Giuseppe Verdi tra ascesa sociale e status nobiliare

Proprietà fondiaria, patriziato sammarinese, il mancato «Marchesato di Busseto» e il monogramma GV
Introduzione
Giuseppe Verdi nacque il 10 ottobre 1813 alle Roncole, presso Busseto, da Carlo Verdi, oste e commerciante, e da Luigia Uttini, filatrice. [1]
Al momento della nascita, le Roncole non appartenevano ancora al restaurato Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla: il territorio era compreso nel Dipartimento del Taro dell’Impero francese e sarebbe rientrato nell’ordinamento parmense soltanto nel 1814. [2]
Le condizioni economiche della famiglia erano modeste, ma non indigenti. Fu decisivo l’appoggio di Antonio Barezzi, commerciante bussetano e appassionato di musica, che riconobbe precocemente il talento del giovane Verdi e ne sostenne la formazione. Nel 1836 il compositore sposò Margherita Barezzi, figlia del proprio benefattore; nel volgere di pochi anni perdette i due figli, Virginia e Icilio, e, nel 1840, la moglie. Nel 1859 sposò il soprano Giuseppina Strepponi, alla quale era legato da tempo e che gli rimase accanto sino alla morte, avvenuta nel 1897. [3]
Alla carriera musicale si accompagnò una presenza significativa nella vita pubblica del nuovo Stato unitario. Eletto deputato nel 1861, nell’VIII legislatura del Regno d’Italia, Verdi fu nominato senatore il 15 novembre 1874. [4]
Morì a Milano il 27 gennaio 1901; nel testamento del 14 maggio 1900 istituì erede universale Maria Verdi Carrara, salve numerose disposizioni particolari e i lasciti destinati alla Casa di Riposo per Musicisti di Milano, da lui fondata. [5]
Il presente contributo esamina il rapporto di Verdi con le qualifiche nobiliari e patriziali, distinguendo l’ascesa economica e sociale del compositore dall’acquisizione di uno status nobiliare in senso tecnico e dall’uso di segni simbolici o araldici. Tale distinzione è necessaria per sottrarre la vicenda verdiana a due semplificazioni opposte: da un lato, quella che presenta il Maestro come estraneo a ogni forma di onore nobiliare; dall’altro, quella che gli attribuisce retrospettivamente titoli o arme gentilizie non comprovati dalle fonti.

Dalle origini borghesi alla grande proprietà fondiaria
L’ascesa di Verdi non fu soltanto artistica. Con il consolidarsi della fama internazionale, il compositore destinò una parte rilevante dei proventi del teatro e dell’editoria musicale all’acquisto di immobili e terreni.
Nell’aprile 1844 acquistò la possessione detta Pulgaro, presso le Roncole: circa ventitré ettari di terreno agricolo, con casa colonica e annessi. L’anno seguente acquistò a Busseto il signorile Palazzo Dordoni-Cavalli, poi noto come Palazzo Orlandi. Nel maggio 1848 acquisì infine il primo nucleo della tenuta di Sant’Agata, nel territorio di Villanova sull’Arda, dove dal 1851 stabilì la propria dimora con Giuseppina Strepponi. [6]
La casa di Sant’Agata venne progressivamente trasformata, sotto la diretta supervisione di Verdi, nella residenza oggi nota come Villa Verdi. Attorno ad essa si formò un patrimonio agricolo sempre più vasto, che il compositore seguì direttamente, interessandosi all’irrigazione, all’allevamento, alla viticoltura, alla pioppicoltura e alle innovazioni agronomiche. Secondo gli studi dedicati alla sua attività di imprenditore agricolo, nel momento di massima consistenza i possedimenti verdiani superarono complessivamente i settecento ettari. [7]

Nell’Italia dell’Ottocento la terra era insieme investimento economico e strumento di consolidamento sociale. Una parte della borghesia professionale e imprenditoriale convertì il successo economico in poderi, ville di campagna e residenze urbane, avvicinandosi ai modelli di vita delle élite fondiarie. [8]
La proprietà fondiaria non conferiva tuttavia, di per sé, status nobiliare, né gli acquisti di Verdi dimostrano un’aspirazione a «diventare nobile». Essi documentano anzitutto la costruzione di un patrimonio solido e il radicamento del compositore nel territorio d’origine. Il figlio di una famiglia di modeste condizioni era divenuto un grande proprietario, membro della rappresentanza nazionale e, infine, senatore del Regno.
Occorre dunque tenere distinti prestigio economico-sociale e status nobiliare in senso giuridico. È proprio questa distinzione a consentire una lettura più precisa dell’atteggiamento di Verdi di fronte alle qualifiche patriziali e alla possibilità, prospettata molti anni più tardi, di ricevere un titolo dalla Corona italiana.
Il «Marchese di Busseto»: una concessione non perfezionata
L’episodio più noto risale al febbraio 1893, all’indomani della prima rappresentazione del Falstaff alla Scala di Milano.
Ferdinando Martini, allora ministro della Pubblica Istruzione, aveva assistito alla rappresentazione e aveva rivolto al Maestro calorose parole di elogio. Rientrato a Roma, ricevette da Verdi un telegramma provocato da una notizia pubblicata dal quotidiano milanese La Perseveranza, secondo la quale si sarebbe progettato di conferirgli un titolo marchionale:
«Leggo Perseveranza annunzio titolo marchese. Mi rivolgo a lei come artista perché faccia tutto il possibile onde impedirlo. Ciò non toglie mia riconoscenza, che sarà maggiore se la nomina non avviene. Cordiali ossequi. Verdi.»[9]

Il documento è inequivoco circa la volontà del compositore. Verdi, reputando plausibile la notizia, intervenne personalmente affinché l’ipotizzata concessione non avesse seguito. Il telegramma non prova tuttavia che un titolo fosse già stato conferito, né che il relativo procedimento fosse giunto a uno stadio formale o si fosse perfezionato mediante un provvedimento sovrano.
Martini assicurò immediatamente a Verdi che la notizia era priva di fondamento. Nella documentazione qui richiamata non compare né un decreto di concessione né un atto dal quale risulti il perfezionamento di una pratica per la creazione di Verdi a Marchese di Busseto. [10] L’episodio deve pertanto essere descritto non come il rifiuto formale di un titolo già concesso, ma come la manifestazione preventiva e inequivocabile della volontà di Verdi di non ricevere una dignità marchionale.
Nelle proprie memorie Martini riferì anche la reazione di re Umberto I. Informato dell’accaduto, il sovrano avrebbe osservato:
«Come si può immaginare una cosa simile? Come si può appiccicare al nome di Giuseppe Verdi il titolo di Marchese di Busseto? Come si può credere che io sia capace di una tale profanazione? Profanazione mi pare proprio la parola giusta. Il solo fatto di credere a questa sciocchezza è un’offesa per Verdi e per me.» [11]
Il passo è efficace, ma la sua natura documentaria deve essere chiarita. Le parole attribuite al Re sono note attraverso il racconto memorialistico di Martini, pubblicato molti anni dopo i fatti, e non per mezzo di un documento autografo del sovrano o di un verbale coevo. La testimonianza è dunque pertinente alla storia dell’episodio e alla sua successiva rappresentazione, ma non può essere posta sul medesimo piano probatorio del telegramma verdiano.

Resta fermo il significato essenziale della vicenda: all’apice della fama europea, già grande proprietario terriero, deputato e senatore, Verdi non desiderava, in quella specifica circostanza, che al proprio nome fosse aggiunta una dignità marchionale.
La distinzione patriziale sammarinese
Il quadro si fa più complesso se si considera che, trentasei anni prima, Verdi aveva ricevuto dalla Repubblica di San Marino una distinzione di natura patriziale.
Il 31 agosto 1857 Giuseppe Verdi ottenne dalla Repubblica di San Marino il «titolo di patrizio». La registrazione archivistica recita: «il maestro Giuseppe Verdi, di Busseto, titolo di patrizio il 31 agosto 1857». [12] La fonte impiega una formula abbreviata senza anticipare conclusioni circa il contenuto giuridico dell’onore o la sua eventuale trasmissibilità.

Nella medesima seduta Francesco Maria Piave, librettista, traduttore, critico d’arte e impresario teatrale italiano, che collaborò con lo stesso Verdi fu accolto fra i cittadini sammarinesi. [13] La diversa terminologia non consente di assimilare automaticamente le due qualifiche.
L’episodio impedisce di rappresentare Verdi come programmaticamente ostile a qualunque distinzione di carattere nobiliare o patriziale. Non risulta che egli abbia respinto l’ascrizione del 1857; nel 1893 si oppose invece con decisione alla prospettiva di un marchesato conferito dalla Corona italiana. Non vi è necessariamente contraddizione. Diversi erano il momento biografico, l’autorità concedente, la natura giuridica dell’onore e il suo significato sociale. Soprattutto, non è lecito proiettare automaticamente sul 1857 la posizione manifestata nel 1893, quando il nome di Verdi aveva assunto una dimensione nazionale e internazionale incomparabilmente maggiore.
Particolare prudenza è richiesta sul tema della trasmissibilità. La registrazione archivistica accerta la data, l’autorità concedente e l’attribuzione della qualità patriziale, ma la formula «titolo di patrizio» non permette da sola di stabilire se la dignità fosse personale o trasmissibile alla discendenza. [14]
L’Annuario della Nobiltà Italiana registra la posizione di Giuseppe Verdi e la relativa genealogia nella Parte IV. [15] Sul piano genealogico e giuridico, tuttavia, un’eventuale successione nella qualità patriziale deve restare rigorosamente distinta dalla successione civilistica nel patrimonio.
I due figli nati dal matrimonio con Margherita Barezzi, Virginia e Icilio, morirono in tenerissima età e Verdi non lasciò discendenza. Maria Filomena Verdi, poi Maria Verdi Carrara, figlia di un cugino del compositore, fu accolta nella casa di Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi, venne adottata dal Maestro e fu da lui istituita erede universale.[16]
La qualità di erede universale, ma non figlia legittima e naturale, di Maria Filomena non gli consentì la successione nella dignità patriziale. Successione patrimoniale, filiazione adottiva e successione nobiliare o patriziale appartengono a piani giuridici distinti; quest’ultima dipenderebbe dalla disciplina propria della concessione, non dalle disposizioni testamentarie di Verdi.
Il monogramma «GV» e la costruzione araldica postuma
Anche sotto il profilo araldico la vicenda di Giuseppe Verdi presenta caratteristiche singolari. Per quanto risulta dalla documentazione sinora nota, il Maestro non adottò stabilmente un vero e proprio stemma gentilizio personale. Assai meglio documentato è invece l’impiego di un elegante monogramma formato dalle iniziali del nome e del cognome, G e V, variamente intrecciate fra loro, che nelle rappresentazioni censite compare anche in oro: la G in carattere corsivo e la V in stampatello. [17]
Nelle diverse testimonianze iconografiche il monogramma appare talvolta sormontato da un serto d’alloro, talaltra da una corona di foggia patriziale sammarinese all’antica, con tre punte di lancia d’oro visibili intervallate da due grosse perle. [18] Tali elementi devono tuttavia essere descritti per ciò che le fonti effettivamente attestano, senza dedurne automaticamente l’assunzione da parte di Verdi di un’arma gentilizia compiuta.
La manifestazione forse più nota del monogramma è quella inserita nel cancello d’ingresso in ferro battuto della tenuta di Sant’Agata, presso Villanova sull’Arda, la villa che divenne la principale dimora del compositore e il centro della sua vita privata, agricola e patrimoniale. Qui le lettere G e V, intrecciate nella struttura metallica del cancello, svolgono una evidente funzione identificativa, contrassegnando simbolicamente l’accesso alla proprietà del Maestro.

L’uso del monogramma non rimase peraltro circoscritto all’architettura della villa. Le testimonianze relative agli arredi e alle suppellettili conservate a Sant’Agata ne documentano infatti la presenza anche su bicchieri, servizi da tavola, argenteria e altri oggetti d’uso domestico; il «GV» è stato inoltre segnalato sui mozzi di una delle carrozze appartenute al compositore. La ricorrenza delle iniziali verdiane, declinate anche in differenti soluzioni monogrammatiche, su beni di natura così diversa dimostra che tale forma di contrassegno aveva assunto, nell’ambiente personale e patrimoniale del Maestro, una funzione ben più ampia di quella di una semplice sigla occasionale. [19]

Sotto il profilo storico-araldico è però essenziale mantenere distinta la natura di questo segno da quella di uno stemma propriamente detto. Il monogramma appartiene alla tradizione dei contrassegni personali e proprietari, nei quali iniziali, cifre o lettere intrecciate identificano direttamente una persona, una famiglia o una proprietà; lo stemma appartiene invece a un sistema figurativo autonomo, regolato da proprie convenzioni e fondato sull’organizzazione di figure, smalti e partizioni entro uno scudo. Il «GV» verdiano non può quindi essere assunto, di per sé, come prova dell’esistenza di un’arma gentilizia personale del compositore.
La sua importanza documentaria non è per questo minore. Al contrario, la frequenza e la varietà dei supporti sui quali compare consentono di riconoscervi il principale emblema personale di Verdi, stabilmente associato alla sua persona, alla sua casa e ai suoi beni. La scelta — o, più prudentemente, l’accettazione continuativa — di questo segno appare particolarmente significativa in un uomo che possedeva numerosi elementi esteriori propri delle maggiori élite ottocentesche: una considerevole ricchezza, vaste proprietà fondiarie, una grande dimora di campagna, notorietà internazionale, cariche pubbliche e, dal 1857, l’ascrizione al patriziato della Repubblica di San Marino. La sua rappresentazione simbolica personale rimase nondimeno affidata soprattutto al proprio nome, condensato nelle due iniziali intrecciate.
Soltanto dopo la morte del Maestro quel segno personale venne trasformato in una vera e propria composizione araldica. La ditta Vallardi, nell’ambito della propria Collezione Araldica, elaborò infatti sulla base del monogramma uno stemma attribuito a Verdi quale patrizio sammarinese, nel quale le lettere «GV» furono collocate sopra uno scudo sannitico di verde, conservando come elemento centrale l’emblema effettivamente associato al compositore.[20]
Non si trattava dunque della registrazione di uno stemma sicuramente assunto e utilizzato da Verdi durante la vita, bensì di una costruzione araldica postuma, ottenuta traducendo in forma stemmatica un contrassegno personale autenticamente documentato. La distinzione è decisiva: da una parte sta il monogramma «GV», attestato nell’uso privato e patrimoniale del Maestro; dall’altra la sua successiva trasformazione in una struttura araldica compiuta.
Il caso verdiano consente così di distinguere con particolare chiarezza due fenomeni che talvolta vengono impropriamente sovrapposti: l’eventuale attribuzione o assunzione di uno stemma gentilizio e l’impiego di un emblema personale non araldico. Allo stato delle testimonianze note, è soprattutto quest’ultimo a presentarsi come l’espressione simbolica più autentica e continuativa dell’identità personale di Giuseppe Verdi.
La nobiltà del titolo e la nobiltà del nome
Il rapporto di Giuseppe Verdi con la nobiltà non può essere ridotto all’immagine del grande artista borghese che rifiuta sprezzantemente ogni distinzione aristocratica. La documentazione restituisce una realtà più articolata, nella quale ascesa sociale, distinzione patriziale e opposizione alla prospettata titolatura marchionale appartengono a piani distinti.
Verdi partecipò pienamente al processo di ascesa sociale che, nel corso dell’Ottocento, condusse una parte della borghesia italiana ad affiancare al successo professionale la grande proprietà fondiaria. Acquistò terre e residenze, divenne uno dei maggiori proprietari della propria zona, entrò nella rappresentanza parlamentare e fu nominato senatore del Regno: elementi di prestigio elevatissimo, ma non equivalenti, sul piano giuridico, a uno status nobiliare.
Nel 1857 ricevette dalla Repubblica di San Marino una distinzione qualificata nella registrazione archivistica come «tit. di patr.». Nel 1893, apprendendo che si prospettava la possibilità di crearlo «Marchese di Busseto», reagì invece immediatamente e chiese al ministro Martini di impedire che la nomina avesse luogo.
Tra i due episodi erano trascorsi trentasei anni e la posizione personale e simbolica del compositore era profondamente mutata. Nel 1857 Verdi era già celebre; nel 1893, dopo Nabucco, Rigoletto, Il trovatore, La traviata, Aida e Otello, il suo nome era ormai entrato, oltre che nella storia della musica, nell’immaginario culturale dell’Italia unita. Questa è una considerazione storico-interpretativa, non una qualificazione giuridica, ma aiuta a comprendere il diverso significato assunto dalle distinzioni onorifiche nei due momenti della sua vita.
In questa prospettiva può essere letto anche il commento attribuito da Martini a Umberto I: aggiungere un titolo al nome di Verdi avrebbe potuto apparire non come un accrescimento di prestigio, bensì come una qualificazione superflua, quasi riduttiva, di un nome che aveva ormai conquistato una dignità propria. Il valore di questa osservazione resta naturalmente quello di una testimonianza memorialistica e di una chiave di lettura dell’episodio, non quello di una dichiarazione sovrana documentata in forma coeva.
Anche il monogramma GV, preferito a uno stemma gentilizio tradizionale, può offrire — sul piano interpretativo, e senza attribuire a Verdi intenzioni non documentate — una sintesi visiva efficace di tale condizione: non il nome inserito entro uno stemma, ma il nome stesso trasformato in emblema.
In questo senso, e soltanto come conclusione storico-simbolica, Giuseppe Verdi aveva raggiunto una posizione nella società italiana nella quale, ormai, il nome bastava a se stesso.

NOTE
[1] L’atto di battesimo, datato 11 ottobre 1813, registra il bambino nato la sera precedente da Carlo Verdi e Luigia Uttini con i nomi di Giuseppe Fortunino Francesco: «Ego Carolus Arcari Praep. Runcularum hoc mane Baptizavi Infantem natum heri vespere hora octava ex Carolo Verdi q.m Josephi; et ex Aloysia Utini f.a Caroli conjugibus huius Paroeciae, cui impositum est nomen Joseph, Fortuninus, Franciscus…».
[2] Fabrizio Della Seta, «Verdi, Giuseppe Fortunino Francesco», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 98, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2020, sub voce.
[3] Per la biografia generale, cfr. Mary Jane Phillips-Matz, Verdi: A Biography, Oxford-New York, Oxford University Press, 1993; Fabrizio Della Seta, «Verdi, Giuseppe Fortunino Francesco», cit.
[4] Verdi fu deputato nell’VIII legislatura del Regno d’Italia e venne nominato senatore il 15 novembre 1874. Cfr. Senato del Regno, scheda biografica di Giuseppe Verdi; Fabrizio Della Seta, «Verdi, Giuseppe Fortunino Francesco», cit.
[5] Giuseppe Verdi, testamento olografo, Milano, 14 maggio 1900, pubblicato dal notaio Angiolo Carrara il 27 gennaio 1901, repertorio n. 2.613, Archivio Notarile di Parma. Il testatore revocò ogni precedente disposizione e nominò erede universale «la mia cugina Maria Verdi maritata al Sig.r Alberto Carrara di Busseto», disponendo altresì numerosi legati, compresi quelli in favore della Casa di Riposo per Musicisti di Milano. Cfr. anche Fabrizio Della Seta, «Verdi, Giuseppe Fortunino Francesco», cit.; Consiglio Nazionale del Notariato, Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani, catalogo della mostra, Brescia, 2023.
[6] Sulle acquisizioni immobiliari e fondiarie di Verdi, cfr. Daniela Morsia, «Verdi imprenditore agricolo», in Atti dell’Accademia dei Georgofili, 2014; Mary Jane Phillips-Matz, Verdi: A Biography, cit. Nel 1844 Verdi acquistò il Pulgaro; seguirono Palazzo Dordoni-Cavalli a Busseto e, nel 1848, il primo nucleo della proprietà di Sant’Agata.
[7] Daniela Morsia, «Verdi imprenditore agricolo», cit. Lo studio ricostruisce la progressiva formazione del patrimonio fondiario e il diretto interesse del compositore per l’amministrazione e il miglioramento delle proprietà agricole.
[8] Alberto Mario Banti, Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma, Donzelli, 1996, p. 64 e segg., sulla centralità della proprietà fondiaria nei processi di consolidamento sociale della borghesia italiana ottocentesca.
[9] Ferdinando Martini, Confessioni e ricordi. 1859-1892, Milano, Fratelli Treves, 1929, pp. 228-235. Il telegramma fu inviato nel febbraio 1893, dopo la prima milanese del Falstaff.
[10] Ivi. Martini riferisce di avere smentito l’esistenza dell’iniziativa. In assenza di un decreto o di altra documentazione attestante il perfezionamento della concessione, è improprio parlare del rifiuto di un titolo già conferito; la fonte documenta invece l’opposizione preventiva di Verdi alla nomina annunciata dal giornale.
[11] Ivi, pp. 228-235. Le parole di Umberto I sono tramandate da Martini in forma memorialistica e devono essere distinte, sul piano della critica delle fonti, dal telegramma verdiano.
[12] Archivio di Stato della Repubblica di San Marino, Libro NN, n. 37, c. 181v: «il maestro Giuseppe Verdi, di Busseto, ottenne dalla Rep. di S. Marino il tit. di patr. il 31 ag. 1857». Si ringrazia il prof. dott. Cristoforo Buscarini, già direttore dell’Archivio di Stato di San Marino per la gentile comunicazione. Cfr. inoltre Andrea Borella, Annuario della Nobiltà Italiana, 2000 e seguenti, sub voce «Verdi»; Id., Annuario della Nobiltà Italiana, XXXIV edizione, 2021-2024, febbraio 2025, Parte IV, sub voce «Verdi».
[13] Archivio di Stato della Repubblica di San Marino, Libro NN, n. 37, seduta del 31 agosto 1857. Nella medesima seduta la documentazione registra, per Verdi, l’attribuzione del «tit. di patr.» e, per Francesco Maria Piave, l’accoglimento fra i cittadini della Repubblica. La diversa formulazione impone di non assimilare automaticamente le rispettive qualifiche.
[14] La registrazione di Libro NN, n. 37, c. 181v, attesta l’attribuzione della qualità patriziale, ma la formula abbreviata non consente di stabilire se la dignità fosse personale o trasmissibile alla discendenza.
[15] Andrea Borella, Annuario della Nobiltà Italiana, XXXIV edizione, 2021-2024, febbraio 2025, Parte IV, sub voce «Verdi».
[16] Maria Filomena Verdi, poi Maria Verdi Carrara, figlia di un cugino del compositore, fu accolta nella famiglia di Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi e successivamente adottata dal Maestro. Verdi la istituì propria erede universale nel testamento del 14 maggio 1900. La successione testamentaria nel patrimonio non costituisce, di per sé, titolo per la successione in una dignità patriziale o nobiliare.
[17] Andrea Borella, Annuario della Nobiltà Italiana, cit., sub voce «Verdi», per il monogramma personale e le relative varianti iconografiche.
[18] Ivi, per la descrizione delle varianti iconografiche del monogramma e della corona di foggia patriziale sammarinese.
[19] Sul monogramma «GV» apposto al cancello d’ingresso della tenuta di Sant’Agata e sulla sua ricorrenza su diversi oggetti appartenuti al compositore, cfr. I tesori di Villa Verdi: mobili, libri e ceramiche raccontano la vita a Sant’Agata, «Libertà», 12 gennaio 2025. Il monogramma ricorre, fra l’altro, su servizi di bicchieri e piatti e su oggetti d’argento conservati nella villa.
[20] Andrea Borella, La collezione araldica Bonacina-Vallardi e le officine araldiche lombarde: sei secoli di passione per gli stemmi, «Capolavori dell’arte araldica», serie I, Tesori dell’araldica e della genealogia, Studio Araldico Genealogico Diplomatico Italiano, 1998.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Banti, Alberto Mario, Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma, Donzelli, 1996.
Borella, Andrea, Annuario della Nobiltà Italiana, XXXIV edizione, 2021-2024, febbraio 2025, Parte IV, sub voce «Verdi».
Borella, Andrea, La collezione araldica Bonacina-Vallardi e le officine araldiche lombarde: sei secoli di passione per gli stemmi, «Capolavori dell’arte araldica», serie I, Tesori dell’araldica e della genealogia, Studio Araldico Genealogico Diplomatico Italiano, 1998.
Consiglio Nazionale del Notariato, Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani, catalogo della mostra, Brescia, 2023.
Della Seta, Fabrizio, «Verdi, Giuseppe Fortunino Francesco», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 98, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2020.
Martini, Ferdinando, Confessioni e ricordi. 1859-1892, Milano, Fratelli Treves, 1929.
Morsia, Daniela, «Verdi imprenditore agricolo», in Atti dell’Accademia dei Georgofili, 2014.
Phillips-Matz, Mary Jane, Verdi: A Biography, Oxford-New York, Oxford University Press, 1993.




