Mussolini senza lambrecchini

Il caldo pomeriggio del 30 luglio 1883 un robusto e vigoroso fabbro romagnolo varcò l’ingresso del municipio di Predappio di Forlì. Si recò dall’ufficiale di stato civile, Onofrio Bondi, e richiese la compilazione dell’atto di nascita di un bambino nato il giorno prima da sua moglie, Rosa Maltoni, maestra elementare, ed a cui aveva posto il nome di Benito[1]. Adempì a questo dovere, probabilmente, malvolentieri perché il sole, alle 18.00, doveva essere ancora alto e quindi sarebbe stato preferibile, per lui, stare a lavorare in fucina o nei campi. Ad entrambi era abituato da una lunga tradizione e cultura contadina.

Alessandro Mussolini di Luigi non era solo e soltanto un abile lavoratore del ferro e dei campi ma anche uno dei più vivaci agitatori socialisti della Romagna di fine ‘800 e suo figlio, quindi, crebbe seguendo il sentiero politico tracciato dal genitore.
Com’è noto, dopo una lunga militanza socialista giovanile, nel 1915 Benito Mussolini approdò all’interventismo per poi fondare, a Milano nel 1919, i Fasci di Combattimento. Un movimento politico che nel 1921, desideroso di arrivare alle istituzioni, si rimodulò sotto forma di partito. Le origini socialiste del suo capo e di parte della sua militanza condizionarono il movimento nei suoi primi passi dandogli una chiara inclinazione repubblicana. Già nel congresso del 1921, tuttavia, Mussolini ritenne di dover iniziare a moderare questa tendenza per rassicurare quegli ambienti che vedevano nella monarchia un riferimento sicuro e non discutibile. Pur non rinnegando palesemente il repubblicanesimo esso iniziò gradualmente a far trasparire una certa distanza:
«Vediamo — soggiunge Mussolini — i repubblicani. Si tratta di un partito secolare, che ha dato fior di sangue alla indipendenza italiana. I repubblicani furono con noi nella vigilia interventista e nella guerra, ma anche questo partito è travagliato da una crisi. Ritengo che il fascismo potrà integrare le ideologie mazziniane, ma non però ignorarle. I fascisti non potranno dimenticare Mazzini» [2].
Ed ancora egli aggiunse:
Accenna alle polemiche cui diede vita una sua dichiarazione l’indomani della guerra, nella quale ricordava che fra i vari regimi politici, c’è anche quello repubblicano: «C’è in Italia uno spirito repubblicano». Con quel la dichiarazione Foratore voleva aprire un varco per questo partito nel campo fascista. «Potrebbe darsi che un giorno il fascismo dovesse, per salvare la Patria da un maggior male, cooperare e passare esso quel varco ed andare verso i repubblicani. Ma oggi le condizioni d’Italia, non lo richiedono. Comunque, non sarebbe mai verso la repubblica nitto-modigliana che si dirigerebbe (vivi applausi).
Il fascismo, dunque, al riguardo del regime non ha pregiudiziali» [3].
Non era, questo, un capo del fascismo palesemente monarchico, ma certo un trascinatore politico disposto ad accantonare ogni pregiudiziale sul tema pur di costruirsi consensi negli ambienti potenzialmente utili per raggiungere la presidenza del consiglio dei ministri.
Quanto fu sufficiente per concorrere al raggiungimento del suo obbiettivo politico. Consolidatosi con l’incarico di costituire il nuovo governo ottenuto nell’ottobre 1922 in seguito alla crisi inarrestabile dell’esecutivo Facta.
Il retaggio socialista e familiare, la propria storia, il percorso umano e politico e certamente un pizzico di opportunismo propagandistico, condussero sempre Benito Mussolini a guardare con diffidenza verso le classi sociali più elevate e soprattutto verso la nobiltà. Se in alcune fasi egli ebbe, come vedremo, un atteggiamento ambiguo e la tentazione accarezzata di rivendicare origini importanti, in via definitiva egli ritenne più importante darsi sempre e comunque l’immagine di “uomo del popolo” [4].
A quel popolo egli doveva parlare ponendosi da pari e spingendo la gente a riconoscere nell’agricoltore romagnolo l’artefice della propria emancipazione sociale e politica. La rivendicazione delle radici proletarie e contadine fu una costante irrinunciabile negli anni successivi.
Fu, forse, anche per non certificare la propria posizione gregaria verso la corona che il duce tentò ripetutamente di rifiutare qualunque proposta di nobilitazione gli fosse pervenuta. Con un’ostinazione che lascia supporre, ma siamo nel campo delle congetture, che egli non solo volesse mantenere salda l’immagine di “uomo del popolo” ma non volesse nemmeno doversi fregiare oltre misura di benefici arrivati dalla monarchia. Una posizione che gli giovò senz’altro nei mesi oscuri della Repubblica Sociale Italiana.
Il primo rilevante episodio si verificò nel 1923 dopo la firma, il 24 luglio, del Trattato di Losanna con il quale l’Italia si era assicurata il Dodecaneso e Rodi nonché la Cirenaica e la Tripolitania. La vulgata sostenne che in quell’occasione il re Vittorio Emanuele III avesse proposto a Mussolini il titolo di “duca di Rodi” e che questi avesse rifiutato coniando il detto “nudi alla meta” [5].
Ne diede cenno anche il figlio Vittorio Mussolini in un suo volume:
Inoltre aveva respinto la nomina a duca di Rodi, a seguito dell’avvenuta annessione del Dodecaneso. Accettò il Collare dell’Annunziata l’anno dopo [6].
La devozione del figlio verso il padre e l’interesse a difenderne l’immagine dopo la disastrosa avventura repubblicana e la fine della guerra potrebbero far dubitare della buona fede dell’autore. Nondimeno, tuttavia, le tracce sono numerose e qualcosa emerse sui giornali del tempo:

Un titolo nobiliare a Mussolini? Un commento sul Littorio Roma, -6, notte. Vi trasmettiamo a puro titolo di cronaca questa informazione inviata al Cittadino di Genova dal suo corrispondente romano: «Da quanto ho appreso nei circoli molto prossimi alla Casa Reale il Re vorrebbe dare al Presidente del Consiglio, quanto prima, un segno chiarissimo della sua affezione. Benito Mussolini riceverebbe il titolo di duca da trasmettersi anche ai suoi eredi. Con questo si intenderebbe di compiere il ciclo di coloro che furono i rivendicatori della vittoria, e cioè; Diaz, che sul Piave, a Vittorio Veneto, rialzò le sorti dell’esercito conducendolo alla clamorosa vittoria dopo le sfortunate giornate di Caporetto, Thaon di Revel che sul mare cancellò l’onta di Lissa, Benito Mussolini che l’eroismo del nostri soldati e dei nostri marinai seppe rivendicare sollevando le sorti ed i valori dell’Italia e ricondusse il paese sul cammino delle nuove pacifiche fortune. L’annunzio che il Sovrano ha in animo di dare al capo del Governo questa alta testimonianza della sua fiducia è stato appreso con grande piacere in tutti gli ambienti in cui si sente che la Monarchia Sabauda è una realtà dalla quale non può prescindere chi vuole condurre l’Italia alla pace interna e ad un maggior prestigio estero» [7].
Lo stesso testo fu pubblicato anche su qualche giornale locale e chi scrive ne trovò una sintesi sul periodico settimanale “Il Popolare – Organo del Partito Popolare Italiano – Sezione di Fossano”[8].
Il capo del governo, che nello stesso anno aveva rifiutato con garbo e temporaneamente anche il collare dell’Ordine dell’Annunziata, decisamente non volle saperne. Lo stesso a riguardo dichiarò:
Vittorio Emanuele mi aveva offerto il Collare già un anno prima, nell’aprile 1923, e io avevo rifiutato, rispondendo di non aver fatto ancora nulla per meritare la benevolenza di Sua Maestà; allo stesso modo avevo rifiutato la nomina da duca di Rodi! [9]
Nel corso del tempo Mussolini non mutò la sua opinione sulla questione dei titoli nobiliari e, come vedremo, tornò ad opporre un netto e preciso rifiuto ed una naturale repulsione anche al solo sentirne parlare. La rivendicazione delle origini contadine e popolari restò un suo mantra politico per tutta la sua storia.

Diverso fu l’approccio all’Ordine della Santissima Annunziata, ordine supremo della Casa di Savoia, il quale, tra i molti privilegi, rendeva gli insigniti “cugini” del sovrano. Nel 1923 Mussolini aveva respinto garbatamente il collare favorendo per la nomina Tittoni. Non lo respinse l’anno successivo quando Fiume divenne italiana a tutti gli effetti. Mentre proponeva D’Annunzio per il titolo di principe di Montenevoso, il duce del fascismo dovette, quanto obtorto collo è difficile giudicare, accettare l’ordine:
La nomina di Mussolini a Cavaliere dell’Annunziata.
Roma, 17 marzo, matt.: Il Re ha ieri insignito l’on. Mussolini del Collare dell’Annunziata dandogliene partecipazione con il seguente telegramma da Fiume:
S. E. cavaliere Mussolini,
Nel momento solenne in cui, dopo lungo periodo di penoso travaglio, si celebra la annessione di Fiume alla grande Patria italiana, mentre i miei auguri di gloriose fortune vanno alla città fedele, il mio pensiero ricorre all’alta opera da Lei data in questo come in altri eventi che hanno migliorato le sorti d’Italia tra gli Stati. Come segno della mia riconoscenza, le conferisco l’Ordine supremo dell’Annunziata.
Affettuosi saluti. Affezionatissimo cugino
VITTORIO EMANUELE.
Poche volte l’Ordine dell’Annunziata fu conferito con una motivazione altrettanto importante quanto meritata. L’on. Mussolini ha così risposto al Sovrano:
Ringrazio la M. V. dell’alta concessione e delle parole che l’accompagnano, le quali giungono più gradite al mio cuore di italiano e di soldato poiché sono dette dalla M. V. che fu anche il primo soldato d’Italia in guerra e provengono da Fiume restituita per sempre al destino della Patria.
Devoti ossequi.
MUSSOLINI
Il Collare dell’Annunziata concesso a Benito Mussolini è, soprattutto, il segno altissimo della piena, fervida comunione fra il Sovrano e la nuova Italia, fra il Re soldato e la Nazione vittoriosa; è il segno del riconfermato e riconsacrato destino d’Italia: Savoia, dal piccolo regno pedemontano fino al Nevoso ed al Carnaro: Savoia! Dalla loggetta di Carlo Alberto in piazza Castello alla ringhiera di Fiume: Savoia! (…) L’atto di riconoscenza del Sovrano è anche un atto di fede. Re e popolo veggono le vie dell’avvenire. All’estero si intende che non devieranno. Il Collare dell’Annunziata a Mussolini, da Fiume, nel dì dell’annessione — presente in spirito il principe dì Monte Nevoso là dove le cannonate di Giovanni Giolitti non valsero a schiantarlo — risuggella, con degna gloria, l’antico e nuovo patto fra i Savoia e gli uomini espressi dal profondo seno della stirpe: per l’Italia e per la civiltà! Dileguano l’accademia e la retorica. E viene incontro la Storia [10].
È abbastanza probabile che il duce avesse accettato il collare per diverse motivazioni. In primis per mantenere rapporti sereni con la monarchia alla quale comunque era tenuto a rispondere. Ne ebbe sentore e conferma poche settimane dopo quando visse il momento particolarmente difficoltoso seguito al rapimento ed all’omicidio di Giacomo Matteotti. Il “ratto”, infatti, era avvenuto il 10 giugno di quello stesso anno e solo il 16 agosto la salma fu ritrovata. Com’è noto, il parlamento non fu in grado di fornire al re l’atteso pretesto per revocargli l’incarico. L’impotenza dei partiti d’opposizione e l’abbacinante scelta dell’Aventino favorirono il percorso mussoliniano verso il regime a partito unico.
A distanza di pochi anni, spinto da alcune dichiarazioni ambigue dello stesso Mussolini, prese un’iniziativa improvvida Giovanni Dolcetti [11]. Lo studioso volle ricollegare, non senza forzature, i Mussolini romagnoli ad una notabile famiglia veneziana:
A studiare e documentare queste origini un appassionato cultore di ricerche genealogiche ed araldiche, il veneziano Giovanni Dolcetti ha dedicato un lavoro assiduo e paziente, durato sei anni. Ed i primi ed accertati risultati di codesto lavoro il Dolcetti ha raccolto in un bellissimo e signorile volume: Le origini storiche della famiglia Mussolini (parte 1: edizione P. Brasolin di Venezia; lire 30) che va adorno di parecchie illustrazioni documentarie, e s’arricchisce di molti stemmi gentilizi, dei quali taluni riprodotti in colori e metalli e di un albero genealogico dei Mussolini, emigrati dalla Romagna a Venezia, dove, per quattro secoli dimorarono, benemeriti e stimati per dignità di opere e di vita, fino verso il seicento (…). Da quel tempo, scrive il Dolcetti, “l’illustre famiglia, fattasi veneziana per lunga dimora e per elezione, va dileguandosi; i documenti scarseggiano, perché molte giovinezze, agli onori e ai piaceri del mondo, preferirono le mistiche ed intime gioie della vita religiosa, altri abbandonarono la città per lunghi anni ospitale, ritornando alla forte terra di Romagna, dove continuarono la discendenza in meno splendida condizione e dove [conclude il Dolcetti] li seguiremo con la seconda parte di quest’Opera [12].
Il volume fu, effettivamente, un’opera notevole per come si presentava ma relativamente attendibile nei contenuti. Il libro si chiudeva con un’interessante tavola genealogica dei Mussolini veneziani lasciando intendere, in modo sottile e sottinteso, che il secondo tomo avrebbe ricollegato questa famiglia a quella del capo del governo.

Malgrado le ricerche compiute non si è mai reperita copia di questa seconda parte che pur avrebbe avuto certamente una sua rilevanza. Cosa accadde? Perché Dolcetti non la diede alle stampe ammesso che effettivamente essa avesse mai visto le rotative?
È possibile che tale mancata pubblicazione fosse da imputarsi a ragioni di carattere del tutto commerciale. Forse il primo tomo non ebbe l’aspirato successo e l’editore evitò di avventurarsi in un’altra infelice operazione. Forse la freddezza, quanto non l’ostilità, con cui il libro venne accolto dall’uomo “del popolo” concorsero a far naufragare il progetto che sognava di dare nobili origini al contadino romagnolo.
L’anno successivo, il 1930, fu quello dei grandi matrimoni italiani. Quello del principe ereditario, Umberto di Savoia, principe di Piemonte, con Maria Josè principessa del Belgio. E quello della figlia primogenita e prediletta del duce, Edda, con il nobile Galeazzo Ciano dei conti di Cortellazzo. Nel giardino di Villa Torlonia due mondi, quello raffinato e mondano dei Ciano e quello rurale e neoborghese dei Mussolini, si guardarono in cagnesco e probabilmente con reciproca diffidenza. Mentre donna Rachele, da brava donna di campagna, infilava qualche banconota da mille lire nelle pieghe dell’abito nuziale di Edda sotto lo sguardo divertito e forse compassionevole del giovane e promettente Galeazzo.

Cinque anni dopo una risposta a quesiti posti sul citato libro del Dolcetti sembrò quasi provenire da un testo che si ritiene utile riportare, almeno in parte, a beneficio del lettore:
«Dal 1600 al 1900 – in questo podere chiamato ” collina „ – vissero e lavorarono – le generazioni contadine – dei Mussolini – e qui nacque mio padre – l’11novembre 1854 – questo ricordo — volle Benito Mussolini — il 29 luglio 1935-XIII, E. F.». Tali nobili parole del Duce, confermate nel recente discorso ai 510 coloni capifamiglia premiati per il loro fecondo lavoro, ci hanno data una grande soddisfazione stante la nostra realistica concezione del popolo, e specie del popolo contadino, quale matrice di tutte le aristocrazie. I soliti ignoranti del diritto e della storia delle istituzioni gentilizie dubiteranno forse di questa nostra soddisfazione ed è propria per rassicurarli che ripubblichiamo con legittimo compiacimento tre nostri precedenti corsivi: «I miei antenati erano contadini che lavoravano la terra e mio padre era un fabbro, che piegava su l’incudine il ferro rovente». «Questa è la prosapia di Benito Mussolini, tracciata da lui stesso con chiare, nette, precise parole. «Però, qualche zelante compulsatore di vecchie carte polverose ha avuto la non geniale idea di tentare di costruirgliene un’altra più illustre, quasi per dare una bella patina d’oro, come si fa per le statue che devono rilucere al sole, alla sua bronzea figura michelangiolesca. E ciò, probabilmente, per rasserenare tutte quelle anime che, come scrisse Delcroix, «ammirano l’uomo, ma vorrebbero mettere la foglia di fico sul suo passato di asperità e di contrasti, s’inchinano al gerarca. ma vorrebbero che fosse nato con la feluca». «Ma Benito Mussolini è rimasto figlio di fabbro e nipote di autentici contadini (…). Non si era ancora capita la grande importanza dell’origine popolare del Duce, «plebeo aristocratico» secondo Margherite Sarfatti. Origine, che egli non nasconde, ma ama ricordare al popolo, ogni qual volta gli si presenti l’occasione opportuna (…). Perché, è grazie a questa comunanza di estrazione che egli può parlare ad esso, con rudezza e durezza di capo sorto dal nulla (…) [13].
Vi è, in questo brano, tutto il senso della determinazione con cui Mussolini seguitò per tutta la sua vita a proporsi come figura di umili origini. Con quell’immagine egli poteva, o si illudeva di potere, stabilire una simbiosi perpetua con le masse popolari. Un rapporto diretto ed emotivo. Voleva essere percepito come quell’uomo “del popolo” capace di suscitare entusiasmi e devozione e quindi di garantirsi la fiducia della gente comune. Elemento essenziale per la sopravvivenza di qualunque regime dal carattere autoritario e certamente non particolarmente democratico.
Questo articolo, comunque, assume, ad una rilettura odierna, una parvenza profetica se messo a confronto con alcune parole che furono espresse dalla vedova di Mussolini nel dopoguerra. Rachele Guidi, maritata Mussolini, infatti, sostenne che Vittorio Emanuele III avesse nuovamente proposto un titolo nobiliare al capo del governo dopo l’impresa etiope e la proclamazione dell’impero:
Vittorio Emanuele III aveva offerto a mio marito, come ricompensa per la vittoria etiopica, il titolo di principe per lui e per i suoi discendenti. Benito aveva rifiutato. “Sono sempre stato e voglio essere soltanto Mussolini”, aveva detto, e siccome il re insisteva (“Accettate almeno il titolo di duca”) aveva aggiunto: “I miei antenati sono contadini da molte generazioni e io, maestà, ne vado orgoglioso”. Quando Benito mi raccontò questo colloquio, approvai soddisfatta la sua decisione. Principe Mussolini! E peggio ancora, principessa Rachele!” [14].
Fu l’ultimo presunto tentativo di attribuire, ad un duce recalcitrante, un titolo nobiliare. Il resto è storia. La notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943 tre conti (Galeazzo Ciano, Cesare Maria De Vecchi e Dino Grandi) ed un barone (Giacomo Acerbo), alcuni anche collari dell’Annunziata, si unirono nel voto a favore dell’ordine del giorno dello stesso Grandi. Episodio che fornì al sovrano il pretesto istituzionale e costituzionale per revocare l’incarico a Mussolini.

Vennero poi i mesi oscuri, burrascosi e feroci, della Repubblica Sociale Italiana e della guerra civile. Mesi in cui Mussolini rivendicò le origini repubblicane e socialiste scagliandosi contro la monarchia rea, a suo avviso, di averlo tradito dopo aver beneficiato delle sue opere. Vittorio Emanuele III, che aveva lasciato Roma su una nave militare italiana diretto verso Brindisi ove l’assenza tanto dei tedeschi quanto degli angloamericani rappresentava garanzia d’autonomia politica, fu ripetutamente accusato di villania e codardia additato come un fuggitivo da chi, solo pochi mesi dopo, fu scovato nascosto su di un autocarro tedesco ed ugualmente occultato da un pastrano ed un elmetto germanici.
Nemesi della Grande Storia la quale, alle volte, sembra agire con cinica e disincantata ironia.
Negli anni ’90 del novecento tutte queste vicende ebbero un curioso strascico. Alcuni discendenti della famiglia Mussolini, infatti, sostennero un’associazione che si riconduceva all’Ordine dell’Aquila Romana. Fondato dal Regno d’Italia nel 1942 e conferito da Mussolini anche al tempo della Repubblica Sociale quale capo repubblicano dello stato fascista. Secondo alcuni il conferimento di questo “ordine” trovava fondamento nella natura “dinastica” assunta nel periodo 1943-1945.
Chi scrive ritiene che tale ragionamento avrebbe trovato il parere negativo dello stesso Benito Mussolini il quale non aveva fondato una dinastia, non desiderava certamente farlo e non considerava quindi un patrimonio dinastico un ordine cavalleresco che, nella più ottimista delle ipotesi, poteva essere riconducibile esclusivamente a quella Repubblica Sociale Italiana che in qualche modo, legittimo o meno, gli aveva dato una forma di continuità. Forma che corrispondeva alla natura statale, istituzionale, non dinastica, dell’ordine stesso fin dal primo magistero attribuito al re Vittorio Emanuele III e trasmissibile non agli eredi di una casa ma ai capi dello stato.
In che forma la famiglia Mussolini aveva acquisito la fons honorum perpetua e familiare per conferire un ordine del Regno d’Italia che poi la repubblica fascista aveva fatto proprio attribuendo il diritto di conferimento al suo capo? Un capo, occorre aggiungere, in linea teorica sostituibile con successori del tutto liberi da vincoli di parentela con il duce del fascismo.
L’Ordine dell’Aquila Romana originale fu sciolto dal governo del Regno del Sud con il Regio Decreto 5 ottobre 1944. La repubblica di Mussolini, con suo “decreto” del 2 marzo 1944, lo ripropose fino all’estinzione dello stesso in seguito alla caduta di quella repubblica. E non avrebbe potuto essere diversamente visto che l’ordine originale era stato sciolto dalle uniche istituzioni statali legittime, visto che quelle illegittime avevano cessato di esistere e visto che il duce del fascismo non aveva voluto essere il capostipite di una dinastia ma sempre, solo e soltanto, il fiero contadino di Predappio. Il figlio di umile fabbro e di una umile e morigerata maestra elementare.

Tuttavia un’ultima riflessione pare opportuna perché ci fu qualcosa che Mussolini sottovalutò. La possibilità di essere nobilitato senza averne contezza. Accade accettando due ordini cavallereschi esteri che gli furono attribuiti e che conferiscono nobiltà ereditaria agli insigniti. L’Ordine dell’Elefante di Danimarca e l’Ordine dei Serafini di Svezia. Del secondo esiste almeno un preciso riferimento:
S. E. il Capo del Governo, è stato nominato, da S. M. il Re di Svezia, Cavaliere dell’Ordine dei Serafini. II Ministro di Svezia a Roma gli ha rimesso personalmente, in questi giorni, le insegne dell’alta distinzione onorifica [15].
Anche questo fu uno scherzo della storia. L’uomo del popolo fu comunque nobilitato e non se ne rese, forse, nemmeno conto.
Note:
[1] Registri dello Stato Civile del Comune di Predappio, Atto di nascita numero 121 del 30 luglio 1883.
[2] La Gazzetta del Popolo, 267, Anno LXXIV, 9 novembre 1921, p. 1.
[3] Ibid.
[4] Riguardo alle ambiguità di Mussolini si offre al lettore un riferimento: Il Duce, nell’interessantissima autobiografia pubblicata, sinora, soltanto da alcuni dei maggiori ebdomadari stranieri, ha tenuto a ricordare le antiche origini della sua casata. “La famiglia Mussolini – egli ha scritto nella prima puntata di quelle memorie – fu tra le notabili nel XIII secolo nella città di Bologna. Nel 1270 Giovanni Mussolini fu capo i quella città aggressiva e bellicosa…A Bologna esiste una via Mussolini e, fino a qualche tempo fa, una torre e una piazza ne portavano ancora il nome. Nei registri araldici si può vedere ancora il blasone di famiglia; sei losanghe nere, su fondo d’oro, simbolo di valore, di coraggio e di forza”. (La Fedeltà – Corriere della città e della diocesi di Fossano, 1, Anno XXXII, 2 gennaio 1929, p. 1).
[5] Susmel, Duilio, Pini, Giorgio, Mussolini – L’uomo e l’opera: Dal fascismo alla dittatura (1919-1925), La Fenice, Roma, 1973, p .335.
[6] Mussolini, Vittorio, Vita con mio padre, Mondadori, Milano, 1957, p. 31.
[7] La Stampa, 195, Anno LVII, 17 agosto 1923, p. 2.
[8] Il Popolare – Organo del Partito Popolare Italiano – Sezione di Fossano, 34, Anno III, 25 agosto 1923, p. 2.
[9] Caudana, Mino, Processo a Mussolini, Volume II, Centro Editoriale Nazionale, Bologna, 1966, p. 704.
[10] La Gazzetta del Popolo, 67, Anno LXXVII, 18 marzo 1924, p. 1.
[11] Si rimanda alla nota a piè di pagina numero 3.
[12] La Fedeltà – Corriere della città e della diocesi di Fossano, 1, Anno XXXII, 2 gennaio 1929, p. 1.
[13] La Nobiltà della Stirpe – Rivista della tradizione fascista, 1, Anno V, 31 gennaio 1935, pp. 138-139.
[14] Vita di Mussolini, Edizioni di Novissima, 1965, p. 316.
[15] Il Risveglio Popolare, 20, Anno XI, 15 maggio 1930, p. 2.




