tali oggetti non costituiscono un inventario delle attuali insegne della successione, né possono essere assimilati senza cautele terminologiche alle corone dell’araldica e delle monarchie europee [63].

Il confronto fra il benkan ottocentesco e il copricapo indossato dall’imperatore Naruhito mostra con particolare evidenza la trasformazione del costume d’intronizzazione.

Il copricapo storico

Il principe ereditario del Giappone con il benkan a nove ornamenti. Dipinto di Sumiyoshi Hirotsura, 1855, dalla serie Chōga-zu. Agenzia della Casa imperiale, Ufficio di Kyoto; Wikimedia Commons, file «Crown Prince Benkan.jpg», pubblico dominio.

Il cerimoniale contemporaneo

L’imperatore Naruhito con il kōrozen no gohō e il ryūei no kanmuri durante il cerimoniale d’intronizzazione del 2019. Fotografia dell’Ufficio del Gabinetto del Giappone; Wikimedia Commons, file «Emperor Naruhito (cropped).jpg», Government of Japan Standard Terms of Use, versione 2.0.

La corona imperiale

1. Il benkan storico dell’imperatore

Il benkan (冕冠) è un copricapo cerimoniale appartenente alla tradizione delle corti dell’Asia orientale. I medesimi caratteri sono letti miǎnguān in cinese; forme derivate furono denominate myeonryugwan in Corea e miện quan in Vietnam. Non si trattava di un’unica corona comune alle diverse monarchie, ma di una tipologia cerimoniale rielaborata secondo ordinamenti, ranghi e tradizioni locali.

Nella Cina imperiale il mianguan era formato essenzialmente da una calotta sormontata da una tavola rettangolare, dalla quale pendevano file di perle o altri ornamenti, il cui numero variava secondo il grado del portatore. Le sue regole furono ricondotte ai classici rituali, in particolare allo Zhouli e al Liji, e vennero sistematizzate e più volte modificate dalle dinastie successive. L’imperatore portava la forma di grado più elevato, mentre versioni graduate potevano spettare a principi, dignitari e funzionari. Il suo impiego nella corte cinese proseguì, con numerose trasformazioni, sino alla caduta della dinastia Ming nel 1644, e non fino al XVI secolo [64].

In Giappone il copricapo fu adattato al cerimoniale imperiale almeno dall’VIII secolo. Lo Shoku Nihongi riferisce che nel 732 l’imperatore Shōmu comparve nell’udienza di Capodanno indossando il benpuku (冕服), ossia il complesso delle vesti e del copricapo cerimoniali di derivazione continentale. La terminologia delle fonti antiche non è tuttavia sempre uniforme, e la parola benkan si affermò successivamente per indicare la particolare corona cerimoniale dell’imperatore e dell’erede.

La tradizione medievale conservata nel Kojidan attribuiva all’imperatore Ōjin il copricapo utilizzato durante il Daijō-e. Il racconto testimonia la volontà di collegare il cerimoniale a una remota antichità dinastica, ma non prova che una corona materialmente appartenuta a Ōjin sia stata trasmessa e utilizzata sino ai periodi Heian o Kamakura.

Nello Shōsōin sono invece conservati i Raihuku onkanmuri zanketsu (礼服御冠残欠), ossia i resti di ornamenti appartenenti al copricapo cerimoniale associato all’imperatore Shōmu. Non si tratta di una corona integra, ma di frammenti ordinati in cinque gruppi, comprendenti elementi metallici traforati e dorati, perle, corallo e vetri colorati. Il complesso è registrato nel Deposito settentrionale dello Shōsōin con il numero 157 [65].

Il benkan giapponese non fu una semplice riproduzione del mianguan cinese. Nell’esemplare indossato dall’imperatore Kōmei nel 1847 una calotta interna di seta nera, detta koji (巾子), è circondata da una struttura traforata in rame dorato, l’oshikazura (押鬘). Sopra di essa si trova la tavola rettangolare, o benban (冕板), ornata da elementi metallici, vetri colorati e motivi floreali.

Da ciascuno dei quattro lati del benban pendono dodici ornamenti, per un totale di quarantotto. Tali pendenti non sono semplici catene, ma ornamenti del tipo yōraku (瓔珞), formati mediante l’unione di elementi metallici e gemme o perle. Le «spade» ricordate in alcune traduzioni derivano pertanto da un’errata interpretazione degli elementi pendenti.

Sulla parte anteriore si innalza un disco solare nel quale è raffigurato lo Yatagarasu, il corvo a tre zampe della tradizione mitologica giapponese. Sotto il disco si trova un motivo di zuiun (瑞雲), ossia di «nuvole augurali»: zuiun non indica una fenice. Al centro della tavola superiore è collocato inoltre lo hōju fiammeggiante, il «gioiello prezioso» circondato dalle fiamme.

Il copricapo utilizzato da Kōmei non era stato fabbricato appositamente nel 1847. Il diario Tokinari-kyō ki attesta che si trattava di un manufatto appartenuto all’imperatore Go-Momozono, realizzato per la sua intronizzazione del 1771 e restaurato per Kōmei. Quest’ultimo fu l’ultimo imperatore a indossare il benkan durante l’intronizzazione: a partire dall’imperatore Meiji esso fu sostituito dal ryūei no kanmuri, maggiormente conforme alla rielaborazione in senso giapponese e scintoista del cerimoniale imperiale.

L’esemplare indossato dall’imperatore Kōmei consente di osservare direttamente la complessa struttura assunta dal benkan giapponese alla fine dell’età premoderna.

Il copricapo dell’erede imperiale e il nichigata no kanmuri

Le fonti sul cerimoniale di corte distinguono dal benkan dell’imperatore il kyūshō benkan (九章冕冠), ossia il copricapo cerimoniale dell’erede imperiale, associato alla veste ornata con i nove emblemi rituali. La sua forma doveva esprimere un grado inferiore rispetto al complesso dei dodici emblemi riservato all’imperatore. Le testimonianze materiali sono tuttavia scarse e la ricostruzione dipende principalmente da descrizioni antiquarie e raffigurazioni di epoca successiva.

Il termine «Nigata» deriva invece da un’errata trascrizione di nichigata no kanmuri (日形冠), letto anche nikkeikan, letteralmente «corona dalla forma solare». Questo copricapo non era destinato all’erede, ma all’imperatore che avesse ricevuto l’intronizzazione durante la fanciullezza. Il Saikyūki, trattato sul cerimoniale di corte compilato nel X secolo, distingue infatti il benkan dell’imperatore adulto, l’hōkan dell’imperatrice regnante, il nichigata no kanmuri dell’imperatore fanciullo e il kyūshō benkan dell’erede.

L’esemplare realizzato per l’imperatore Nakamikado, che aveva otto anni al momento della cerimonia d’intronizzazione del 1710, appartiene alla categoria del nichigata no kanmuri. È conservato fra i tesori della Casa imperiale ed è indicato anche come gyokukan (玉冠), «corona gemmata». Non deve pertanto essere citato come esempio della corona dell’erede imperiale.

La sua struttura traforata e gemmata è prossima a quella dell’hōkan, ma se ne distingue per gli specifici attributi sovrani. Nella parte superiore compaiono una fenice e un disco solare raggiato, elementi che alludono alla dignità imperiale e alla natura solare del copricapo. L’oggetto documenta così un’ulteriore differenziazione dei copricapi in funzione dell’età, del sesso e della posizione rituale del sovrano [66].

Il nichigata no kanmuri di Nakamikado costituisce uno dei rari esempi conservati di copricapo specificamente predisposto per l’intronizzazione di un imperatore fanciullo.

L’hōkan dell’imperatrice regnante

Il copricapo cerimoniale denominato hōkan (宝冠, «corona preziosa») era destinato principalmente all’imperatrice regnante e non deve essere attribuito indistintamente alle imperatrici consorti. Pur condividendo con il benkan alcuni motivi simbolici e tecniche decorative, esso costituisce una distinta tipologia di copricapo cerimoniale di corte.

L’hōkan è privo della tavola rettangolare superiore, o benban, e delle serie di pendenti caratteristiche del benkan. Possiede tuttavia una complessa struttura metallica traforata, ornata da motivi floreali, pietre o vetri colorati ed elementi sospesi ai lati. La differenza più evidente è costituita dalla fenice posta sulla parte anteriore. Al di sopra di essa si innalza il disco solare, nel quale può comparire lo Yatagarasu, accompagnato da motivi di zuiun (瑞雲), ossia «nuvole augurali». La forma «Mizuun» deve pertanto essere eliminata.

L’esemplare meglio documentato è l’hōkan realizzato nel 1763 per l’intronizzazione dell’imperatrice Go-Sakuramachi. Poiché la forma del precedente copricapo dell’imperatrice Meishō non era più ricostruibile con sicurezza, essendo andato distrutto in un incendio, la nuova corona fu progettata prendendo come riferimento il copricapo appartenuto a Tōfukumon’in, consorte dell’imperatore Go-Mizunoo, al quale vennero aggiunti gli specifici attributi solari della sovrana regnante.

Il nome dell’Ordine della Preziosa Corona (Hōkanshō, 宝冠章), istituito dall’imperatore Meiji il 4 gennaio 1888, deriva da questo copricapo. Il motivo centrale delle insegne rappresenta infatti un hōkan e non una generica «antica corona imperiale». Non esiste pertanto alcuna ragione per cercare raffigurazioni dell’imperatore Meiji mentre indossa una corona di questo genere: il fondatore dell’Ordine era un sovrano maschio, mentre il simbolo scelto richiamava il copricapo cerimoniale femminile.

L’Ordine, originariamente destinato alle donne, continua a essere conferito principalmente alle donne della Famiglia imperiale e a personalità femminili straniere. Dopo la riforma del sistema premiale del 2003 è articolato in sei classi. La struttura delle insegne varia secondo la classe, ma conserva il motivo della corona preziosa, accompagnato da perle, smalti e decorazioni floreali [67].

La struttura dell’hōkan di Go-Sakuramachi mostra chiaramente la fenice, il disco solare e l’assenza della tavola rettangolare propria del benkan.

I Tre Sacri Tesori

Le insegne dinastiche del Giappone sono i Sanshu no Jingi (三種の神器), i «Tre Sacri Tesori»: la spada Kusanagi no Tsurugi (草薙剣), lo specchio Yata no Kagami (八咫鏡) e la gemma ricurva Yasakani no Magatama (八尺瓊勾玉). Nessuno dei tre oggetti viene mostrato pubblicamente e la loro natura materiale non può essere verificata attraverso un’ispezione ordinaria. Non è quindi documentabile l’affermazione secondo cui la gemma attualmente conservata sarebbe una replica dell’originale.

I Tre Sacri Tesori

Secondo la tradizione rituale, lo specchio è custodito nel santuario di Ise, la spada nel santuario di Atsuta e la gemma nel Palazzo imperiale. Nel Palazzo sono inoltre conservati sostituti sacri dello specchio e della spada impiegati nel cerimoniale dinastico. Durante il Kenji tō shōkei no gi, celebrato immediatamente dopo l’accesso al trono, vengono presentati al nuovo imperatore i contenitori della spada e della gemma; gli oggetti sacri rimangono invisibili.

L’associazione della spada al valore, dello specchio alla saggezza e della gemma alla benevolenza costituisce una diffusa interpretazione simbolica posteriore e non una definizione contenuta nelle più antiche fonti mitologiche. Nel Kojiki e nel Nihon shoki i tesori sono collegati alla discendenza solare della dinastia e alla missione affidata da Amaterasu al nipote Ninigi-no-Mikoto.

Nel racconto della caverna celeste il gioiello e lo specchio vengono appesi a un albero sacro di sakaki, mentre la danza di Ame-no-Uzume induce Amaterasu ad affacciarsi all’esterno. La dea, attratta dal proprio riflesso nello specchio, viene infine fatta uscire dalla caverna. La spada, originariamente chiamata Ame-no-Murakumo no Tsurugi, fu invece estratta da Susanoo dalla coda, e non genericamente dal corpo, del serpente a otto teste Yamata no Orochi, e successivamente offerta ad Amaterasu.

Nella concezione tradizionale i tre oggetti attestavano la continuità rituale della linea imperiale. Nel sistema costituzionale contemporaneo, tuttavia, la legittimazione dell’imperatore non deriva dalla sua presunta natura divina né dal possesso materiale delle insegne: l’articolo 1 della Costituzione stabilisce che la sua posizione deriva dalla volontà del popolo, nel quale risiede il potere sovrano.

Durante il periodo delle Corti del Nord e del Sud (Nanboku-chō, 1336–1392) il possesso rivendicato dei Tre Sacri Tesori costituì uno dei principali argomenti a favore della Corte meridionale. Nel 1911 la storiografia ufficiale dello Stato riconobbe come legittima la serie dei sovrani meridionali. Il possesso delle insegne ebbe un peso rilevante in tale decisione, ma non deve essere trasformato nell’unico criterio utilizzato dalla moderna ricerca storica per interpretare il conflitto dinastico [68].

Il benkan indossato dall’imperatore Kōmei per l’intronizzazione del 1847, originariamente realizzato per Go-Momozono nel 1771. Casa imperiale del Giappone, Higashiyama Gobunko, Palazzo imperiale di Kyoto. Fotografia di Barakishidan; Wikimedia Commons, file «Benkan emperor komei.jpg», licenza CC BY 3.0.

Il nichigata no kanmuri, o corona solare, realizzato per l’intronizzazione dell’imperatore Nakamikado nel 1710. Casa imperiale del Giappone, gyobutsu, senza numero d’inventario pubblicamente indicato. Fonte fotografica: Agenzia della Casa imperiale; Wikimedia Commons, file «Imperial Crown of Emperor Nakamikado.jpg», licenza CC BY 4.0.

L’hōkan realizzato nel 1763 per l’intronizzazione dell’imperatrice regnante Go-Sakuramachi. Casa imperiale del Giappone, gyobutsu, senza numero d’inventario pubblicamente indicato. Fonte fotografica: Agenzia della Casa imperiale; Wikimedia Commons, file «Hōkan Go-Sakuramachi.jpg», licenza CC BY 4.0.

Le corone di rango: una proposta

Natura e limiti della proposta

La necessità di distinguere, fra i diversi componenti di una famiglia nobile, il titolare effettivo del grado rende utile l’adozione di fregi graduati, convenzionalmente assimilabili a corone, capaci di fornire immediate indicazioni identificative.

Tale sistema non appartenne alla tradizione emblematica del Giappone premoderno né fu adottato dal kazoku. Lo schema qui proposto costituisce pertanto un’elaborazione grafica contemporanea, concepita per rendere visibile, secondo convenzioni di lettura mutuate dall’araldica europea, la distinzione fra il titolare del rango e gli altri membri della famiglia.

La traduzione grafica dei cinque gradi del kazoku è illustrata nella tavola seguente mediante il confronto con le corone tradizionali della nobiltà britannica e attraverso alcuni esempi di applicazione ai mon familiari. Tale rappresentazione ha carattere convenzionale, comparativo e sperimentale: il sistema kazoku non possedeva corone di rango ufficiali equivalenti alle corone nobiliari europee, né un apparato araldico pubblico che disciplinasse la collocazione di una corona sopra il mon di una casata.

Le corone collocate sopra i mon nelle tavole seguenti costituiscono un’originale proposta grafica di chi scrive, convenzionalmente denominata «proposta Borella». Essa è interamente autoriale e priva di qualsiasi attestazione storica: non risultano né atti di concessione, né repertori di corte, né usi documentati che associno un fregio di rango a un mon giapponese. Le corone qui presentate non appartengono dunque alla tradizione emblematica giapponese, non documentano insegne adottate dal kazoku, dalla Casa imperiale o dalle singole casate e non devono essere confuse con i copricapi rituali della corte descritti nei paragrafi precedenti.

La proposta costituisce una trasposizione grafica sperimentale, destinata a rendere immediatamente riconoscibile il rango personale a un pubblico abituato alle convenzioni dell’araldica europea. L’aggiunta della corona non modifica la figura interna del mon, ma crea deliberatamente una composizione ibrida, estranea all’uso storico giapponese e priva di valore ricostruttivo o attributivo. Chi la impiegasse come prova di un rango, di una successione o di un riconoscimento ufficiale ne fraintenderebbe integralmente la natura.

In un repertorio scientifico ciascuna composizione dovrà pertanto essere accompagnata dalla dicitura:

Elaborazione grafica sperimentale – proposta Borella.

Le tavole così elaborate dovranno rimanere chiaramente distinte dalle immagini storicamente documentate e, quando possibile, essere affiancate dalla riproduzione del mon privo di qualsiasi ornamento esteriore.

Tavola comparativa delle corone di rango britanniche e delle corone sperimentali ideate da Andrea Borella per i cinque gradi del kazoku. Nella parte inferiore, esempi di applicazione ai mon delle famiglie Ōkōchi, Tsutsumi, Kujō, Nakanomikado e Washino-o. Elaborazione grafica sperimentale – proposta Borella; priva di attestazione storica nell’emblematica giapponese.

Una proposta di differenziazione per i mon dell’Imperatore, dell’Imperatrice e dei principi imperiali

Una proposta per i mon dell’Imperatore, dell’Imperatrice e dei principi imperiali

Il crisantemo imperiale (菊花紋章, kikka monshō, detto anche 菊の御紋, kiku no gomon) non costituisce, in senso tecnico, uno stemma nazionale stabilito dalla legislazione giapponese. È propriamente l’emblema della Casa imperiale e viene impiegato, per estensione e in determinati contesti pubblici, come emblema nazionale di fatto. La sua forma più solenne è il jūroku-yō yae omote-giku (十六葉八重表菊): un crisantemo stilizzato composto da sedici petali anteriori e da una seconda serie di sedici petali, sfalsati e parzialmente visibili, convenzionalmente rappresentati in oro.

L’introduzione del crisantemo fra le insegne imperiali viene tradizionalmente ricondotta all’imperatore ritirato Go-Toba (1180–1239), che predilesse il fiore e ne adoperò il motivo come segno personale. L’uso fu ripreso da sovrani successivi e si consolidò gradualmente come emblema dinastico; non deve tuttavia essere retrodatata al XIII secolo la forma rigidamente normalizzata soltanto in età moderna.

La disciplina introdotta dopo la Restaurazione Meiji non derivava dalla Costituzione imperiale. Il proclama del Dajōkan n. 802 del 1869 regolò l’impiego dei diversi modelli all’interno della Casa imperiale, mentre il proclama n. 285 del 1871 vietò l’uso del crisantemo imperiale alle persone estranee alla dinastia. La codificazione più precisa fu contenuta negli articoli 12 e 13 del Kōshitsu giseirei (皇室儀制令) del 1926: il crisantemo a sedici petali, doppio e visto di fronte, era attribuito all’Imperatore, alle imperatrici e agli eredi immediati con le rispettive consorti; per gli altri membri della Famiglia imperiale era previsto il crisantemo a quattordici petali, semplice e visto dal rovescio (jūshi-yō hitoe ura-giku, 十四葉一重裏菊). Il regolamento fu abrogato nel 1947: tali forme continuano pertanto a rilevare come tradizione emblematica e cerimoniale, non come prescrizioni della Costituzione vigente [69].

Il crisantemo a sedici petali disposto su una sola fila, visibile fra l’altro sulla copertina dei passaporti, non deve essere definito genericamente come emblema degli uffici governativi. Il Governo e il Gabinetto sono infatti rappresentati soprattutto dal go-shichi no kiri (五七桐), la paulownia con disposizione 5–7–5. Occorre dunque distinguere l’emblema della Casa imperiale, le sue varianti dinastiche, il crisantemo impiegato in particolari contesti statali e la paulownia governativa.

Nella tradizione imperiale giapponese la differenziazione poteva essere ottenuta mediante il numero e la disposizione dei petali, la rappresentazione frontale o tergale del fiore e l’aggiunta di elementi propri delle singole case principesche. Non esisteva però un sistema generale di brisure paragonabile a quello europeo, nel quale un determinato segno indicasse stabilmente primogenitura, cadetteria o illegittimità. Non è quindi corretto affermare che il mon fosse intrinsecamente immodificabile; è corretto, invece, rilevare l’assenza di una codificazione uniforme della cadency.

Le composizioni presentate nelle tavole seguenti non intendono ricostruire un uso storico giapponese. Costituiscono una proposta grafica di chi scrive: il disegno interno del mon viene conservato, mentre la distinzione fra l’Imperatore, l’Imperatrice e i principi imperiali è affidata a ornamenti esteriori concepiti secondo una sensibilità araldica europea. Esse dovranno pertanto essere sempre qualificate come «proposta Borella» e tenute distinte dai mon e dalle insegne effettivamente documentati.

Senza alterare i mon è dunque possibile introdurre, a fini puramente identificativi, corone convenzionali che distinguano graficamente l’Imperatore, l’Imperatrice e gli altri membri della Casa imperiale cui si voglia attribuire una particolare posizione dinastica. Tali ornamenti possono rendere più immediata l’identificazione del portatore e, nella proposta qui adottata, richiamano le convenzioni dell’araldica britannica, nelle quali corone e segni di differenza contribuiscono a distinguere rango, titolarità e posizione genealogica. Questa trasposizione non corrisponde tuttavia a un sistema storico giapponese, né può essere fatta risalire alla riforma Meiji o all’istituzione del kazoku: rimane una soluzione grafica contemporanea, priva di valore giuridico, storico o attributivo.

Seguono le corone proposte per l’identificazione convenzionale di singoli membri della Casa imperiale, limitatamente alle posizioni dinastiche che richiedono una distinta rappresentazione grafica.

Modelli dei mon della Casa imperiale disciplinati dal proclama del Dajōkan n. 802 del 30 settembre 1869. Riproduzione da Kaigun seido enkaku, 1937. National Diet Library Digital Collections, PID 1886704.

Il nuovo Annuario della Nobiltà giapponese

Il Nuovo Annuario della Nobiltà giapponese, a cura di Andrea Borella, è concepito quale repertorio storico, genealogico ed emblematico delle famiglie appartenute alla nobiltà giapponese, con particolare attenzione a quelle comprese nel kazoku e ai mon storicamente attestati presso casate di rango nobiliare. Il repertorio non attribuisce né riconosce titoli o qualità nobiliari: con l’entrata in vigore della Costituzione del Giappone, nel 1947, il kazoku cessò di esistere quale status giuridico. Suo scopo è documentare, secondo criteri verificabili, la storia delle case, dei loro titolari, delle successioni, dei rapporti di parentela e degli emblemi effettivamente impiegati.

Nel quadro del presente saggio l’Annuario costituisce lo strumento catalografico di riferimento del progetto dedicato alle famiglie dell’antica nobiltà giapponese e ai mon loro storicamente attribuiti. Tale funzione non deve tuttavia essere intesa come esclusiva in senso assoluto o istituzionale: archivi pubblici e privati, repertori storici, biblioteche, musei e studi specialistici rimangono fonti imprescindibili. L’Annuario si propone piuttosto come repertorio sistematico di questo specifico genere, redatto in lingua italiana secondo il metodo qui delineato e con una dichiarata vocazione comparativa.

Ogni voce dell’Annuario dovrà distinguere con chiarezza: l’identità storica della casa e le sue varianti onomastiche; l’origine e la categoria sociale; l’eventuale provenienza kuge o daimyō; l’atto di nobilitazione e il grado assunto nel kazoku; i capi storici della casa e le linee di successione; i rapporti con la Casa imperiale, con i suoi rami o con altri lignaggi; le attestazioni documentarie dei mon; la loro descrizione morfologica normalizzata; le riproduzioni degli esemplari conosciuti; le fonti e le relative collocazioni; il grado di prova secondo la scala A–D; lo status giuridico della casa e del titolare alla data di ciascuna attestazione; la bibliografia e le eventuali controversie attributive o genealogiche. Per il periodo successivo al 1947 le successioni potranno essere registrate esclusivamente come dati genealogici o relativi alla rappresentanza familiare, senza attribuire loro effetti nobiliari giuridicamente riconosciuti. Il mon non dovrà essere utilizzato come prova autonoma di discendenza, né la genealogia come prova automatica dell’uso di una determinata forma emblematica.

L’Annuario adotterà come criterio descrittivo e strumento di indicizzazione il modello analitico esposto nella Parte VII, nella seconda parte di questo saggio, e non come sostituto delle denominazioni storiche giapponesi. Le forme in kanji e kana, la romanizzazione secondo il sistema Hepburn, i nomi tradizionali e le varianti locali o cronologiche rimarranno parte integrante di ciascuna scheda. Le eventuali elaborazioni comparative e gli ornamenti esteriori dovranno essere espressamente qualificati come «proposta Borella» e mantenuti graficamente e catalograficamente distinti dalle testimonianze storiche. Il sistema consentirà interrogazioni trasversali per motivo, cornice, tecnica esecutiva, supporto, periodo, famiglia, titolo o grado di prova, rendendo così possibile il confronto fra le diverse catene documentarie senza confonderle né sovrapporle.

Un repertorio di questo genere può conservare valore scientifico soltanto se rimane aperto alla revisione. Correzioni, attribuzioni concorrenti, divergenze interpretative e lacune documentarie dovranno essere rese visibili, non occultate. Ogni rettifica sostanziale dovrà essere datata, motivata e collegata alle fonti che la giustificano. In questo senso l’Annuario non intende sostituirsi alle fonti, ma renderne più trasparente e controllabile l’impiego, offrendo una base verificabile per le ricerche future.

L’insieme delle testimonianze esaminate mostra che i mon, e in particolare i kamon, costituiscono un sistema emblematico maturo, capace di attraversare quasi un millennio mutando funzioni, forme d’impiego e supporti. Nato dall’incontro fra motivi tessili, cultura di corte, esigenze di riconoscimento militare e memoria del lignaggio, questo sistema acquistò nel medioevo una forte efficacia identificativa; durante l’età Edo divenne al tempo stesso segno della casa, codice cerimoniale, oggetto di repertori illustrati e motivo decorativo. Dalla Restaurazione Meiji in avanti sopravvisse alla dissoluzione dell’ordine feudale e trovò nuovi impieghi nella società moderna, nelle imprese e nella comunicazione pubblica, accanto a funzioni religiose già consolidate.

La sua distanza strutturale dallo stemma europeo non costituisce una mancanza. L’assenza dello scudo quale campo necessario, la relativa mobilità cromatica, la centralità del profilo, la possibilità di rendere la medesima figura in positivo o in negativo, la proliferazione di varianti minute e la non esclusività di molti motivi definiscono una diversa tecnologia della memoria. Il confronto araldico rimane fecondo quando chiarisce funzioni, modalità di trasmissione e procedimenti di differenziazione; diventa invece fuorviante quando dispone i due sistemi lungo una presunta scala evolutiva che procederebbe dal «primitivo» al «completo».

Anche l’affermazione secondo cui sarebbe mancata un’autorità araldica centrale deve essere formulata con precisione. Il Giappone non conobbe un’istituzione equivalente al College of Arms, ma conobbe divieti, privilegi, concessioni e forme di controllo; non possedette un armoriale pubblico dotato di efficacia costitutiva, ma produsse bukan, raccolte genealogiche, manuali e cataloghi emblematici; non assegnò necessariamente a ogni figura smalti invariabili, ma colore e supporto assunsero significati determinati nelle singole manifestazioni cerimoniali, militari e sociali. La normatività, dunque, non fu assente, bensì plurale, stratificata e situata.

Il kazoku, a sua volta, non costituì una semplice traduzione della paria britannica. L’ordinamento del 1884 organizzò la nuova nobiltà in cinque gradi traducibili mediante il lessico europeo, ma la innestò sulle precedenti componenti dei kuge e dei daimyō, sul servizio reso alla Restaurazione e sul merito riconosciuto dall’Imperatore. Nel successivo ordinamento della Camera dei Pari i titolari dei due gradi superiori vi sedettero di diritto, mentre quelli dei tre gradi inferiori furono rappresentati mediante elezione fra i rispettivi appartenenti; la Camera comprendeva inoltre membri della Famiglia imperiale, personalità nominate dall’Imperatore e rappresentanti dei maggiori contribuenti. Una sola dignità spettava al capo di ciascuna casa e la continuità genealogica e titolare veniva frequentemente assicurata mediante l’adozione. L’articolo 14 della Costituzione, entrata in vigore il 3 maggio 1947, escluse il riconoscimento dei pari e delle istituzioni nobiliari: la genealogia delle antiche case resta pertanto oggetto di indagine storica e sociale, non fonte di privilegi giuridici vigenti.

La Casa imperiale richiede, infine, una cronologia ancora più accurata. Il caso Akishino dimostra quanto una traduzione impropria del termine inglese household possa trasformare la costituzione di una casa o di un ramo interno alla dinastia in una falsa uscita dalla Famiglia imperiale. La legge di riforma, approvata dalla Dieta il 17 luglio 2026 e promulgata il 24 luglio come legge n. 66, entrerà in vigore nelle sue disposizioni principali il 24 ottobre dello stesso anno: essa consente alle principesse di conservare, di regola, lo status imperiale dopo il matrimonio con un cittadino comune e introduce la possibilità di adottare discendenti maschi in linea maschile degli antichi rami imperiali. L’adottato acquista lo status imperiale ma non un diritto personale a succedere al trono; i suoi discendenti maschi in linea maschile, nati dopo l’adozione, rientrano invece nell’ordine successorio ordinario. La riforma non modifica dunque il principio della successione agnatizia: ne allarga la base. Le otto donne che, in dieci distinti regni, sedettero storicamente sul trono imperiale e le norme del diritto contemporaneo devono essere registrate entrambe, senza proiettare il presente sul passato né ricavare automaticamente dal precedente storico un diritto oggi vigente.

Per un annuario storico-genealogico ed emblematico la conseguenza operativa è chiara: nessuna attribuzione di un mon può essere fondata soltanto sul nome moderno, su una somiglianza grafica o su un repertorio non verificato. Occorre tenere separate la documentazione della forma, quella dell’uso e quella della casa, indicando per ciascuna data, fonte, supporto e grado di prova; soltanto l’intersezione documentata di queste catene informative può fondare un’attribuzione. L’articolazione analitica di tale metodo, insieme alla proposta descrittiva che ne deriva, è rinviata alla Parte VII, nella seconda parte di questo saggio.

Il saggio conserva volutamente un’ampia estensione documentaria. Le testimonianze antiquarie appartengono alla storia degli studi e permettono di comprendere il processo mediante il quale l’Occidente costruì la categoria di «araldica giapponese». La revisione non le espunge, ma le inquadra criticamente, distinguendo il contenuto delle fonti dalle interpretazioni dei loro autori e dalle acquisizioni della ricerca successiva.

Queste conclusioni hanno pertanto carattere provvisorio. Esse chiudono la ricognizione delle premesse — oggetto, metodo, terminologia, formazione del mon, ordinamento del kazoku e simboli della Casa imperiale — e rinviano alla seconda parte il repertorio delle figure, la trasmissione e gli usi sociali degli emblemi, la loro descrizione scientifica e la proposta catalografica. Soltanto al termine di quel percorso sarà possibile formulare conclusioni definitive.

fine della prima parte

Bibliografia e webografia

Fonti istituzionali e normative

  • Constitution of Japan, promulgata il 3 novembre 1946, in vigore dal 3 maggio 1947, artt. 1, 4, 6, 7 e 14.
  • Kōshitsu Tenpan (皇室典範, Legge sulla Casa imperiale), legge n. 3 del 1947; legge n. 134 del 1949; Kōshitsu Tenpan tō no ichibu o kaisei suru hōritsu, legge n. 66 del 24 luglio 2026, in Kanpō, supplemento straordinario n. 164, 24 luglio 2026.
  • Kōshitsu tenpan zōho (皇室典範増補, Supplemento alla Legge della Casa imperiale), 11 febbraio 1907.
  • Kazoku-rei (華族令), direttiva del 7 luglio 1884; Kazoku-rei, ordinanza della Casa imperiale n. 2 del 7 maggio 1907, promulgata l’8 maggio.
  • Kizokuin-rei (貴族院令), decreto imperiale n. 11 dell’11 febbraio 1889; Kizokuin-rei chū kaisei no ken, decreto imperiale n. 174 del 5 maggio 1925.
  • Ikai-rei (位階令), decreto imperiale n. 325 del 21 ottobre 1926, in Kanpō, 21 ottobre 1926.
  • Kōshitsu giseirei (皇室儀制令), ordinanza della Casa imperiale n. 7 del 21 ottobre 1926, artt. 12–13; 皇室令及附属法令廃止ノ件, ordinanza della Casa imperiale n. 12 del 2 maggio 1947.
  • Chōsen kizoku-rei (朝鮮貴族令), ordinanza della Casa imperiale n. 14 del 29 agosto 1910; Ōkōke kihan (王公家軌範), ordinanza della Casa imperiale n. 17 del 1º dicembre 1926.
  • Dajōkan fukoku n. 802 del 1869 e n. 285 del 17 giugno 1871.
  • Agenzia della Casa imperiale, The Imperial House Law; Kōshitsu no kōsei (皇室の構成) e Kōshitsu no kōseizu (皇室の構成図); documentazione sulle cerimonie di accesso al trono e sui riti di corte (kyūchū saishi); comunicati relativi al riordino della Casa Mikasa del 30 settembre 2025.
  • Archivio nazionale del Giappone, mostra documentaria 近代国家 日本の登場 — 12. 華族制度; schede «Kazoku seido» e «Kazoku-rei ga seitei sareru».
  • Biblioteca nazionale della Dieta, schede normative sul Kazoku-rei, sull’Ikai-rei, sul Kōshitsu giseirei e sul divieto del 1871; Nagasaki Shōgo Papers, n. 570; 衆議院議員・貴族院議員の選出へ; «Itō Hirobumi’s Constitutional Study Mission to Europe».
  • Japan Center for Asian Historical Records (JACAR), Ordinance for the House of Peers; ref. A06051180100.
  • Museo nazionale di storia giapponese, 華族令, Archivio dell’ex marchese Kido, H-62-2-3-4.
  • Cabinet Office of Japan, «Joi seido no arikata»; sezione relativa agli ordini e alle decorazioni.
  • Segreteria del Gabinetto del Giappone, relazione del comitato di esperti del 22 dicembre 2021.
  • Shōsōin, 礼服御冠残欠, Deposito settentrionale, n. 157.
  • National Diet Library Digital Collections, PID 1886704, 2956399, 2962601; info:ndljp/pid/1879378.

Fonti storiche, classici e repertori

  • Kojiki; Nihon shoki, in 『日本古典文学大系』, Tokyo, Iwanami Shoten.
  • Shoku Nihongi (続日本紀), in 『新訂増補国史大系』, Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan.
  • Saikyūki (西宮記), trattato sul cerimoniale di corte, X secolo, in 『新訂増補故実叢書』, Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan.
  • Kojidan; Gunsho ruijū (群書類従), compilato da Hanawa Hokiichi; Shoke keizusan; Tokinari-kyō ki; fudoki; bukan.
  • Zhouli (周禮); Liji (禮記), nelle edizioni dei classici rituali.
  • Kitabatake Chikafusa, A Chronicle of Gods and Sovereigns: Jinnō Shōtōki, traduzione e cura di H. Paul Varley, New York, Columbia University Press, 1980.
  • McClatchie, Thomas R. H., «Japanese Heraldry», relazione letta alla Asiatic Society of Japan il 25 ottobre 1876, in Transactions of the Asiatic Society of Japan, s. I, vol. V, parte I, Yokohama, 1877, pp. 1–23.
  • Lange, Rudolf, «Japanische Wappen», in Mittheilungen des Seminars für Orientalische Sprachen an der Königlichen Friedrich-Wilhelms-Universität zu Berlin, Erste Abtheilung: Ostasiatische Studien, VI, Berlin, Georg Reimer, 1903, pp. 63–281.
  • Numata Raisuke 沼田頼輔, 『日本紋章学』, Tokyo, Meiji Shoin, 1926.
  • 維新史料編纂会編, 『現代華族譜要』, Tokyo, Nihon Shiseki Kyōkai, 1929.
  • 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, 2 voll., Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan, 1996.
  • Niwa Motoji 丹羽基二, 『家紋大図鑑』, Tokyo, Akita Shoten, 1971.
  • Chikano Shigeru 千鹿野茂 (a cura di), 『家紋の事典』, Tokyo, Tōkyōdō Shuppan, 2008.
  • Takasawa Hitoshi 高澤等, 『家紋大事典』, Tokyo, Tōkyōdō Shuppan, 2021.
  • Nihon jinmei daijiten, Tokyo, Kōdansha; Nihon sandai jitsuroku, in 『国史大系』, Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan.
  • Papinot, Jacques Edmond Joseph, Dictionnaire d’histoire et de géographie du Japon, Tokyo–Yokohama, 1906.
  • The Japan Biographical Encyclopedia & Who’s Who, Tokyo, The Rengo Press; The Japan Year Book… for the Year 1910, Tokyo, 1909.

Studi

  • Basco, Sergi; Tang, John P., «The Samurai Bond: Credit Supply, Market Access, and Structural Transformation in Pre-War Japan», The Journal of Economic History, 80, n. 2, 2020, pp. 457–500.
  • Breen, John; Teeuwen, Mark, A New History of Shinto, Chichester, Wiley-Blackwell, 2010.
  • Fujitani, Takashi, Splendid Monarchy: Power and Pageantry in Modern Japan, Berkeley–Los Angeles, University of California Press, 1996.
  • Ikegami, Eiko, The Taming of the Samurai: Honorific Individualism and the Making of Modern Japan, Cambridge, Harvard University Press, 1995.
  • Jansen, Marius B., The Making of Modern Japan, Cambridge, Harvard University Press, 2000.
  • Lebra, Takie Sugiyama, Above the Clouds: Status Culture of the Modern Japanese Nobility, Berkeley–Los Angeles, University of California Press, 1993.
  • Meyer, Eva-Maria, Japans Kaiserhof in der Edo-Zeit. Unter besonderer Berücksichtigung der Jahre 1846 bis 1867, Münster, LIT, 1999.
  • Otabe Yūji 小田部雄次, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, Tokyo, Chūō Kōron Shinsha, 2006.
  • Ponsonby-Fane, Richard A. B., The Imperial House of Japan, Kyoto, Ponsonby Memorial Society, 1959; Studies in Shinto and Shrines, Kyoto, Ponsonby Memorial Society, 1953.
  • Ravina, Mark, Land and Lordship in Early Modern Japan, Stanford, Stanford University Press, 1999.
  • Sakai, Robert K., «The Ryukyu (Liu-ch’iu) Islands as a Fief of Satsuma», in John K. Fairbank (a cura di), The Chinese World Order: Traditional China’s Foreign Relations, Cambridge, Harvard University Press, 1968, pp. 112–134.
  • Shinjō Michihiko 新城道彦, 『天皇の韓国併合――王公族の創設と帝国の葛藤』, Tokyo, Hōsei University Press, 2011.
  • Slade, Toby, Japanese Fashion: A Cultural History, Oxford–New York, Berg, 2009.
  • Smits, Gregory, Visions of Ryukyu: Identity and Ideology in Early-Modern Thought and Politics, Honolulu, University of Hawai’i Press, 1999.
  • Takagi Hiroshi 高木博志, 『近代天皇制の文化史的研究』, Tokyo, Kōbundō, 1997.
  • Varley, H. Paul, Imperial Restoration in Medieval Japan, New York, Columbia University Press, 1971.
  • Zhou Xibao 周錫保, 『中國古代服飾史』, Pechino, Zhongguo Xiju Chubanshe, 1984.
  • National Institute of Informatics, KAKENHI Project 17520452, relazione 2005.

Repertori iconografici e opere di consultazione

  • Dower, John W., The Elements of Japanese Design: A Handbook of Family Crests, Heraldry & Symbolism, New York, Weatherhill, 1971.
  • Honda, Isao, Traditional Japanese Family Crests for Artists and Craftspeople, Mineola, Dover, 2002.
  • Phillips, David F. (a cura di), Japanese Heraldry and Heraldic Flags, Danvers, Flag Heritage Foundation, 2018.
  • Turnbull, Stephen, Samurai Heraldry, Oxford, Osprey, 2002.
  • De Garis, Frederic; Sakai, Atsuharu, We Japanese, Miyanoshita, Hakone, Fujiya Hotel, 1950.

Le opere raccolte in questa sezione sono impiegate come repertori figurativi e strumenti di orientamento: non hanno valore probatorio in ordine all’attribuzione di un mon a una casa determinata, che si fonda esclusivamente sulle fonti normative, archivistiche e genealogiche elencate sopra.

NOTE:

[1] (…) after all, «there is but little danger in acknowledging our taste for the noble and gentle science of heraldry and genealogy» since «no man ever rejoices in the fact that his grandfather made his exit with a hempen collar upon his neck» (…), in The North American Review, 1859, vol. X, in relazione al New England Historical and Genealogical Register.

[2] Thomas R. H. McClatchie, «Japanese Heraldry», relazione letta alla Asiatic Society of Japan il 25 ottobre 1876, pubblicata in Transactions of the Asiatic Society of Japan, s. I, vol. V, parte I, Yokohama, 1877, pp. 1–23.

[3] Per la storia e la morfologia dei mon si rinvia agli studi specialistici: Numata Raisuke 沼田頼輔, 『日本紋章学』, Tokyo, Meiji Shoin, 1926, National Diet Library, identificatore persistente info:ndljp/pid/1879378; Niwa Motoji 丹羽基二, 『家紋大図鑑』, Tokyo, Akita Shoten, 1971; Takasawa Hitoshi 高澤等, 『家紋大事典』, Tokyo, Tōkyōdō Shuppan, 2021.

[4] S.A.I. Fumihito, erede al trono (kōshi) e principe di Akishino (秋篠宮皇嗣文仁親王, Akishino-no-miya Kōshi Fumihito Shinnō), noto anche come principe Fumihito (文仁親王, Fumihito Shinnō), nato a Tokyo il 30 novembre 1965, è il secondogenito dell’imperatore Akihito e dell’imperatrice Michiko. È il primo nella linea di successione al trono in seguito all’ascesa del fratello, l’imperatore Naruhito, il 1º maggio 2019. In occasione del matrimonio, nel giugno 1990, assunse il titolo di Akishino-no-miya, costituendo un proprio ramo della Famiglia imperiale. La qualifica di kōshi — «erede» — gli fu attribuita l’8 novembre 2020 e non equivale a quella di kōtaishi, «principe ereditario», riservata al figlio del sovrano regnante.

[5] Agenzia della Casa imperiale, sezione relativa alla casa di Akishino: la documentazione istituzionale attesta la costituzione di un ramo autonomo (miyake), non una rinuncia allo stato imperiale.

[6] La notizia relativa all’incarico affidato a uno studioso universitario per il disegno dell’emblema della casa di Akishino circola nella sola pubblicistica divulgativa, priva d’indicazione del nome del progettista e dell’atto di commissione: non è documentata né negli atti dell’Agenzia della Casa imperiale né nella letteratura specialistica, e va pertanto trattata come voce non verificata. Sull’attribuzione degli emblemi ai rami costituiti in età contemporanea cfr. Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit.

[7] Paulownia è un genere di alberi dell’Asia orientale, oggi collocato nella famiglia Paulowniaceae. In Giappone è noto come kiri; la denominazione scientifica occidentale onora Anna Pavlovna, ma l’albero e il suo simbolismo erano conosciuti in Asia da secoli. Nel repertorio emblematico si distinguono numerose forme di kiri, soprattutto per il numero dei fiori nelle tre infiorescenze: go-san no kiri (5-3-5) e go-shichi no kiri (5-7-5). La paulownia è associata storicamente alla corte e, in età contemporanea, allo Stato e al Governo del Giappone; il go-shichi no kiri compare nel sigillo governativo. Non è però il mon principale dei Tokugawa. Quest’ultimo è il maru ni mitsuba aoi, formato da tre foglie di aoi entro un anello. Aoi è reso tradizionalmente in lingue europee con «hollyhock», «malva» o «malvarosa», ma il referente botanico del motivo Tokugawa è generalmente individuato in specie di Asarum, piante dette anche zenzero selvatico. Paulownia, aoi e malvarosa devono pertanto rimanere distinti tanto nella descrizione botanica quanto nella catalogazione emblematica. La tradizione di piantare un kiri alla nascita di una figlia, per ricavarne in seguito legno destinato alla dote, e l’associazione dello hōō con paulownia e bambù appartengono alla storia culturale dell’albero e non provano, da sole, un diritto emblematico.

[8] Per la distinzione fra le forme del kiri e i loro contesti d’impiego cfr. Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit.; Niwa Motoji, 『家紋大図鑑』, cit. Per l’impiego contemporaneo del go-shichi no kiri nel sigillo governativo si rinvia alle fonti istituzionali citate in bibliografia.

[9] Il periodo Heian (平安時代, Heian jidai) è un’epoca della storia giapponese compresa fra l’VIII e il XII secolo (794–1185), che prende il nome dalla capitale del tempo, Heian-kyō, l’attuale Kyoto.

[10] Thomas R. H. McClatchie, «Japanese Heraldry», cit., pp. 1–23; Rudolf Lange, «Japanische Wappen», in Mittheilungen des Seminars für Orientalische Sprachen an der Königlichen Friedrich-Wilhelms-Universität zu Berlin, VI, 1903, pp. 63–281; Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit. I tre contributi costituiscono la base scientifica dell’emblematica giapponese moderna; le riproduzioni digitali di McClatchie e Lange reperibili su siti privati non hanno valore d’edizione e non sono citate come fonti.

[11] Nota metodologica. Nella fase preparatoria della ricerca sono state consultate enciclopedie collaborative, raccolte divulgative e contributi pubblicati su blog e piattaforme personali, sia in giapponese sia in lingue occidentali. Tali risorse non sono citate come fonti: ogni dato da esse ricavato relativo al kazoku, ai gradi nobiliari, alle case e ai mon è stato verificato su atti normativi, documentazione archivistica o repertori genealogici complessivi, e citato esclusivamente in tale forma. Si applica la gerarchia delle fonti esposta nella Parte I.

[12] Sui simboli dinastici e statali del Giappone cfr. Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit.; R. A. B. Ponsonby-Fane, The Imperial House of Japan, Kyoto, Ponsonby Memorial Society, 1959; Id., Studies in Shinto and Shrines, Kyoto, Ponsonby Memorial Society, 1953; per l’uso contemporaneo, le fonti istituzionali indicate in bibliografia. Le compilazioni araldiche amatoriali disponibili in rete sono state escluse.

[13] Sull’ordinamento dei gradi e dei titoli fra l’età antica e l’epoca Meiji cfr. Ikai-rei (位階令), decreto imperiale n. 325 del 21 ottobre 1926; Otabe Yūji 小田部雄次, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, Tokyo, Chūō Kōron Shinsha, 2006; Takie Sugiyama Lebra, Above the Clouds: Status Culture of the Modern Japanese Nobility, Berkeley–Los Angeles, University of California Press, 1993; Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido».

[14] Sulla lettura dei nomi femminili di corte, e in particolare su 明子 letto Akirakeiko, cfr. Nihon jinmei daijiten, Tokyo, Kōdansha, alle voci relative; per le attestazioni coeve, Nihon sandai jitsuroku, in Kokushi taikei, Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan. La medesima grafia ammette letture diverse secondo l’epoca e il contesto: la romanizzazione adottata in un repertorio deve pertanto essere sempre dichiarata.

[15] Taira no Masakado (平将門), membro del clan Taira e figlio di Taira no Yoshimasa, morto il 25 marzo 940. La data di nascita non è accertata; le indicazioni correnti, fra le quali il 903, sono congetturali e non trovano fondamento nelle fonti coeve. Possedeva vasti domini nella regione del Kantō. Nel 939 organizzò una ribellione, attaccò la sede provinciale di Hitachi e catturò il governatore; nel dicembre dello stesso anno le sue forze occuparono le province di Shimotsuke e Kōzuke ed egli rivendicò il titolo di shinnō (新皇), «nuovo imperatore» — che non va confuso con l’omofono shinnō (親王), «principe imperiale», qualifica dinastica del tutto diversa. Uccise poi lo zio Taira no Kunika. Fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Kojima dalle forze di Fujiwara no Hidesato e di Taira no Sadamori, congiunto e principale antagonista familiare, la cui partecipazione è omessa in molte sintesi divulgative.

[16] La ribellione di Hōgen (保元の乱, Hōgen no ran) fu una breve guerra civile combattuta dal 28 luglio al 16 agosto 1156 per risolvere una disputa relativa alla successione imperiale. Il conflitto riguardò anche il controllo esercitato dalla famiglia Fujiwara, che deteneva la reggenza dal periodo Heian. Esso produsse conseguenze inattese, poiché creò le premesse del dominio dei clan di samurai, ed è pertanto considerato l’inizio della catena di eventi che condusse al primo governo guerriero della storia giapponese.

[17] La ribellione di Heiji (平治の乱, Heiji no ran) fu una breve guerra civile combattuta fra il 19 gennaio e il 5 febbraio 1160 tra i clan Taira e Minamoto per risolvere una disputa sul potere politico seguita all’abdicazione dell’imperatore Go-Shirakawa nel 1159. Fu preceduta dalla ribellione di Hōgen del 1156.

[18] La guerra Genpei (源平合戦, Genpei-gassen, 1180–1185) fu il conflitto fra i clan Taira e Minamoto nel tardo periodo Heian. Si concluse con la disfatta dei Taira e aprì la via alla fondazione dello shogunato di Kamakura, con la nomina di Minamoto no Yoritomo a sei-i taishōgun nel 1192. Il nome «Genpei» deriva dalla lettura on’yomi dei caratteri di Minamoto (源, Gen) e Taira (平, Pei); il conflitto è noto in giapponese anche come guerra Jishō-Juei (治承寿永の乱), dalle due ere nelle quali si svolse. Nel 1180 Taira no Kiyomori fece salire al trono il nipote Antoku, allora bambino; il principe Mochihito, figlio di Go-Shirakawa, chiamò alle armi i Minamoto e i monasteri buddhisti con l’appoggio di Minamoto no Yorimasa. Nel dicembre 1185 Go-Shirakawa concesse a Yoritomo il potere di riscuotere tributi e di nominare amministratori e agenti in tutte le province. Yoritomo insediò il proprio governo a Kamakura, che divenne il centro effettivo del potere, mentre a Kyoto la corte imperiale conservò funzioni essenzialmente cerimoniali. Al conflitto si fa risalire anche l’associazione del rosso e del bianco, colori degli stendardi Taira e Minamoto, alla simbolica nazionale giapponese.

[19] Nanbokuchō (南北朝時代, Nanbokuchō jidai), o periodo delle Corti del Nord e del Sud, designa gli anni compresi fra il 1336 e il 1392, nei quali coesistettero due corti imperiali: la Corte del Nord, insediata da Ashikaga Takauji con sede a Kyoto e sostenuta dal bakufu, e la Corte del Sud, fondata dall’imperatore Go-Daigo con sede a Yoshino, presso Nara. Le due corti si contesero il diritto di governare per circa cinquant’anni, fino alla sconfitta del Sud e alla riunificazione del 1392. Entrambe furono guidate da sovrani di sangue imperiale. A partire dal XIX secolo la storiografia ufficiale riconobbe come legittima la serie meridionale, in ragione del possesso rivendicato delle insegne dinastiche; gli imperatori del Nord sono generalmente registrati nelle genealogie come «pretendenti».

[20] La guerra Ōnin (応仁の乱, Ōnin no ran) fu il conflitto civile scoppiato in Giappone durante il periodo Muromachi. Nato da una disputa fra Hosokawa Katsumoto, importante kanrei, e Yamana Sōzen, esso si estese a scala nazionale coinvolgendo lo shogunato Ashikaga e numerosi daimyō, e diede inizio all’epoca Sengoku. La contesa riguardò la successione allo shōgun Ashikaga Yoshimasa: privo di eredi nel 1464, questi indusse il fratello minore Yoshimi ad abbandonare la vita monastica designandolo successore; l’inattesa nascita del figlio Yoshihisa, nel 1465, oppose lo shōgun, Yoshimi e il clan Hosokawa a Tomiko, moglie di Yoshimasa e madre di Yoshihisa, e al clan Yamana.

[21] Il termine «samurai» significava originariamente «coloro che servono la nobiltà». In giapponese, durante il periodo Heian (794–1185), si pronunciava saburapi e più tardi saburai; il nome deriva dal verbo saburau, «servire» o «tenersi a lato». La letteratura giapponese vi fa riferimento a partire dal X secolo. Il termine (侍) indica i membri della casta militare del Giappone feudale e non si estende né agli ashigaru, i fanti, né ai kuge, gli aristocratici di corte. I samurai privi di signore, per morte di questi o per perdita del suo favore, erano detti rōnin, letteralmente «uomo onda». Costituivano una casta colta, che accanto alle arti marziali praticava discipline come il cha no yu e lo shodō. Durante l’era Tokugawa perdettero gradualmente la funzione militare, divenendo in larga parte burocrati al servizio dello shōgun o di un daimyō; la classe fu abolita con la Restaurazione Meiji, in favore di un esercito nazionale di modello occidentale.

[22] I fudoki (風土記) sono antichi resoconti sulla cultura provinciale, la geografia e la tradizione orale presentati alla corte imperiale, noti anche come repertori geografici locali. Contengono documentazione agraria, geografica e storica, oltre a mitologia e folclore, e registrano miti, riti e componimenti locali non menzionati nel Kojiki e nel Nihon shoki. In senso stretto il termine indica i più antichi documenti redatti nel periodo Nara, detti poi Kofudoki (古風土記), la cui compilazione iniziò nel 713 e si concluse nell’arco di un ventennio. Secondo lo Shoku Nihongi, nel 713 l’imperatrice Genmei ordinò a ciascun governo provinciale (国衙, kokuga) di raccogliere nomi di distretti e villaggi, risorse naturali, dati sulla fertilità delle terre, etimologie dei toponimi, miti, leggende e racconti popolari.

[23] Sulle bordure e sulle forme di contenimento del campo, e sul lessico descrittivo dei mon, cfr. Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit., parte relativa alle cornici; Niwa Motoji, 『家紋大図鑑』, cit.; Takasawa Hitoshi, 『家紋大事典』, cit.

[24] Il termine bakufu (幕府) indicava in Giappone il governo militare dello shōgun. È quindi sinonimo di shogunato e significa letteralmente «governo della tenda», in riferimento agli accampamenti dei comandanti in campagna.

[25] Hanawa Hokiichi (塙保己一, 23 giugno 1746 – 7 ottobre 1821) fu studioso e monaco buddhista giapponese del periodo Edo, cieco dall’età di cinque anni. Apprese storia, letteratura, medicina e giurisprudenza da diversi maestri, fra i quali Kamo no Mabuchi. Compilò il Gunsho ruijū (群書類従), grande raccolta di antichi documenti.

[26] Niwa Motoji 丹羽基二, 『家紋大図鑑』, Tokyo, Akita Shoten, 1971, che raccoglie circa settemilacinquecento emblemi; Chikano Shigeru 千鹿野茂 (a cura di), 『家紋の事典』, Tokyo, Tōkyōdō Shuppan, 2008; Takasawa Hitoshi 高澤等, 『家紋大事典』, Tokyo, Tōkyōdō Shuppan, 2021. I repertori commerciali privi d’indicazione d’autore, del tipo 『日本の家紋大全』, sono stati impiegati solo come indici iconografici di riscontro e non sono citati come fonti.

[27] Fino a tempi recenti non esisteva un linguaggio descrittivo preciso per i mon e i kamon, con la conseguente impossibilità di una descrizione minuta e, quindi, di una classificazione filologica. Uno schema descrittivo di classificazione dei mon, condotto su base filologica e fondato sulla figura principale caratteristica di ciascun emblema, strutturato in gruppi e serie, è stato elaborato da chi scrive per il repertorio nobiliare giapponese fondato nel 2018 (in giapponese e inglese, Peerage of the Empire of Japan = 大日本帝国のピアレージ) e per un successivo saggio di emblematica giapponese (2022). Lo schema è costituito da numerosi vertici, alla base dei quali si collocano fiori, piante, figure geometriche e oggetti; da tali vertici si dipartono due o più linee che si intersecano fra loro o entro uno o più archi semicircolari, formando nodi: il punto d’intersezione determina la genesi dei mon compositi, il loro colore e la forma del bordo esterno. A titolo di esempio, la linea che si diparte dal fiore di pruno presenta oltre centocinquanta nodi d’intersezione. Il sistema, inizialmente denominato «sistema filologico di classificazione per l’emblematica» (紋章学のためのボレッラの文献学的分類システム), è oggi indicato come sistema Borella (システマ・ボレッラ), termine che comprende anche lo stile descrittivo elaborato dall’autore. La sua formalizzazione analitica è esposta nella Parte VII, nella seconda parte di questo saggio.

[28] I mon sono ordinati, nei repertori tradizionali, secondo le sillabe iniziali del nome dell’immagine, spesso accompagnate da un tratto caratteristico che la distingue dalle altre. Le sillabe sono disposte secondo l’ordine consueto nelle opere di larga diffusione, il cosiddetto iroha.

[29] Thomas R. H. McClatchie, «Japanese Heraldry», cit., pp. 1–23, sui supporti d’applicazione del mon; Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit., sulle sedi canoniche dell’emblema sulla veste. Per la storia del costume cfr. Toby Slade, Japanese Fashion: A Cultural History, Oxford–New York, Berg, 2009. Il kosode (小袖) è una veste tradizionale dalle linee essenziali, maschile e femminile, indossata sia come sottoveste sia come sopravveste, ed è l’indumento generalmente associato al termine più ampio di kimono; il nome significa letteralmente «piccola manica», con riferimento all’ampiezza dell’apertura. Ha forma di T, taglio più ampio del kimono moderno e lunghezze variabili; si portava con un obi più stretto di quello contemporaneo, spesso insieme allo hakama per gli uomini o al naga-bakama per le donne, come quello delle miko. Alla fine del XIV secolo sostituì il tradizionale hirosode, veste a più strati, articolandosi nel tempo in un’ampia varietà di fogge, disegni e tessuti, ciascuno dei quali condizionava la posizione e la resa del mon applicato.

[30] Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido» — «Il sistema del kazoku»; Id., «Kazoku-rei ga seitei sareru» — «Promulgazione del Kazoku-rei». La seconda scheda conferma la data del 7 luglio 1884, la forma di direttiva ministeriale, i cinque gradi e la successione nella discendenza maschile.

[31] Kazoku-rei, ordinanza della Casa imperiale n. 2 dell’8 maggio 1907, in particolare artt. 10–14, scheda normativa della Biblioteca nazionale della Dieta; Otabe Yūji 小田部雄次, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, Tokyo, Chūō Kōron Shinsha, 2006; Takie Sugiyama Lebra, Above the Clouds: Status Culture of the Modern Japanese Nobility, Berkeley–Los Angeles, University of California Press, 1993.

[32] 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, 2 voll., Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan, 1996, utilizzato come repertorio genealogico di controllo per l’identificazione delle case e delle successioni.

[33] Sulla composizione del nucleo originario di 427 case cfr. Otabe Yūji, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, cit.; 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; 維新史料編纂会編, 『現代華族譜要』, Tokyo, Nihon Shiseki Kyōkai, 1929; Archivio nazionale del Giappone, «近代国家 日本の登場 — 華族制度». Le fonti concordano sul totale, ma divergono nella ripartizione interna fra case di corte, ex signori territoriali e famiglie assimilate dopo la Restaurazione.

[34] Sui chihanji (知藩事) e sulla trasformazione dei signori territoriali in funzionari dello Stato Meiji cfr. Mark Ravina, Land and Lordship in Early Modern Japan, Stanford, Stanford University Press, 1999; Marius B. Jansen, The Making of Modern Japan, Cambridge, Harvard University Press, 2000, capitoli sulla soppressione dei domini e sull’istituzione delle prefetture.

[35] Sulle conversioni delle rendite feudali operate fra il 1873 e il 1874 e sul regime dei relativi titoli cfr. Marius B. Jansen, The Making of Modern Japan, cit.; Eiko Ikegami, The Taming of the Samurai: Honorific Individualism and the Making of Modern Japan, Cambridge, Harvard University Press, 1995; Archivio nazionale del Giappone, sezione documentaria sull’ordinamento del kazoku.

[36] Sui kinroku kōsai (金禄公債), i titoli pubblici emessi in luogo delle rendite ereditarie, e sull’ordine di grandezza complessivo dell’operazione — indicato dalla letteratura economica in circa 173 milioni di yen — cfr. Sergi Basco e John P. Tang, «The Samurai Bond: Credit Supply, Market Access, and Structural Transformation in Pre-War Japan», The Journal of Economic History, 80, n. 2, 2020, pp. 457–500.

[37] Sergi Basco e John P. Tang, «The Samurai Bond», cit., pp. 457–500.

[38] Kazoku-rei (華族令), 7 luglio 1884, artt. 1–3; National Museum of Japanese History, «華族令 (Kazoku-rei)», Archivio dell’ex marchese Kido, H-62-2-3-4, 7 luglio 1884.

[39] National Diet Library, «Itō Hirobumi’s Constitutional Study Mission to Europe»; Archivio nazionale del Giappone, «近代国家 日本の登場 — 華族制度», sul ruolo di Itō Hirobumi nella progettazione dell’ordinamento nobiliare e della Camera dei Pari.

[40] Kazoku-rei (華族令), 7 luglio 1884, artt. 1–3; Otabe Yūji, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, cit.; 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; Takie Sugiyama Lebra, Above the Clouds, cit.; Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku-rei ga seitei sareru».

[41] Sull’identificazione delle case principesche, ducali e marchionali cfr. 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; Otabe Yūji, 『華族』, cit.; 維新史料編纂会編, 『現代華族譜要』, cit. I dati vanno in ogni caso controllati sugli atti di conferimento e di successione conservati presso l’Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido».

[42] 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit., voce relativa alla casa Shō; Otabe Yūji, 『華族』, cit. Per la vicenda storica del regno di Ryūkyū, della sua annessione e della trasformazione della dinastia reale in casa del kazoku, cfr. Gregory Smits, Visions of Ryukyu: Identity and Ideology in Early-Modern Thought and Politics, Honolulu, University of Hawai’i Press, 1999; Robert K. Sakai, «The Ryukyu (Liu-ch’iu) Islands as a Fief of Satsuma», in John K. Fairbank (a cura di), The Chinese World Order: Traditional China’s Foreign Relations, Cambridge, Harvard University Press, 1968, pp. 112–134. Per gli atti relativi all’istituzione della casa, Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido».

[43] Mark Ravina, Land and Lordship in Early Modern Japan, cit.; Eiko Ikegami, The Taming of the Samurai, cit.; Marius B. Jansen, The Making of Modern Japan, cit.

[44] Otabe Yūji, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, cit.; 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; Takie Sugiyama Lebra, Above the Clouds, cit.

[45] Kazoku-rei (華族令), 7 luglio 1884, artt. 5–7; Kazoku-rei, ordinanza della Casa imperiale n. 2 del 1907, disposizioni relative al titolare del grado, al capo della casa e ai membri della famiglia.

[46] Sulla divergenza fra la ripartizione analitica di 137 case di corte, 270 di ex signori territoriali, 5 e 16 famiglie assimilate dopo la Restaurazione e la formula corrente «142 kuge e 285 ex daimyō» cfr. Otabe Yūji, 『華族』, cit.; 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido». La seconda formula incorpora nelle due categorie principali le ventuno case assimilate, ma la somma delle componenti così aggregate non coincide esattamente con il totale di 427 comunemente accolto: la discrepanza va segnalata e non appianata.

[47] Otabe Yūji, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, cit.; 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; 維新史料編纂会編, 『現代華族譜要』, cit.; Takie Sugiyama Lebra, Above the Clouds, cit. Per la divergenza fra i conteggi cumulativi di 1.010, 1.011 e 1.016 casate cfr. National Institute of Informatics, KAKENHI Project 17520452, relazione 2005. I portali enciclopedici commerciali che riportano tali cifre non sono citati come fonti.

[48] Chōsen kizoku-rei (朝鮮貴族令), ordinanza della Casa imperiale n. 14 del 29 agosto 1910; National Diet Library, «Ōkōke kihan» (王公家軌範), ordinanza della Casa imperiale n. 17 del 1º dicembre 1926; Shinjō Michihiko 新城道彦, 『天皇の韓国併合――王公族の創設と帝国の葛藤』, Tokyo, Hōsei University Press, 2011.

[49] Kizokuin-rei (貴族院令), decreto imperiale n. 11 dell’11 febbraio 1889, artt. 1–7; Kizokuin-rei chū kaisei no ken (貴族院令中改正ノ件), decreto imperiale n. 174 del 5 maggio 1925; National Diet Library, «Selection of Members of the House of Representatives and the House of Peers»; Japan Center for Asian Historical Records, «Ordinance for the House of Peers». Per le prime elezioni dei rappresentanti di conti, visconti e baroni, tenutesi il 10 luglio 1890, cfr. National Diet Library, 衆議院議員・貴族院議員の選出へ, che registra l’elezione rispettivamente di 15, 70 e 20 membri.

[50] Kazoku-rei (華族令), ordinanza della Casa imperiale n. 2 del 7 maggio 1907, promulgata l’8 maggio ed entrata in vigore il 1º giugno successivo, artt. 9–11 e 14–20; Kōshitsu tenpan zōho (皇室典範増補), Supplemento alla Legge della Casa imperiale, 11 febbraio 1907, artt. 1–2 e 5–6. Il primo provvedimento subordinava la successione nel titolo alla successione maschile nel governo della casa e disciplinava l’adozione e la designazione dell’erede, con il riconoscimento del ministro della Casa imperiale previsto dall’art. 19; il secondo regolava l’ingresso nel kazoku dei membri imperiali aventi dignità di ō, previa consultazione del Consiglio della Famiglia imperiale e del Consiglio privato. Cfr. inoltre Otabe Yūji, 『華族』, cit.; Takie Sugiyama Lebra, Above the Clouds, cit.

[51] Kazoku-rei (華族令), ordinanza della Casa imperiale n. 2 del 7 maggio 1907, promulgata l’8 maggio successivo, artt. 10–12 e 20–28. L’art. 21 disponeva la perdita del titolo in seguito a condanna definitiva alla pena di morte o alla reclusione con lavoro (chōeki); gli artt. 23–24 regolavano la sospensione o il divieto del trattamento, la restituzione coatta del titolo e la perdita della denominazione di kazoku; gli artt. 26–28 disciplinavano la domanda volontaria di restituzione e il procedimento davanti alla commissione disciplinare della Casa imperiale (宗秩寮審議会), seguito dall’approvazione imperiale. Testo in National Diet Library, Nagasaki Shōgo Papers, n. 570, Kazoku-rei; cfr. inoltre Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido».

[52] Ikai-rei (位階令), decreto imperiale n. 325 del 21 ottobre 1926, artt. 1–4, in Kanpō, 21 ottobre 1926: l’art. 2 individua le categorie dei destinatari, l’art. 3 disciplina la tsuishi (追賜), con decorrenza retroattiva dalla data della morte, l’art. 4 prevede lo zōi (贈位) per i defunti di merito eminente (National Diet Library). Cfr. inoltre Cabinet Office of Japan, «Joi seido no arikata». Per la concessione del baronato a Sakurai Jōji, cfr. National Diet Library, «Sakurai Jōji»; JACAR, ref. A06051180100; 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit., vol. I, p. 665.

[53] Otabe Yūji, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, cit.; 維新史料編纂会編, 『現代華族譜要』, cit.; 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit. Per gli uffici del Ministero della Casa imperiale competenti in materia (Kazoku-buchōkyoku, Kazoku-kyoku, Shakuikyoku, Shakuiryō, Sōchitsuryō) e per i cinquantadue kahan (家範) autorizzati e registrati a partire dalla metà dell’epoca Meiji, cfr. Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido» e relative schede archivistiche.

[54] Thomas R. H. McClatchie, «Japanese Heraldry», cit., pp. 1–23. L’autore descrive la differenziazione cromatica delle insegne Tokugawa, Mito, Owari e Kii, ma le sue valutazioni evoluzionistiche sulla presunta «imperfezione» dell’emblematica giapponese devono considerarsi superate. Per le quattro case dei Seshū Shinnōke cfr. R. A. B. Ponsonby-Fane, The Imperial House of Japan, cit.

[55] Rudolf Lange, «Japanische Wappen», cit., specialmente pp. 68–69; Thomas R. H. McClatchie, «Japanese Heraldry», cit., pp. 1–23; Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit. Le fonti documentano emblemi principali e secondari, concessioni personali e impiego occasionale del mon della famiglia della moglie, ma non una regola generale che consentisse di fondere liberamente emblemi diversi.

[56] I repertori genealogici e gli studi specialistici indicati costituiscono la base di controllo per una schedatura: 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; Otabe Yūji, 『華族――近代日本貴族の虚像と実像』, cit.; 維新史料編纂会編, 『現代華族譜要』, cit. I dati devono essere verificati sugli atti di conferimento e di successione; per la struttura amministrativa e documentaria del sistema cfr. Archivio nazionale del Giappone, «Kazoku seido».

[57] Giappone, Kōshitsu Tenpan tō no ichibu o kaisei suru hōritsu (皇室典範等の一部を改正する法律), legge n. 66 del 24 luglio 2026, approvata dalla Dieta il 17 luglio 2026, in Kanpō, supplemento straordinario n. 164, 24 luglio 2026, pp. 8–9, art. 1, nuovo art. 38 e disposizioni supplementari, artt. 1–2. Per il testo anteriore alla riforma e per la modifica del 1949: Agenzia della Casa imperiale, The Imperial House Law, testo ricavato dall’Official Gazette, English Edition, n. 237, 16 gennaio 1947.

[58] Agenzia della Casa imperiale, 皇室の構成 (Kōshitsu no kōsei), situazione consultata al 6 settembre 2026: cinque membri appartenenti al nucleo interno della corte e undici appartenenti alle miyake, per un totale di sedici; Id., 皇室の構成図 (Kōshitsu no kōseizu), schema genealogico ufficiale. Per il riordino delle case principesche del 30 settembre 2025, con l’assunzione della qualità di tōshu del Mikasa-no-miya da parte della principessa Akiko e la costituzione della casa 三笠宮寛仁親王妃家 per la principessa Nobuko, cfr. i comunicati dell’Agenzia della Casa imperiale relativi a tale data.

[59] Giappone, Kōshitsu Tenpan (皇室典範), legge n. 3 del 1947, artt. 11 e 13; deliberazione del Consiglio della Casa imperiale del 13 ottobre 1947, con cessazione dello status dal 14 ottobre seguente. Cfr. Segreteria del Gabinetto del Giappone, relazione del comitato di esperti del 22 dicembre 2021 sulla risoluzione accessoria alla legge speciale relativa all’abdicazione dell’imperatore, parte relativa agli undici ex rami; per il testo della legge, Agenzia della Casa imperiale, The Imperial House Law.

[60] Per la genealogia dei kyū-miyake e per la discendenza agnatizia di Fushimi Kuniie cfr. 霞会館華族家系大成編輯委員会編, 『平成新修旧華族家系大成』, cit.; R. A. B. Ponsonby-Fane, The Imperial House of Japan, cit., per la storia delle seshū shinnōke e della casa Fushimi-no-miya. Le indicazioni correnti di «capo» delle antiche case principesche appartengono all’uso genealogico privato e non a un ordinamento pubblico: dopo il 14 ottobre 1947 nessuna norma disciplina la successione in tali case.

[61] Costituzione del Giappone, artt. 1, 4, 6 e 7. Sul rescritto imperiale del 1º gennaio 1946, comunemente detto ningen-sengen, cfr. il testo in Kanpō, 1º gennaio 1946, e la relativa scheda della National Diet Library: il documento respinge il fondamento divino del legame fra sovrano e popolo, ma non contiene alcuna rinuncia espressa alla discendenza tradizionale da Amaterasu. Sui kyūchū saishi (宮中祭祀) cfr. Agenzia della Casa imperiale, sezione dedicata ai riti di corte; per l’inquadramento storico, John Breen e Mark Teeuwen, A New History of Shinto, Chichester, Wiley-Blackwell, 2010. Si tratta di funzioni rituali dinastiche, non di un ufficio costituzionale.

[62] Sul jūroku yae omote-giku e sulle varianti impiegate dai rami della Famiglia imperiale cfr. Numata Raisuke, 『日本紋章学』, cit.; Agenzia della Casa imperiale, sezione relativa agli emblemi. Sull’impiego contemporaneo del go-shichi no kiri (五七桐) da parte del Governo, del Gabinetto e dell’ufficio del presidente del Consiglio dei ministri cfr. le fonti istituzionali citate in bibliografia. Il crisantemo non è stabilito come stemma nazionale da alcuna disposizione di legge: è l’emblema della Casa imperiale, impiegato per estensione in determinati contesti pubblici.

[63] Sulla sostituzione del benkan con il ryūei no kanmuri (立纓冠) a partire dall’intronizzazione dell’imperatore Meiji, e sulla ridefinizione del cerimoniale di corte in età moderna, cfr. Takashi Fujitani, Splendid Monarchy: Power and Pageantry in Modern Japan, Berkeley–Los Angeles, University of California Press, 1996; Takagi Hiroshi 高木博志, 『近代天皇制の文化史的研究』, Tokyo, Kōbundō, 1997; per il cerimoniale della corte tardo-Tokugawa, Eva-Maria Meyer, Japans Kaiserhof in der Edo-Zeit, Münster, Lit Verlag, 1999. Sull’abbigliamento del Sokuirei-Seiden-no-gi — sokutai e veste kōrozen no gohō (黄櫨染御袍) — si veda la documentazione ufficiale dell’Agenzia della Casa imperiale sulla cerimonia del 22 ottobre 2019. Sulle insegne dinastiche, che non comprendono alcun copricapo, si veda la nota relativa ai Tre Sacri Tesori.

[64] Sul mianguan (冕冠) cinese e sulle sue regole rituali cfr. Zhouli (周禮) e Liji (禮記), nelle edizioni dei classici rituali; per la storia del costume di corte e delle sue codificazioni dinastiche, Zhou Xibao 周錫保, 『中國古代服飾史』, Pechino, Zhongguo Xiju Chubanshe, 1984. L’impiego del mianguan nella corte cinese proseguì, con numerose trasformazioni, fino alla caduta della dinastia Ming nel 1644; per le forme derivate coreane (myeonryugwan) e vietnamite (miện quan) si vedano gli studi sul costume di corte fondati sui codici rituali delle rispettive dinastie. Per l’adattamento giapponese cfr. Shoku Nihongi (続日本紀), anno 732, in 『新訂増補国史大系』, Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan, sull’uso del benpuku (冕服) da parte dell’imperatore Shōmu.

[65] Shōsōin, 礼服御冠残欠 (Raihuku onkanmuri zanketsu), Deposito settentrionale, n. 157: frammenti di ornamenti del copricapo cerimoniale associato all’imperatore Shōmu, ordinati in cinque gruppi e comprendenti elementi metallici traforati e dorati, perle, corallo e vetri colorati. Non si tratta di una corona integra. Per l’attribuzione tradizionale del copricapo del Daijō-e all’imperatore Ōjin cfr. Kojidan, che va letto come testimonianza della volontà di collegare il cerimoniale a una remota antichità dinastica.

[66] Saikyūki (西宮記), trattato sul cerimoniale di corte attribuito a Minamoto no Takaakira, X secolo, edizione di riferimento in 『新訂増補故実叢書』, Tokyo, Yoshikawa Kōbunkan: l’opera distingue il benkan dell’imperatore adulto, l’hōkan dell’imperatrice regnante, il nichigata no kanmuri (日形冠) dell’imperatore fanciullo e il kyūshō benkan (九章冕冠) dell’erede. Sull’evoluzione dei copricapi cerimoniali di corte e sull’esemplare realizzato per l’intronizzazione dell’imperatore Nakamikado, nel 1710, indicato anche come gyokukan (玉冠), cfr. Takagi Hiroshi, 『近代天皇制の文化史的研究』, cit., ed Eva-Maria Meyer, Japans Kaiserhof in der Edo-Zeit, cit.

[67] Sull’hōkan (宝冠) realizzato nel 1763 per l’intronizzazione dell’imperatrice Go-Sakuramachi, progettato sul modello del copricapo appartenuto a Tōfukumon’in con l’aggiunta degli attributi solari della sovrana regnante, cfr. Eva-Maria Meyer, Japans Kaiserhof in der Edo-Zeit, cit.; R. A. B. Ponsonby-Fane, The Imperial House of Japan, cit.; per il quadro rituale, Saikyūki, cit., e Takagi Hiroshi, 『近代天皇制の文化史的研究』, cit. Sull’Ordine della Preziosa Corona (宝冠章, Hōkanshō), istituito il 4 gennaio 1888 e articolato in sei classi dopo la riforma del sistema premiale del 2003, cfr. Cabinet Office of Japan, sezione relativa agli ordini e alle decorazioni. Il motivo centrale delle insegne rappresenta un hōkan e non una generica «antica corona imperiale».

[68] Sui Sanshu no Jingi (三種の神器) cfr. Kojiki e Nihon shoki, in 『日本古典文学大系』, Tokyo, Iwanami Shoten, nei racconti della caverna celeste e della missione affidata da Amaterasu a Ninigi-no-Mikoto; per la custodia rituale dello specchio a Ise, della spada ad Atsuta e della gemma nel Palazzo imperiale, e per il Kenji tō shōkei no gi, cfr. Agenzia della Casa imperiale, documentazione sulle cerimonie di accesso al trono; per l’inquadramento storico-religioso, John Breen e Mark Teeuwen, A New History of Shinto, cit. Gli oggetti non sono ostensibili e la loro natura materiale non è verificabile: l’affermazione secondo cui la gemma conservata sarebbe una replica non è documentabile. Sul valore attribuito al possesso delle insegne nella legittimazione dinastica, e sul riconoscimento nel 1911 della serie dei sovrani della Corte del Sud, cfr. H. Paul Varley, Imperial Restoration in Medieval Japan, New York, Columbia University Press, 1971, e Kitabatake Chikafusa, A Chronicle of Gods and Sovereigns: Jinnō Shōtōki, trad. e cura di H. Paul Varley, New York, Columbia University Press, 1980.

[69] Dajōkan fukoku n. 802, 25º giorno dell’ottavo mese del secondo anno Meiji (30 settembre 1869), riprodotto in Kaigun seido enkaku, Tokyo, Kaigun Daijin Kanbō, 1937, National Diet Library Digital Collections, PID 1886704; Dajōkan fukoku n. 285, 17 giugno 1871, 皇族ノ外菊御紋禁止ノ件 (Kōzoku no hoka kiku gomon kinshi no ken), in Hōrei zensho, Meiji 4; Kōshitsu giseirei (皇室儀制令), ordinanza della Casa imperiale n. 7 del 21 ottobre 1926, artt. 12–13, in Kanpō, 21 ottobre 1926, edizione straordinaria, pp. 3 ss., National Diet Library Digital Collections, PID 2956399, fotogrammi 20 ss.; 皇室令及附属法令廃止ノ件, ordinanza della Casa imperiale n. 12 del 2 maggio 1947, in Kanpō, n. 6087, 2 maggio 1947, p. 25, National Diet Library Digital Collections, PID 2962601, fotogramma 1.


Andrea Borella

Andrea Borella (1974), direttore dell’«Annuario della Nobiltà Italiana», è storico, araldista, genealogista, editore e studioso di diritto dinastico. Nel 1998 ha rifondato la seconda serie dell’Annuario, curandone la direzione scientifica. Studioso di diritto nobiliare e dinastico comparato, ha promosso repertori genealogici internazionali. È presidente e fondatore della Nuova Accademia Araldica G.B. di Crollalanza. Docente di Scienze Ausiliarie della Storia, ha insegnato araldica in istituzioni accademiche italiane ed estere ed è autore di studi specialistici. È decorato di vari ordini cavallereschi.

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